Su IlLibraio.it l'intervento di Stefano Mauri, che dopo la strage di Parigi si interroga sul diritto di satira e sulla libertà di stampa

Ricordo che ai tempi del trasferimento della sede del gruppo  in via Gherardini, il capo dell’impresa di operai era un brav’uomo musulmano, con un buco sulla fronte. La causa? Tutte le volte che in vita sua si era inchinato verso La Mecca. Nello stesso periodo ricevetti il manoscritto di un politico italiano di destra, che aveva un buon piglio, ma che a un certo punto sparava con umorismo grasso e volgare sulla religione e i suoi rituali in modo del tutto gratuito. Respinsi il manoscritto per altri aspetti condivisibile (ad esempio, criticava giustamente l’importazione, tra le mura domestiche dell’Occidente, di sistemi per noi illegittimi, discriminatori e repressivi).

Fu l’unica volta che non mi sono sentito di lasciare totale libertà a un autore. Lo feci perché ogni giorno vedevo Mohamed con quel buco sulla fronte, come dirigeva con saggezza e umanità i suoi, risolvendo gli intoppi e i problemi con grazia, inventiva e dedizione. E perché anche se la satira mi piace, in genere non vedo la necessità di applicarla a religioni così permalose e suscettibili.

Un’altra volta, quando sedevo nell’International Publishers Association, si discuteva se far entrare o meno nella associazione internazionale l’associazione degli editori di un paese arabo. La proposta era stata bocciata l’anno prima perché un altro membro occidentale della giuria aveva il dubbio che tale associazione non difendesse la libertà di stampa. Furono fatti degli approfondimenti e fu chiesto all’associazione se avesse difeso anche pubblicazioni contro Maometto. La candida risposta degli associati fu che non capivano per quale strana ragione un editore arabo dovesse pubblicare testi contro Maometto. Un membro occidentale della giunta allora disse che o c’era la difesa di una totale libertà di stampa oppure quell’ente non era ammissibile.

Ora: dal punto di vista personale sono a favore della totale libertà di stampa, e questa riguarda come la pensano gli altri, non come la penso io. Tuttavia, qui si trattava di emarginare o inserire in un processo integrativo verso i valori democratici un’associazione di editori araba. Allora presi la parola e ricordai a quel collega che in Spagna è vietato sparlare della famiglia reale, che in Italia è vietata l’apologia del fascismo, che in Austria è penale il negazionismo, che negli Usa, paese del primo emendamento, faro della libertà di stampa, era vietato essere comunisti e propagare il comunismo. Viceversa, nei Paesi Arabi era semplicemente vietato parlare male del loro Dio. Quindi, la libertà di stampa in realtà è stata sempre un po’ relativa. Il rappresentante egiziano mi ringraziò per questo intervento, ma poi prevalse il no quando si diffuse la notizia che anche i libri sull’omosessualità erano banditi. A dire il vero, il candidato si permise l’ironia di dire che c’erano moltissimi libri che trattavano questi temi, lasciando intendere che erano i libri contrari.

Ora: il Financial Times dice che tutto sommato non è per pubblicazioni come Charlie Hebdo che si difende la libertà di stampa? Sbaglia di grosso. Perché il tema della libertà di espressione è che nessuno può avere il potere di definire quali siano le espressioni ammissibili e quali no, dunque andrebbe difesa sempre e comunque, anche se, come abbiamo visto, ci sono eccezioni qua e là legate alla costituzione degli stati (contro il comunismo, contro il fascismo, a favore di Allah o della famiglia reale).

Ieri sera ho sentito da Mentana, su La7, un Mullah moderato dire che, però, Charlie Hebdo è una rivista molto irrispettosa e che la stampa occidentale dovrebbe rendersi conto che vi sono religioni che si sentono profondamente insultate dalla satira. Credo che i musulmani debbano combattere questa satira con l’indifferenza: non c’è gistificazione alcuna a dire quanto ha detto il Mullah, perché allora si deve rispondergli chiaro e tondo che i musulmani devono capire che l’Occidente ha princìpi altrettanto inalienabili, come la libertà di espressione (e Charlie Hebdo era di sede a Parigi, non nello Yemen). Che non vuol dire che chiunque può dire qualsiasi cosa e restare impunito, ma che chiunque può dire quel che vuole e affrontarne le responsabilità secondo la legge locale e non secondo l’etica, che è relativa e soggettiva come dimostra proprio questo caso.

Charlie Hebdo, come altre testate, esercita una funzione provocatoria; equivale, nella democrazia che ha fondato l’Illuminismo, al canarino che gli speleologi usano nelle grotte per vedere se il gas è tossico. Bene, signori, l’ambiente è tossico se tre disgraziati possono fare quello che hanno fatto e pensare di essere nel giusto. Oggi non si può più irridere il loro Dio, domani non si potrà più pubblicare nulla che difenda l’omosessualità? Vadano a vedere The Imitation Game, il film su Alan Turing, per capire che non possiamo tornare da dove veniamo. La culla dell’Illuminismo deve reagire,  a cominciare devono essere proprio  tutti gli onesti, tolleranti e rispettabili Mohamed francesi, che ieri hanno partecipato alla manifestazione di solidarietà.

*L’autore, presidente e Ad del gruppo GeMS, è editore de IlLibraio.it

 

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