Carme Chaparro, giornalista televisiva spagnola, è al debutto narrativo con il thriller "Non sono un mostro", un successo in Spagna - Su ilLibraio.it un capitolo

Carme Chaparro, giornalista televisiva spagnola classe ’73, è al debutto narrativo con il thriller Non sono un mostro, pubblicato in Italia da Sem (l’autrice è protagonista a Bookcity Milano, venerdì 17 novembre, alle ore 19, in via Cadore 33, assieme a Sandrone Dazieri). Il libro ha vinto il Premio Primavera de Novela ed è stato un successo in Spagna.

La trama ci porta in un centro commerciale di Madrid. Nel mezzo della confusione di un pomeriggio di acquisti, qualcuno osserva i bambini che giocano. Sarebbe facile sceglierne uno e rapirlo. Molto facile, se solo la mamma si allontanasse… ecco, una mamma si distrae. Per un attimo lascia la mano del suo piccolo per guardare una vetrina. Abiti colorati, scarpe meravigliose. È lontana. Quanto basta. Al mostro bastano pochi secondi. Qui inizia l’incubo, all’improvviso, un incubo che ha per involontario protagonista un bambino indifeso.  Ma la storia si ripete, e i bambini rapiti diventano due, e poi tre… Non c’è nemmeno il tempo di respirare per i personaggi di questo thriller: Ana Arén, ispettore di polizia, e Ines Grau, giornalista e scrittrice, sprofondano in un’indagine ad alta tensione che le vedrà allo stesso tempo predatrici e prede…

CARME CHAPARRO

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

ANA

Quando Ana Arén arrivò al centro commerciale, le venne subito una gran voglia di appendere per le palle i responsabili della sicurezza. Non c’era una porta chiusa e nessuno a controllare le entrate. Se era vero che avevano appena rapito un bambino – se non si trattava di un falso allarme – il piccolo e il suo rapitore ormai dovevano essere molto lontani. Per non parlare delle eventuali prove probabilmente andate perse. Potevano essere rimaste attaccate alla suola delle scarpe di una qualsiasi delle centinaia di persone che pullulavano lì dentro, ormai irrimediabilmente sfumate in qualche casa di periferia. Ma non avevano imparato niente da quello che era successo due anni prima? Non era stata una lezione sufficiente?

«Ispettore capo. Ispettore capo!» sentì chiamare alle proprie spalle. «Qui!»

Con tutta quella gente che vagava apparentemente senza meta, le fu difficile capire da dove provenisse il richiamo. L’atteggiamento dell’essere umano in un centro commerciale l’aveva sempre stupita. La folla fluiva lungo i corridoi in apparente disordine, vagando a caso, un passo dopo l’altro, meccanicamente – destro, sinistro, destro, sinistro – come se fosse lì dentro solo per far passare il tempo. Lì, dove il visitatore aveva tutto il necessario: aria condizionata in estate e riscaldamento in inverno, bagni, banche, fontane pubbliche e una superficie liscia su cui camminare senza timore di inciampare.

«Qui.»

Ana si aspettava un’uniforme, invece a parlare era una ragazza in borghese. Era già arrivata la scientifica? Soltanto gli agenti del gruppo investigativo non indossavano l’uniforme e quella ragazza era in borghese. Di solito, sulla scena del crimine – oddio, sperava proprio che non fosse quello il caso! – veniva mandato a prenderla il povero borsista appena uscito dall’Accademia di Polizia di Avila.

«Ispettore capo, salve, buongiorno. Grazie per essere venuta così in fretta» la salutò la ragazza. «Scusi, che maleducata! Sarà la tensione. Lei è un’istituzione nel corpo, lo sa? Oh, mi scusi di nuovo! Non mi sono presentata. Sono Sonia Calero, del commissariato di Madrid-Ovest. La stavamo aspettando.»

«Quando siete arrivati?»

«La pattuglia è arrivata dopo dieci minuti dalla telefonata di uno dei testimoni, secondo cui una donna urlava che qualcuno aveva preso suo figlio. Hanno capito subito che non si trattava di un falso allarme e così ci hanno avvisati. Io ero fuori servizio, ma stavo facendo compere qui vicino e sono venuta.»

Era lo stesso posto in cui due anni prima era scomparso Nicolás. Sembrava un incubo.

«Ragguagliami sul caso» chiese Ana, dirigendosi in tutta fretta verso il punto della scomparsa .

«Be’, stiamo interrogando la madre. E stanno cercando di localizzare il padre. Lei è isterica, molto nervosa, non c’è modo di farle articolare una frase completa, quindi abbiamo chiamato un medico per vedere se può fare qualcosa.»

«Da quanto è sparito il bambino?»

«Due ore. Ci hanno chiamati immediatamente, siamo arrivati quasi subito, ma per ora non c’è traccia di lui in tutto il centro commerciale né nei dintorni. Ha quattro anni, si chiama Enrique. Lei lo teneva per mano. Si erano fermati davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli, a guardare pupazzi di una roba che si chiama Paw Patrol

Carme Chaparro

Sonia parlava molto in fretta, era difficile capirla, parlava come camminava, inanellando parole senza mai riprendere fiato, con il ritmo serrato di una gara di marcia.

«Cosa sono? Cartoni animati?» chiese Ana.

«Pare. Si vede che lei non ha figli. Oh, mi scusi, mi sto facendo gli affari suoi! Mi scusi, eh, mi scusi. Sembra che» cercò di salvare la situazione «siano i cartoni preferiti dei bambini, al momento. I miei nipotini li adorano. Sono cani che fanno gli agenti di polizia.»

«Cani poliziotto? Quello che ci mancava. Non gli verrà in mente di inventarsi una scimmia come giudice istruttore. Quello no, vero?» il tono di Ana era amaro, ma Sonia rise.

«Come sa le nostre uniformi vestono molto bene, anche un cane. Comunque, guardi, abbiamo organizzato la centrale operativa lì, in quel negozio.»

Doveva essere il negozio di giocattoli, per l’appunto. Ottima posizione per vendere, pessima per sparire. Era accanto a una delle porte che davano alla zona ascensori e alle scale di emergenza. Se qualcuno aveva preso il bambino, doveva essere stato facile filarsela in pochi secondi.

Dentro, il proprietario rispondeva alle domande degli agenti, ma a quel punto forse si stava già pentendo di aver consentito di usare il suo negozio come base per la polizia. Garantito che si era offerto non soltanto in buona fede, ma anche perché si sentiva un po’ in colpa, visto che il bambino era scomparso proprio davanti alla sua vetrina.

Ana e Sonia superarono il gruppetto e andarono dritte verso il retrobottega. Dietro una porta socchiusa, in quello che era un piccolo sgabuzzino senza finestre né ventilazione, c’era la madre del bambino, seduta su un mucchio di scatole di giocattoli, con uno sfigmomanometro al braccio. Il medico guardò Ana e le fece un cenno quasi impercettibile. Aspetta un attimo, per favore, dammi qualche secondo, le disse con lo sguardo.

«Centosessanta su novanta. È alle stelle.»

La donna non reagì. Probabilmente sprizzava adrenalina da tutti i pori, suo figlio era scomparso da due ore. Ana aveva bisogno di quella donna nelle sue piene facoltà. O, almeno, nelle piene facoltà consentite dalla situazione.

«Come si chiama?» sussurrò Ana a Sonia.  «Lei Lola. E il figlio Enrique.» «Dì al medico che le dia qualcosa per calmarsi, ma che non sia troppo forte. Ho bisogno che sia lucida.» «D’accordo.»

«Non farti sentire da lei.» «Certo, certo» annuì sollecita Sonia. «Ciao, Lola. Sono Ana. L’ispettrice Arén» si presentò Ana, con voce dolce, sfiorandole un braccio. Ad Ana piaceva toccare leggermente le vittime. La pelle era l’organo più grande e sensibile del corpo, due metri quadrati di pura percettibilità, il modo migliore per entrare in contatto con i sentimenti altrui e comunicare: “Sono qui accanto a te e voglio aiutarti”. Anche se a volte bisognava fare attenzione. In alcune persone, quando il dolore era molto grande, il contatto pelle a pelle causava una scarica elettrica molto dolorosa. Se la sofferenza è estrema, la vittima si chiude in se stessa in posizione fetale per proteggere gli organi vitali rinchiusi nel torace. E qualsiasi contatto esterno viene percepito e si sente fisicamente come un’aggressione vitale, una botta nel centro del dolore fisico ed emotivo.

«Lola, sono qui per trovare tuo figlio.»

La donna guardò Ana come se non capisse l’esatto senso delle parole che aveva appena pronunciato. Qui? Trovare? Figlio? Sembrava stesse cercandone il significato in qualche angolo recondito del cervello.

«Devi aiutarmi, Lola, devi aiutarmi. Ogni minuto che passa è di vitale importanza. Ho bisogno che mi aiuti, se vogliamo trovare Enrique.»

«Ho… io… ho già raccontato tutto alla polizia» farfugliò infine, come se stesse emergendo da un sogno. «Non so altro. Dov’è il mio bambino? Dov’è?»

Lola iniziò a tremare, tra i singhiozzi. Il suo corpo si cullava al ritmo delle lacrime.

«Lola, Lola, tesoro» insistette Ana «guardami negli occhi. Troveremo Enrique.»

«Kike, è Kike. Se si è perso e lo chiamano Enrique, non risponderà. Kike. Chiamatelo Kike.»

«D’accordo, Lola. D’accordo. Kike. Allora noi due troveremo Kike.»

Ad Ana non piaceva dare del lei in quei frangenti, le sembrava creasse una strana barriera: io poliziotto, sto qui, e tu, vittima, te ne stai dall’altra parte. Preferiva dare del tu. Anche se a qualcuno suonava strano.

«Cercheremo Kike, ma ho bisogno che ti concentri. D’accordo? Coraggio, tesoro, siamo insieme. Iniziamo dal principio. Cos’è successo?»

«Io… io… stavamo passeggiando, gli avevo promesso che, se non avesse pianto prima di entrare a scuola, poi l’avrei portato alla piscina di palline. Quest’anno ha cambiato scuola, sa? Mi sono separata e non posso più pagare la retta di quella privata. Kike sta facendo fatica ad adattarsi a tutto, la casa nuova, la separazione, la scuola. Per questo gli ho promesso che saremmo andati alla piscina delle palline, non volevo che piangesse.»

«Cosa ricordi del momento della sparizione?»

«Kike… » sospirò tirando su col naso «l’unica cosa che lo calma, in questi giorni, è la Paw Patrol. Sa, no, quei cartoni animati sui cani poliziotti e pompieri. Li adora. Arriviamo sempre tardi a scuola perché non vuole spegnere il televisore. Perciò quando ha visto i giocattoli della Paw Patrol in vetrina ci siamo fermati. Avrebbe dovuto vedere che faccia, aveva gli occhi spalancati. Mi ha lasciato la mano per guardare meglio. Era lì con i palmi e il naso appiccicati al vetro. Se avesse potuto, ci sarebbe passato attraverso. Io, io… mi sono distratta. Mi è arrivata una notifica di Whatsapp e ho risposto al messaggio.»

«Chi le ha scritto?»

«Mio marito. Be’, il mio ex marito. Voleva tenere lui Kike questo weekend. Non era il suo turno, quindi mi sono arrabbiata molto.»

«Mi fai vedere il cellulare, per favore?» Effettivamente c’era. Il messaggio dell’ex marito, Ricardo. Ana si voltò. «Il padre del bambino è arrivato? L’avete trovato?» chiese a Sonia.

«No. Non che io sappia, vado a chiedere fuori. Le faccio subito sapere, ispettore.»

Il messaggio era delle cinque e tredici minuti. “Lola, domani prendo io Kike, così passiamo insieme il weekend. Per una volta può saltare la scuola, venerdì. Preparagli già la borsa e lasciala in segreteria, domattina. Io passo a ritirarlo all’uscita.” La risposta di Lola era piuttosto lunga: lei era stufa e chi diavolo credeva di essere, lui, e comunque non aveva nessuna intenzione di dargli il bambino. Che se necessario avrebbe fatto cambiare la serratura e chiamato la polizia.

Il messaggio del marito era stato inviato alle diciassette e tredici. Lola aveva risposto alle diciassette e diciannove.

«Lola, hai risposto subito al messaggio?»

«Sì. Appena ho ricevuto la notifica ho preso il cellulare e ho risposto.»

«Ma secondo questi orari che hai impiegato sei minuti a rispondere.»

«Io… io… ho risposto subito, glielo giuro.»

Il messaggio del marito sembrava scritto di proposito per innervosire la moglie. Per provocare una sua reazione. Sei minuti per un messaggio di cinque righe erano troppi. Ma chi può dire? Forse Lola aveva scritto e cancellato e poi riscritto e ricancellato varie volte, fino a trovare le parole giuste per comunicare quel che voleva. Se lui l’aveva fatta inferocire non c’era da stupirsi che avesse faticato a scrivere un messaggio soddisfacente.

«Ispettrice, può venire un momento?» Sonia la chiamò dalla soglia. «Non abbiamo trovato il marito» sussurrò portandola in un angolo in disparte. «Il cellulare continua a non prendere. E lei sa, vero?»

« Nella maggior parte delle sparizioni di minori il colpevole è qualcuno della famiglia o una delle persone più vicine. Ma magari è al cinema oppure se la sta spassando con la ragazzina per cui ha lasciato la moglie o è in riunione.»

«Al lavoro dicono che è uscito dopo pranzo.»

«Non possiamo fissarci solo sull’ipotesi che sia stato il padre del bambino, Sonia. Può darsi di sì, ma anche di no. Ora come ora non possiamo scartare nessuna possibilità. Se vogliamo salvare Kike, dobbiamo tenere la mente ben aperta.»

Quante volte aveva ripetuto quella frase ai nuovi arrivati? La mente aperta. Non scartare nulla. A volte eliminiamo la prima soluzione che ci viene in mente perché ci sembra scontata. Banale. Facile. O impossibile.

«Abbiamo chiesto un elenco dei dipendenti del centro commerciale. Sicurezza e pulizia sono servizi esterni. Un gruppo di agenti sta passando da un negozio all’altro per raccogliere i dati dei commessi. E chiedono anche se qualcuno sia stato licenziato negli ultimi tempi.»

«Hai avvisato quelli dell’ITU?»
«Quelli di internet?»
«Sì, chiamali da parte mia. E chiama anche il gruppo. Fatti passare il vice ispettore Javier Nori. Digli che dia un’occhiata all’elenco dei pedofili schedati, vediamo se c’è qualche movimento strano.»

«Ah, un’altra cosa, ispettrice!» la trattenne Sonia appena lei si voltò per tornare dalla madre di Kike.

«Cosa c’è ancora?»

« Qualcuno ha parlato. Fuori è arrivata la stampa. Sì, insomma, una rete televisiva. Uno degli agenti che controllano il perimetro ha visto un tecnico che preparava una diretta.»

«Non devono entrare. Metti una pattuglia che li controlli con discrezione, e facciamo in modo che non si scateni il panico quando la gente saprà cos’è successo. Appena partirà la diretta, qua dentro i cellulari squilleranno dappertutto. Non voglio un’invasione. Manca ancora mezz’ora ai notiziari delle otto, abbiamo un po’ di margine. Per ora abbiamo contenuto la fuga di notizie, ma quando la televisione ne parlerà, i social andranno a fuoco e qui si scatenerà l’inferno.»

«D’accordo, capo.»

Ana sbuffò. Come era possibile che la stampa l’avesse saputo così in fretta? Se c’era in zona Inés Grau, lei avrebbe avuto dei problemi. Merda. Inés.

Rientrò nel retrobottega.
«Lola, hai una fotografia del bambino?»
«Sì. Sì, certo. Guardi» le mostrò di nuovo il cellulare, «questa gliel’ho scattata qualche minuto prima della… della… sparizione.»

Lola iniziò a tremare. Sparizione. Pronunciare quella parola aveva reso reale il fatto che suo figlio non fosse più con lei. L’aveva davvero perso. O qualcuno gliel’aveva portato via.

Ana Arén vide di più. Un dettaglio che la raggelò. La fotografia di Kike. Quattro anni. Bruno. Capelli lisci tagliati a caschetto. Grandi occhi castani. Quel bambino era identico a Nicolás.

Nicolás di nuovo, no. Slenderman di nuovo, no.

(continua in libreria…)

(Visited 141 times, 141 visits today)

Commenti