Dalla Sicilia alla Valsugana, dalla Sardegna a San Daniele del Friuli, un libro racconta da vicino le libraie italiane, che conciliano un’oculata gestione aziendale con la capacità di accogliere, la concretezza con la creatività e... - Leggi la prefazione di Claudia Tarolo

Sono sole o in un gruppo affiatato, in un piccolo centro o in una grande città, hanno spazi minimi o sontuosi. Hanno in comune l’amore per i libri, scelte di vita radicali, idee chiarissime e fantasia. Conciliano un’oculata gestione aziendale con la capacità di accogliere, la concretezza con la creatività. La narrazione è la loro arte sopraffina, e hanno saputo fare della loro passione un mestiere.

Dalla Sicilia alla Valsugana, dalla Sardegna a San Daniele del Friuli, il volume La voce dei libri II – Storie di libraie coraggiose (in uscita il 14 maggio per Marcos y Marcos, a cura di Matteo Eremo), racconta 20 donne saldamente al timone della loro libreria.

Matteo Eremo ha ascoltato le loro avventure e ha scritto un libro pieno di speranza, che presenterà con  Claudia Tarolo al Salone del libro di Torino venerdì 15 maggio alle ore 16.

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La prefazione di Claudia Tarolo:

Se un cliente si ferma sulla soglia per chiedere “Permesso?”, Filomena ci resta male. La porta di Controvento è sempre aperta e tutti devono sentirsi liberi di entrare. A come accoglienza, così comincia l’alfabeto della buona libreria.
I libri, il mare, l’arte, le storie, i monumenti secolari: b come bellezza. Teresa, Isabella e Paola la mettono in conto capitale.
C come coraggio, che non significa illusione o impulso cieco di un momento. “Il coraggio è una forma di costanza”: Matteo Eremo ricorda le parole di Cormac McCarthy dopo l’incontro con Adriana e Mirella in Valsugana. È proprio questo tipo di coraggio che ci vuole in libreria.
Lo dicono Luciana, Evelina e Paola: dobbiamo ascoltare i lettori uno per uno, studiare ogni dettaglio, essere sempre pronte a cambiare, continuare a inventare.
Ogni giorno. Perché alla lettera ci sono anche i conti, e bisogna farli tornare.
La libreria può essere un sogno, ma è prima di tutto un’azienda, e sta a noi farla funzionare.
Se saremo abbastanza brave, ogni giorno, la nostra libreria continuerà a esistere e forse a prosperare.
E la nostra bravura, è questo il bello, non dev’essere una tecnica fredda. Non funzionerebbe, studiata a tavolino. Per farcela dobbiamo contare soprattutto sulle nostre più profonde aspirazioni e qualità.
È una pratica di indipendenza contagiosa, dice Roberta, libraia e viaggiatrice, l’avventura che vivo quando resto in città.
La nostra professionalità, il nostro coraggio quotidiano, dicono Cristina e Sabina, significano fare della libreria un posto ricco e vero, dove la gente è attirata da proposte di sostanza e desidera restare; significano conoscere i libri e saperli consigliare anche in silenzio; significano saper coinvolgere, emozionare.
Significano capire quando un lettore ha bisogno di una birra fredda, di ridere, di stare in pace, o di farsi un bel pianto; significano offrirgli quello che davanti a uno schermo gli manca.
“Fare della nostra libreria una culla, calare l’arte nella vita”: Manuela lo può declinare anche così, il suo piano commerciale.
I nostri best seller non piovono dall’alto, dicono Valentina e Francesca, dal Veneto e dalla Svizzera: sono frutto dei nostri scavi, delle nostre letture e dei nostri consigli.
Le librerie sono “luoghi di cultura aperti sulla strada” è la definizione bellissima di Anna.
“Chi ha un’idea può entrare e raccontarla. E nascono così nuovi progetti”.
Per migliorare il mondo, per dare lavoro, pane, acqua e sale a tutti gli uomini, come voleva Mandela, dobbiamo spalancarla, quella porta sulla strada, a ogni possibilità di scambio; dobbiamo saper anche uscire dalla libreria, per entrare nelle scuole, per andare incontro alla gente nelle piazze.
“È il nostro modo di fare politica, di contribuire al benessere della comunità” dice Giampaola, trent’anni di lavoro a tutto campo nel settore cruciale della cultura per l’infanzia.
Educare all’ascolto prolungato, difendere il diritto dei bambini allo stupore; mentre mille informazioni ci sfiorano senza toccarci veramente, facciamo succhiare ai nostri figli, insieme al latte, domande, meraviglie e segreti. Giovanna racconta che sono i ragazzi, adesso, a lamentare il passaggio dei genitori al digitale.
Perché il libro è l’oggetto più multimediale che esista, dicono Teresa, Bianca ed Elena: i bambini guardano, toccano e annusano, gli adulti si lasciano andare; gli illustratori vengono in libreria a disegnare, gli scrittori a raccontare, e nasce intorno al libro un centro culturale.
Quando Vito Cavallotto è morto, e la moglie e le tre figlie giovanissime hanno portato avanti il lavoro in libreria, i concorrenti mormoravano:
“Ca’ nu a fari ’sti quattru fimmineddi suli?” Sono passati più di trent’anni: le quattro donne sole hanno dimostrato lungimiranza, acume imprenditoriale, capacità di aggiornarsi e di stringere alleanze senza sosta. La Libreria Cavallotto ha affrontato e continua ad affrontare a testa alta cambiamenti epocali. È questione
di adeguamenti tecnologici, direzione d’impresa, accortezza commerciale, certo.
Ma in più le donne hanno quel coraggio che è una forma di costanza, quell’istinto di fare di ogni luogo un posto caldo, quella capacità di
ascolto che è attenzione per gli altri, quel modo di toccare i libri per conoscerli che unisce amore e competenza.
Anche per questo, sono bravissime libraie.

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