Tra grammatica e stile, Massimo Birattari esamina per ilLibraio.it i principi generali che regolano in italiano la posizione degli aggettivi...

Dove vanno messi gli aggettivi? Prima o dopo il nome?

Cinque microlezioni di grammatica per cominciare bene la scuola

L’articolo della settimana scorsa era intitolato Meglio una ripetizione di un sinonimo stupido. Se il titolo fosse stato Meglio una ripetizione di uno stupido sinonimo, con l’aggettivo prima del nome, il significato sarebbe stato lo stesso?


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Riflettete con calma. Intanto leggete il breve brano seguente (segnalato da Piero Capelli, l’autore del meme minatorio sulla virgola tra soggetto e verbo che ho citato nella prima di queste microlezioni). Riguarda l’ordine degli aggettivi in inglese:

“In inglese, gli aggettivi devono obbligatoriamente stare in quest’ordine: opinione-dimensione-età-forma-colore-origine-materiale-scopo Nome. Così è possibile avere un lovely (grazioso) little (piccolo) old (vecchio) rectangular (rettangolare) green (verde) French (francese) silver (d’argento) whittling (da intaglio) knife (coltello). Ma basta un minimo errore nell’ordine delle parole per fare la figura del pazzo. La cosa bizzarra è che ogni madrelingua usa questa lista, ma quasi nessuno sarebbe capace di metterla per iscritto. E dato che la dimensione viene prima del colore, non possono esistere green great dragons (verdi grandi draghi).”

(Mark Forsyth, The Elements of Eloquence: How to Turn the Perfect English Phrase)

In inglese, l’ordine delle parole è molto più rigido che in italiano. Per quanto riguarda gli aggettivi, nella stragrande maggioranza dei casi precedono il nome, possono anche essere nomi usati in funzione di aggettivo (nel nostro esempio, silver è un nome, “argento”, che anteposto a un altro nome dignifica “d’argento”), devono stare in quell’ordine e, appunto, possono essere tanti e non separati da virgole (e quando si trova davanti una serie simile, un traduttore è nei guai: per ragioni di fluidità sarà costretto a tagliare qualcosa).

In italiano, la disposizione degli aggettivi è molto più libera, ma anche noi abbiamo regole (o più esattamente principi generali) che riguardano in primo luogo la collocazione degli aggettivi qualificativi prima o dopo il nome a cui si riferiscono. Osservate il brano qui sotto, tratto da Lessico famigliare, il capolavoro di Natalia Ginzburg. Ho evidenziato in corsivo gli aggettivi che precedono il nome, e in neretto quelli che lo seguono. (Per quanto riguarda i personaggi: Terni è un amico di famiglia, Mario e Paola sono un fratello e la sorella di Natalia che narra.)

“Terni aveva creato fra la Paola e Mario una connivenza che persisteva anche quando lui se ne andava. Era una connivenza votata, per quanto potevo capire, all’insegna della malinconia. La Paola e Mario facevano passeggiate malinconiche, o loro due insieme o ciascuno per conto proprio, al crepuscolo, in raccolta solitudine; e insieme leggevano poesie tristi, mormorandole in un dolente bisbiglio.
Quanto a Terni, lui non era affatto, se ricordo bene, una persona così malinconica: lui non era attratto in special modo dai luoghi abbandonati e silenziosi, né faceva mai passeggiate malinconiche e solitarie. […]
Mostravano, la Paola e Mario, una profonda insofferenza per il dispotismo di mio padre, e per i costumi di casa nostra, quanto mai semplici ed austeri: avevano l’aria di sentirsi, nella nostra casa, in esilio, sognando tutta un’altra casa, e tutt’altre abitudini. La loro insofferenza si traduceva in grandi musi e lune, sguardi spenti e facce impenetrabili, risposte monosillabiche, rabbiosi sbatter di porte che facevano tremare la casa, e recisi rifiuti ad andare, il sabato e la domenica, in montagna.”

(Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi)

In italiano, gli aggettivi posti prima del nome hanno una funzione “descrittiva”: aggiungono una qualità al nome. Gli aggettivi posti dopo il nome hanno una funzione “restrittiva” (o “distintiva”): servono a distinguere il nome che ha quelle qualità da quelli che non le hanno. La vignetta di Adriano Carnevali (tratta dalla grammatica di Maria Luisa Altieri Biagi, L’italiano dal testo, Mursia 1987) mostra la differenza di significato (e le sue conseguenze):

aggettivi

Osserviamo infatti gli aggettivi qualificativi nel brano di Natalia Ginzburg. Quelli anteposti aggiungono una qualità al nome: un dolente bisbiglio specifica il tipo di bisbiglio, se l’aggettivo non ci fosse perderemmo una caratteristica di quel bisbiglio, ma il senso generale non sarebbe compromesso (dal punto di vista etimologico, l’aggettivo è appunto un’“aggiunta”, una cosa in più). E gli aggettivi posposti? A loro è affidata una porzione essenziale del significato: per il senso del brano è importante che Paola e Mario leggano poesie, ma lo è altrettanto il fatto che siano poesie tristi. Volete avere una prova dell’importanza capitale della posizione degli aggettivi? Proviamo a leggere qualche frase del brano eliminando tutti gli aggettivi:

“[Terni] non era attratto in special modo dai luoghi, né faceva mai passeggiate.”

Senza gli aggettivi abbandonati e silenziosi, la prima frase non significa nulla; senza malinconiche e solitarie, diciamo una cosa non vera, perché in  realtà Terni faceva passeggiate, ma non erano malinconiche. (Sì, anche special è un aggettivo, ma l’ho lasciato perché in special modo è una locuzione avverbiale, che infatti equivale all’avverbio specialmente)

“La loro insofferenza si traduceva in musi e lune, sguardi e facce, risposte, sbatter di porte che facevano tremare la casa, e rifiuti ad andare, il sabato e la domenica, in montagna.”

E qui vediamo la conferma di quello che dicevamo prima: l’eliminazione degli aggettivi anteposti toglie qualcosa ma non cambia il significato generale, quella degli aggettivi posposti stravolge il senso e rende incomprensibile il testo (i nomi sguardi, facce, risposte non bastano a trasmettere il significato senza gli aggettivi che li distinguono: sguardi spenti, facce impenetrabili, risposte monosillabiche).

Insomma: nella lingua standard, quella della comunicazione ordinaria, gli aggettivi indispensabili sono quelli dopo il nome. Nella lingua letteraria, e in particolare in quella della poesia, aumenta invece il numero degli aggettivi anteposti, con valore descrittivo, affettivo, espressivo, evocativo. Nell’Infinito di Leopardi ci sono undici aggettivi qualificativi in quattordici versi, e nemmeno uno è collocato dopo il nome.

Gli aggettivi di Leopardi, naturalmente, sono quelli che devono esserci e stanno esattamente dove devono stare (guai a voi se li toccate). Attenzione però: proprio perché l’aggettivo anteposto è tipico della lingua letteraria, talvolta capita che si cerchi un effetto ricercato proprio spostando gli aggettivi prima del nome, senza tener conto delle regole generali che abbiamo mostrato in azione. Ho visto con questi occhi, in un testo, una frase del genere:

“Il direttore ricevette un’anonima lettera piena di minacce.”

Si trattava naturalmente di una lettera anonima, e l’aggettivo deve essere posposto, in posizione distintiva, se il significato, come in questo caso, è di “lettera non firmata”. Prima del nome, con funzione descrittiva, l’aggettivo vuol dire “privo di caratteristiche salienti, di personalità”. Dunque lo spostamento non rende la frase più elegante o più letteraria, ma sbagliata. Sono errori che si vedono spesso: nelle traduzioni (anche perché, come abbiamo visto, alcune lingue come l’inglese che hanno regole di collocazione diverse dalle nostre possono creare problemi), negli articoli di giornale, nei temi o nella prosa quotidiana.

Torniamo allora alla domanda di partenza: se avessi intitolato l’articolo della settimana scorsa Meglio una ripetizione di uno stupido sinonimo, con l’aggettivo prima del nome, invece di Meglio una ripetizione di un sinonimo stupido, il significato sarebbe stato lo stesso?

No, non sarebbe stato lo stesso. Io intendevo dire che le ripetizioni sono peggio dei sinonimi stupidi, goffi, sciatti; un sinonimo appropriato, una parola giusta sono certo meglio di una ripetizione. Se avessi scritto Meglio una ripetizione di uno stupido sinonimo, invece, il senso sarebbe stato: sempre meglio una ripetizione, e i sinonimi sono sempre stupidi. Proprio quello che intende Snoopy quando si rivolge al gatto dei vicini gridando “Ehi, stupido gatto!”. Non vuol dire che quel gatto sia stupido, rispetto agli altri che non lo sono, ma che è stupido in quanto gatto.

L’AUTORE – Massimo Birattari, consulente editoriale, traduttore, autore, ha scritto Italiano. Corso di sopravvivenza (TEA), È più facile scrivere bene che scrivere male (Ponte alle Grazie) e quattro romanzi per ragazzi su grammatica, scrittura, lettura: Benvenuti a Grammaland, La grammatica ti salverà la vita, Scrivere bene è un gioco da ragazzi, Leggere è un’avventura (tutti Feltrinelli Kids). È l’autore anche della scatola-gioco Le carte della grammatica (Gribaudo). È su Facebook e il suo blog è www.grammaland.it.
Qui tutti i suoi articoli per ilLibraio.it


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