Spoiler Alert: l'articolo può contenere spoiler di serie tv / Palesati fin dal plot oppure citati come cameo o, ancora, rievocati dalle parole dei protagonisti delle opere del grande William Shakespeare, Macbeth (Breaking Bad), Riccardo III (House of Cards), Amleto (True Detective), Il mercante di Venezia (Fargo), il Prospero de La Tempesta (Lost) e Re Lear (Empire) si incarnano negli antieroi della serialità contemporanea... Lo speciale de IlLibraio.it con video, citazioni e curiosità

Spoiler Alert: l'articolo può contenere spoiler di serie tv

Il teschio del buffone Yorick, dissotterrato dal cimitero danese dal principe Amleto trova sempre un nuovo domicilio, dal teatro al cinema fino al piccolo schermo. Se le origini della settima arte sono state segnate a doppio filo dalle rappresentazioni delle tragedie del Bardo, per poi passare attraverso i più svariati adattamenti, oggi è la scrittura curatissima, ricca di suggestioni letterarie delle serie tv, osannate da critica e pubblico, il palcoscenico naturale in cui gli echi delle opere del più geniale drammaturgo di tutti i tempi paiono più nitidi. Ed ecco che, palesati fin dal plot oppure citati come cameo o ancora rievocati dalle parole dei protagonisti delle opere del grande William Shakespeare, Macbeth (Breaking Bad), Riccardo III (House of Cards),  Amleto (True Detective), Il mercante di Venezia (Fargo), il Prospero de La Tempesta (Lost) e Re Lear (Empire) si incarnano negli antieroi della serialità contemporanea. Perché il teschio di Yorick è immortale. E nelle serie tv pare più vivo che mai…

BREAKING BAD – Macbeth

Walter White ha 50 anni, è un professore di chimica e vive ad Albuquerque in Nuovo Messico con la moglie Skyler, incinta della loro secondogenita, e il figlio Walter Junior, affetto da paresi cerebrale. La vita non sembra avergli accordato grandi soddisfazioni, quando scopre di avere un cancro ai polmoni e solo due anni davanti a sé. In seguito all’incontro con Jesse Pinkman, suo ex-alunno diventato uno spacciatore di poco conto, Walter decide di sfruttare le sue conoscenze chimiche per “cucinare” metanfetamina di elevata purezza, con i cui profitti potrà assicurare un futuro alla famiglia anche dopo la sua morte. Entra così in una spirale di violenza, omicidi e scontri con i più spietati trafficanti dei cartelli della droga che lo trasformano dal passivo e indolente Walter al pericoloso (“Sono io il pericolo” dice alla moglie in una celebre battuta) e cinico Heisenberg.

  • IL DESTINO DI UNA PROFEZIA

Sia Macbeth che Walter White ricevono la profezia del proprio destino: Macbeth dalle streghe che gli predicono che diventerà re, Walter dal medico che gli diagnostica un tumore. Questi annunci innescano delle azioni di risposta che conducono entrambi verso il male e la depravazione. Non solo. Una volta che Macbeth nell’atto V scopre che Macduff è quel “nessun uomo nato da donna” che gli dovrebbe succedere, non fa marcia indietro né interrompe la sua lotta per il controllo. Allo stesso modo Walter, quando nella seconda stagione viene a conoscenza che il suo tumore si è ridotto dell’80%, colpisce un distributore di carta con il pugno fino a farsi sanguinare le nocche, e poi va avanti come se nulla fosse nella produzione di meth.

  • AL FIANCO DI LADY MACBETH

 “Quello che voglio io, ciò che desidero, di cui ho bisogno, è poter scegliere. […] Pensandoci mi sembra di non aver mai fatto davvero di testa mia. Delle scelte intendo. È come se in tutta la mia vita non avessi mai avuto il diritto di poter decidere quello che volevo fare. Adesso ho una nuova sfida: il cancro. E tutto ciò che mi resta da fare è scegliere come affrontarla”.

Così si confessa Walter nella prima stagione, prima di intraprendere la sua scelta. Una scelta frutto anche della riprova a se stesso e agli altri di non essere quell’inetto che persino la moglie Skyler lo rimproverava di essere. Al punto che quando scoprirà l’attività clandestina del marito, la donna si unirà a lui. Lady Macbeth è l’incarnazione per antonomasia di questa attitudine unita all’ambizione e alla brama di potere a qualunque costo. Anche lei non manca di sminuire il marito, di metterne in discussione la virilità, persino di insultarlo, ma anche di aiutarlo con la sua offerta sanguinosa. Nell’Atto I, Scena V nelle sue parole rivolte a Macbeth riecheggiano gli stessi dubbi di Walter:

“Glamis lo sei, e Cawdor, e sarai ciò che ti è promesso. Però temo la tua natura: è troppo piena del latte dell’umana dolcezza per scegliere la via più breve. Vorresti  essere grande, e non senza ambizione, ma senza la malizia che dovrebbe accompagnarla. Ciò che vuoi fortemente lo vuoi da onesto, non vorresti far torto eppure vuoi vincere a torto. Grande Glamis, vuoi avere ciò che grida, ‘Devi far questo’ per averlo, e ciò che hai paura di fare, più che voglia che non sia fatto. Vieni presto che io possa versarti nell’orecchio i miei demoni e col valore della mia lingua battere ciò che ti tiene lontano dal cerchio d’oro con cui il destino e l’aiuto metafisico pare vogliano incoronarti”.

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  • SANGUE VUOLE SANGUE

“Sangue vuole sangue”. Lo ripete più volte Macbeth e lo mette in atto. Anche Walter White lascia al suo seguito decine di cadaveri, anche di persone che parrebbero a lui vicine. Il monologo dello scozzese del primo atto e il primo omicidio intenzionale di Heisenberg paiono molto simili. Macbeth pesa i pro e i contro del commettere un assassinio, facendo un elenco di motivi per cui si dovrebbe o meno uccidere un uomo. Walter, nell’episodio “…And the bag’s in the river”, fa una lista molto simile prima di scendere in cantina per uccidere Krazy Eight. Nell’Atto II, scena I, Macbeth vede un pugnale galleggiante davanti a lui, una visione di ciò che sta per fare. Walter riassembla il piatto spezzato (nello stesso episodio di cui sopra) e scopre che Krazy Eight ha un frammento rotto che ha intenzione di usare come un pugnale.

  • SENSO DI INVINCIBILITÀ

Il personaggio shakespeariano e quello nato dalla mente di Vince Gilligan sviluppano entrambi un senso di invincibilità. Macbeth, sulla base di quanto predetto dalle streghe, ovvero che “nessun uomo nato da donna” può fargli del male, agisce come se non potesse essere ammazzato. Walter White produce metanfetamina pura al 99%. Nessun “cuoco” di meth è in grado di eguagliarlo, poiché non conosce la chimica come lui. Così egli comincia a convincersi di essere intoccabile, perché nella sua mente tutti gli altri signori della droga sanno che solo lui sa creare il prodotto migliore. Pertanto, uccidendolo, perderebbero meth  di altissima qualità. Non è un caso che la chimica diventi per lui la chiave di lettura dell’esistenza: “La chimica è lo studio delle sostanze, ma io preferisco vederla come lo studio dei cambiamenti. […] Questa è la vita, giusto? Cioè è la costante, è il ciclo: creazione e dissoluzione, poi di nuovo creazione poi ancora dissoluzione, è crescita poi decadimento, poi trasformazione”. “L’anima…è sempre questione di chimica”.

HOUSE OF CARDS – Riccardo III

Frank Underwood, capogruppo della maggioranza democratica al Congresso è contrariato per la mancata nomina a Segretario di Stato da parte del neoeletto Presidente degli Stati Uniti, Garrett Walker. Questi è venuto meno alla promessa fatta prima delle elezioni nonostante sia stato Frank, con la sua abile conduzione della campagna, ad averlo portato alla vittoria. Inizia così la vendetta personale del deputato e la sua scalata a Washington. Attraverso intrighi, manovre nell’ombra e l’uso spudorato di politici e giornalisti come semplici pedine della sua scacchiera, Underwood, spronato e supportato dalla moglie Claire, arriverà, mossa dopo mossa, a spianarsi la strada verso i vertici della Casa Bianca. E a mettere a segno il suo scacco al potere.

  • LA BRAMA DI POTERE

“Il pubblico è attratto dalla politica fin dai tempi del teatro greco. Poi ci ha pensato Shakespeare a riprendere il concetto del potere come forma di attrazione”. Ed è un’attrazione fatale quella che lega Kevin Spacey al Bardo. Il fato ha infatti voluto che poco prima di iniziare le riprese di House of Cards, l’attore de I soliti sospetti stesse calcando le scene interpretando proprio Riccardo III. In comune con il re inglese ha la brama di potere, ad ogni costo e condizione. D’altro canto per lui “la democrazia è sopravvalutata”, visto che grazie ai suoi intrighi riesce a bypassare l’esito del voto dei cittadini. Ma occorre fare attenzione, perché “la prossimità al potere crea in alcuni l’illusione di esercitarlo”. Il potere è come una droga, ma l’illusione di averlo, può essere ancora più letale. Fin dalla prima puntata della prima stagione Frank illustra la sua prossemica: il vero potere non è mai nelle mani di chi è sul trono, ma in quelle alla sua periferia. E si gestisce meglio da una certa distanza. Questo non gli impedisce di fare qualunque cosa pur di conquistare la corona. Esattamente come Riccardo, che fin dalla prima scena del primo atto si presenta senza panegirici.

“Visto, perciò, che non posso fare il galante, in questi tempi dalla loquela ornata, ho deciso di fare il furfante e di odiare gli oziosi piaceri del giorno d’oggi. Ho tramato complotti, avviato insidiosi tranelli fondati su insensate profezie, maldicenze e sogni, per suscitare odio mortale fra mio fratello Clarence e il re; e se re Edoardo è retto e giusto quanto io sono obliquo, perfido e traditore, quest’oggi dovrebbe vedere Clarence messo in gattabuia per una predizione che dice che G sarà l’assassino degli eredi di Edoardo. Tuffatevi, pensieri, in fondo al mio cuore: ecco che viene Clarence”. (Riccardo III I, i)

  • IL LINGUAGGIO SEDUTTIVO

I tempi sono proprio quelli della “loquela ornata” e del rivolgersi direttamente al proprio pubblico. Sia per Frank che per Riccardo. Pur consapevoli della loro malvagità – ed  entrambi non hanno remore a palesarla sin dall’inizio – il fascino e il carisma che sgorgano da ogni loro parola fanno sì che alla fine siamo pronti a simpatizzare per loro.

I soliloqui di Frank con il pubblico, sguardo in camera, stabiliscono un rapporto privilegiato con lo spettatore, ambiguo e affascinante. Risulta sedotto dal suo brillante modo di parlare, dalle sue abili argomentazioni, e dalla sua implacabile ricerca della realizzazione dei suoi desideri. D’altronde Underwood ha subito un torto: gli è stata promessa una carica, ma nonostante abbia espletato perfettamente la sua funzione, quella carica gli viene negata. Per cosa? Per questioni politiche, di equilibri di potere. Ma chi di potere ferisce…

Nell’atto secondo, scena 1, Riccardo dice tristemente che la sua malizia viene dal fatto che lui non è amato, a causa della sua deformità fisica. Anche questa viene percepita dal pubblico come un’ingiustizia.

E non solo dal pubblico. I personaggi che ruotano attorno a questi due antieroi sono suggestionati dalle loro personalità tanto da esserne manipolati. Vedasi il presidente Walker, Peter Russo, Zoe, mentre nell’opera shakespeariana Clarence, il re, Lady Anna, Hastings.

Attori, leader, affabulatori, ambasciatori della menzogna venduta come verità, manipolatori talmente capaci da far sembrare altruistiche anche le più abbiette ed egoistiche macchinazioni e da volgere a proprio vantaggio persino le circostanze più sfavorevoli, Frank e Riccardo parlano, comunicano, sentenziano. E la loro parola si fa immediatamente azione. E agli altri non resta che soccombere.

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CACCIARE O ESSERE CACCIATI

La spietata legge della giungla (e la vita è  una giungla – vedasi Fargo più avanti – e la politica a maggior ragione) prevede solo due alternative secondo il deputato Underwood: “Per quelli come noi che stanno tentando la scalata alla cima della catena (alimentare) può non esserci pietà. La regola è una sola: cacciare o essere cacciati”. Non è concepito alcun ripensamento. “Pensi ch’io sia un ipocrita? E fai bene. Non ribatterei. La strada per il potere è lastricata di ipocrisia e morti. Mai pentirsi” sostiene Frank nella seconda serie. Non è da meno la risposta di Riccardo a Lady Anna nel primo atto, scena seconda.

ANNA: Infame, tu ignori ogni legge di Dio e dell’uomo. Non v’è animale tanto feroce che non conosca un briciolo di pietà.

RICCARDO: Ma io non la conosco e perciò non sono un animale.

È importante persino l’idea che le vittime siano partecipi del loro stesso annientamento. Come Lady Anna si lascia sedurre da Riccardo, anche sapendo che è malvagio, altri personaggi si lasciano ghermire dal suo carisma, quasi dimenticando il suo carattere disonesto e violento. Risuonano quanto mai premonitrici allora le parole del giovane principe Hastings nella prima scena del primo atto: “Tanto più peccato che le aquile siano in gabbia mentre gli avvoltoi ed i nibbi son liberi di saccheggiare”. E faranno saccheggio anche della sua vita.

TRUE DETECTIVE – Amleto

La caccia a un serial killer in Louisiana che sembra rifarsi al Re Giallo (personaggio dell’omonima raccolta di racconti di fine Ottocento a firma di Robert W. Chambers) fa intrecciare le vite dei detective Rustin Cohle e Martin Hart. Una caccia lunga diciassette anni. Attraverso archi temporali diversi, vengono raccontate le vite e le indagini dei due detective, dal 1995 al 2012, anno in cui il caso viene riaperto.

  • LA VITA È SOGNO

La serie ideata da Nic Pizzolato ha molti riferimenti letterari. I dialoghi tra Marty e Rust e in particolare le riflessioni di quest’ultimo hanno svariati elementi in comune con quelle di Amleto, a partire dal celebre monologo dell’Atto III, scena I: dal senso dell’esistenza alla sua natura di sogno fino al desiderio del suicidio, se non fosse “per il terrore di quella terra sconosciuta oltre la morte, da cui non torna più nessuno, che paralizza la volontà”.

Ecco alcuni passaggi di Rust:

“Ognuno è così sicuro del proprio essere reale, e che la propria esperienza sensoriale abbia costituito un individuo unico dotato di scopo, di significato. Sono così sicuri di essere qualcosa di più di una marionetta biologica. Beh, poi esce la verità e tutti si rendono conto che una volta tagliati i fili tutti cadono. Ogni corpo immobile così certo di essere qualcosa in più della semplice somma dei propri bisogni, tutte quelle giravolte inutili, le menti stanche… Uno scontro tra desiderio e ignoranza. Nel momento della morte capisci che tu, proprio tu, tutto questo grande dramma non è mai stato altro che un coacervo raffazzonato di presunzione e stupida volontà. E puoi semplicemente lasciarti andare, finalmente, adesso che non devi più aggrapparti così forte per renderti conto che tutta la tua vita, tutto il tuo amore, il tuo odio, i tuoi ricordi, il tuo dolore era tutto la stessa cosa. Era tutto lo stesso sogno, un sogno che hai avuto dentro una stanza chiusa. Un sogno sull’essere una persona. E come in un sacco di sogni, alla fine c’è un mostro”. (Ep. 3, La stanza sbarrata)
“Dico a me stesso che sono un testimone. Ma la vera risposta è che, a quanto pare, è quello per cui sono stato programmato. E mi manca il coraggio di suicidarmi”. (Ep. 1, La lunga luminosa oscurità)

  • IL PESSIMISMO COSMICO

Un pessimismo cosmico leopardiano, quello di Rust, intriso di considerazioni sulla natura matrigna.

“Io mi considero un realista, ok? Ma in termini filosofici sono quello che si dice un pessimista. Io penso che la coscienza umana sia stato un tragico errore dell’evoluzione. Siamo diventati troppo consapevoli di noi stessi. La natura ha creato un proprio aspetto che è diventato indipendente da essa. Siamo creature che non dovrebbero esistere, secondo la legge naturale. Siamo dei semplici oggetti che si affannano inseguendo l’illusione di avere una personalità. Quest’accrescimento dell’esperienza sensoriale e dei sentimenti, programmato con la totale sicurezza che siamo qualcuno, quando in realtà tutti noi non siamo nessuno”. (Ep. 1, La lunga luminosa oscurità)

Ed ecco Amleto:

Che opera d’arte è l’uomo, com’è nobile nella sua ragione, infinito nelle sue capacità, nella forma e nel muoversi esatto e ammirevole, come somiglia a un angelo nell’agire, a un dio nell’intendere: la beltà del mondo, la perfezione tra gli animali – eppure, per me, cos’è questa quintessenza di polvere? L’uomo non ha incanto per me” (Amleto II, ii)

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  • LA FOLLIA DI UN ESATTORE

 È attraverso la maschera della follia, vera e presunta, che Amleto mette in atto il suo piano di dissimulazione e di vendetta. Così Rust, ribattezzato a inizio carriera ‘l’esattore’ per quel grande taccuino su cui annota tutto, trascurato e in preda all’alcol risponde anni dopo agli agenti che lo interrogano davanti alla telecamera. Il linguaggio si fa oracolo, enigma, sentenza, nonsense. Ma alla fine la luce della verità sembra avere la meglio.

Sentite, tutti sanno di avere qualcosa che non va. Semplicemente non sanno cosa sia. Vogliono tutti una confessione. Vogliono tutti un racconto catartico per descriverla, specialmente i colpevoli. Ma tutti sono colpevoli in qualche modo”. “La Morte ha creato il Tempo affinché facesse crescere tutto ciò che poi lei avrebbe ucciso”. (Ep. 5, Il destino segreto della vita stessa)

Rust: Ti confesso Marty, sono stato sveglio in quella stanza a guardare dalla finestra ogni notte, pensando…c’è solo una storia. La più antica.
Marty: Quale?
Rust: La luce contro l’oscurità.
Marty: Beh…so che non siamo in Alaska, ma a me sembra che l’oscurità abbia molto più spazio.
Rust: Già. Hai proprio ragione.
Rust: Credo che ti sbagli…sul cielo stellato.
Marty: In che senso?
Rust: Una volta c’era solo l’oscurità. Se me lo chiedessi, ora ti direi che la luce sta vincendo.

(Ep. 8, Carcosa)

FARGO – Il mercante di Venezia

La serie è tratta dall’omonimo film del 1996 diretto dai fratelli Cohen (produttori della serie).

Le vicende narrate – che all’inizio di ogni puntata ci viene detto essere realmente accadute – sono ambientate nel 2006 in un Minnesota perennemente imbiancato dalla neve, tra le cittadine di Bemidji e Duluth. Le città del nord degli Stati Uniti sono segnate dall’arrivo del violento delinquente proveniente dalla città di Fargo, Lorne Malvo, il quale, durante un casuale incontro a Bemidji, trascina in un piano criminale un sempliciotto assicuratore senza successo, Lester Nygaard . A seguire le tracce delle loro malefatte è la giovane e intraprendente agente di polizia Molly Solverson cui si affianca l’imbranato poliziotto di Duluth, Gus Grimly.

  • IL SENSO DI INFERIORITÀ

La figura di Lester Nygaard e quella di Shylock, il mercante ebreo-veneziano del Bardo, sono accumunate da un senso di inferiorità: Lester se ne rende apertamente conto dopo l’incontro-scontro con l’ex compagno di liceo e il dialogo con Lorne Malvo che lo condurrà verso la strada della vendetta a partire da quei cari che ne sottolineano costantemente l’inettitudine; il secondo verso Antonio, mercante cristiano di Venezia che è solito prestare denaro, a differenza di Shylock, gratuitamente.

«Signor Antonio, più e più volte a Rialto voi mi avete insultato per le mie somme di denaro e i miei interessi; ho sempre sopportato con una paziente scrollata di spalle, perché la sopportazione è l’insegna di tutta la nostra tribù. Mi chiamate miscredente, cane assassino, sputate sulla mia gabbana d’ebreo, e tutto per l’uso che io faccio di quello che è mio. Ebbene, ora sembra che abbiate bisogno del mio aiuto. Ma bravo! Venite da me e mi dite, “Shylock, vogliamo del denaro”, così mi dite, voi che mi avete scatarrato sulla barba e preso a calci come si scaccia dalla soglia un cane randagio, voi mi chiedete del denaro! Cosa dovrei dire a voi?» (Il mercante di Venezia II, iii)

  • CARNE UMANA

Elemento macabro, è tuttavia il perno delle due storie, sebbene declinato in maniera opposta: negli omicidi e nella lunga schiera di cadaveri che Lorne e Lester si lasciano alle spalle e nella richiesta-shock che Shylock fa ad Antonio: in caso di mancato pagamento del debito di Bassanio, Antonio, suo garante, dovrà cedere una libbra della sua carne. Se è il rosso del sangue a fare da costante contraltare al biancore immacolato delle distese del Minnesota, nella tragedia shakespeariana è invece l’impossibilità di versare persino una stilla di sangue a costringere Shylock alla rinuncia del suo pegno.

  • LA BESTIALITÀ

In entrambi i testi il comportamento dei protagonisti trova nel paragone con gli animali la sua più calzante definizione.

«Quando dà il suo meglio è poco peggio di un uomo, quando dà il suo peggio è poco meglio di una bestia». Così Porzia a proposito di Shylock. (Il mercante di Venezia I, ii).

Sono diventati di culto i monologhi di Lorne Malvo a proposito della natura ferina dell’uomo. Da Plauto in avanti homo homini lupus.

“È una marea rossa, Lester, la nostra vita. Tutta la merda che ci danno da digerire, giorno dopo giorno il boss, la moglie e tutti gli altri, ci consuma. Se non ti fai valere, se non fai vedere che sei ancora una scimmia lì nel profondo, per le cose che contano, verrai solo spazzato via”. (Lorne Malvo, Stagione 1, episodio 1).

Io credo sia perché i Romani furono cresciuti dai lupi. Il più grande impero nella storia dell’umanità, fondato dai lupi. Sa cosa fanno i lupi. Loro cacciano. E uccidono. Per questo non ho mai creduto al Libro della giungla. Un ragazzo cresciuto dai lupi che diventa amico di un orso e di una pantera. No, io non credo. […] Voglio dire che i Romani, cresciuti dai lupi, videro un tizio trasformare acqua in vino e che cosa fanno? Lo mangiano. Perché non esistono santi nel regno animale, ma solo pranzi e cene”. (Lorne Malvo, Stagione 1, Episodio 5).

ALTRI ECHI:

  • la figura femminile dell’agente Solverson che come la shakespeariana Porzia con il suo intuito, la sua tenacia e la sua sensibilità, senza farsi remore nell’ “indossare i panni maschili” riesce a condurre la storia verso un positivo epilogo;
  • gli indovinelli, quelli cui vengono sottoposti i pretendenti di Porzia e quelli rivolti da Malvo all’agente Grimly (sempre sulla natura ferina dell’uomo e sul ruolo di cacciatori e prede)

LOST – La Tempesta

È il 22 settembre 2004. L’aereo di linea 815, in volo da Sydney a Los Angeles, si schianta su un’isola apparentemente disabitata. I sopravvissuti si accampano sulla spiaggia e si organizzano per resistere fino all’arrivo dei soccorsi, che però tardano. Presto scoprono che il loro aereo è uscito dalla rotta prevista di circa mille miglia e che l’isola è teatro di una serie di eventi apparentemente inspiegabili. Nel tentativo di trovare un modo per fuggire, si renderanno conto che altre persone, prima del loro arrivo, sono naufragate su quell’isola e probabilmente sono ancora lì. Nel frattempo, iniziano a nascere amicizie e tensioni tra i vari superstiti, le cui storie personali, ricostruiti in puntuali flashback, celano molti segreti, con cui saranno costretti a raffrontarsi.

  • L’ISOLA

Non è solo l’isola su cui si trovano dei naufraghi. Diventa il luogo di un esilio come per i personaggi shakespeariani Prospero, duca di Milano dotato di poteri magici e Miranda. Un’isola popolata da strane creature. Non è un caso che gli autori di Lost (J.J. Abrams su tutti) vi abbiano inserito alcuni palesi riferimenti e omaggi. Una delle stazioni DHARMA (l’organizzazione che conduce esperimenti scientifici sull’isola) porta proprio il nome La tempesta. Nel sesto episodio della IV stagione (L’altra donna), Daniel e Charlotte scoprono questa stazione elettrica che fornisce energia a tutta l’isola, ma è anche in grado di generare gas potenzialmente tossici. Il suo simbolo è un’onda. Per Lost l’ultima opera di Shakespeare  è dunque fonte di energia, spunti e suggestioni. Ma da usare con cautela.

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  • SPIRITI E STRANE CREATURE

Il mostro di fumo nero sembra avere la stessa funzione dello spirito di Ariel, evocato da Prospero e governato dalle pulsioni e dai desideri di alcuni abitanti dell’isola, ovvero quella di essere a difesa dell’isola stessa. In alcune circostanze il fumo nero così come gli orsi polari sembrano avere un ruolo più simile a quello di Calibano, uomo-mostro, figlio di una strega, unico abitante mortale dell’isola all’arrivo di Prospero.

  • JACOB COME PROSPERO

Prospero causa il naufragio di una nave e conduce i naufraghi su una non meglio precisata isola. Così il personaggio di Jacob, protettore immortale dell’isola, nell’episodio The Incident della quinta stagione che tesse una trama in cui induce gli altri personaggi a muoversi con il fine di indirizzarne i vari percorsi verso la sua abitazione, la grotta nel caso di Prospero.

 EMPIRE – Re Lear

Lucious Lyon è un magnate dell’industria discografica di mezza età, con un passato pieno di scheletri tra ghetto e droga. Quando scopre di avere lo sclerosi e solo tre anni di vita davanti, deve decidere a chi lasciare tra i suoi tre figli, il suo “impero”. Una decisione che si rivelerà più complicata del previsto.

  • UN’EREDITÀ PER TRE

“Re Lear incontra Dynasty e Il Padrino. Ecco come definirei il mio Empire. Una serie che ha il ritmo delle soap e il passo tragico di Shakespeare: in salsa black”. Così Lee Daniels, apprezzato regista per The Butler e Precious descrive la sua serie tv appena approdata in Italia, in anticipo rispetto al previsto, per cavalcare l’enorme successo riscosso negli States.

Il plot principale è quello dell’opera del Bardo, solo che questa volta i figli destinati all’eredità sono maschi e non femmine. E si passa dagli endecasillabi del primo Seicento del genio del teatro alle rime graffianti dei brani del rapper e produttore più pagato del momento, Timbaland.

Chi tra i ragazzi di Lucious sarà all’altezza di succedergli? Andre è un manager che soffre di sindrome bipolare; Jamal è l’artista, osteggiato dal padre per via della sua omosessualità, ma affiancato dalla madre Cookie, cofondatrice dell’Empire appena uscita di prigione mentre Hakeem, il più piccolo, vorrebbe fare il rapper, ma è tanto viziato da compromettere la sua credibilità.

“Ma che siamo dentro Re Lear?”, chiede sfrontatamente uno di loro al genitore.

Chi sarà rispettivamente Goneril, Regan e Cordelia, le tre figlie di Lear? Anche Lucious come Lear si farà influenzare inizialmente dalle lusinghe? La sincerità e l’abnegazione di Cordelia da chi saranno incarnate? La serie è appena cominciata e non resta che scoprirlo.

 

Nota: le citazioni da Shakespeare sono tratte dalle collane Garzanti

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