Su ilLibraio.it lo scrittore Andrea Inglese racconta e analizza "Viaggio al termine della notte", capolavoro di un autore discusso, Louis Ferdinand Céline - Torna la rubrica #LettureIndimenticabili

Avrete fatto tutti quel gioco, intorno ai diciassette anni, quando si debbono assolutamente scegliere i dieci dischi da portarsi nell’isola deserta, all’epoca almeno delle antiche discografie in vinile, con tanto di copertine variopinte e carismatiche. E vi ricorderete delle terribili esitazioni tra Beggars Banquet o Exile on Main Street dei Rolling Stones, oppure tra Horses di Patty Smith e Transformer di Lou Reed. A me quel gioco ha sempre provocato un’ansia pazzesca, dal momento che non ero mai del tutto certo delle mie scelte, essendo il gusto musicale, soprattutto a quell’età, quanto mai fluido e cangiante, pronto a repentini tradimenti come ad entusiasmi imprevedibili. Confrontato alla versione letteraria di un simile gioco, ho mostrato nel tempo una olimpica serenità e costanza, e oggi, come all’epoca dei mei diciotto anni, ho almeno qualche certezza, qualche base solida e indiscutibile. Non so se andrei nell’isola deserta con Sotto il vulcano di Malcom Lowry o L’osceno uccello della notte di José Donoso, non so quale romanzo della trilogia di Beckett sceglierei, ma di sicuro mi porterei, ancora e sempre, Viaggio al termine della notte di Louis Ferdinand Céline.

Se sapessi davvero cos’è un capolavoro letterario, affermerei solennemente che il Viaggio è un capolavoro della letteratura novecentesca, ma potrei limitarmi a dire che questo è un romanzo indispensabile, insostituibile, in modo particolare per chi entra nella vita – per un diciottenne, ad esempio – , anche se poi, dal momento che nessuno di noi entra mai del tutto nella vita, perché siamo sempre in uno strano ritardo, costantemente trattenuti da qualche sogno ad occhi aperti, da qualche illusione che ci mantiene sospesi, fermi sulla soglia, con i piedi ancora staccati da terra, allora, per questa difficoltà cronica di entrarci una volta per sempre nella vita, Viaggio al termine della notte è un libro che serve a tutti, un libro profondamente educativo, anche per i settantenni.

LEGGI ANCHE – Le lettere alle “amiche” svelano tutte le contraddizioni Céline – di Camilla Tagliabue 

La miseria umana può essere scrutata, ossia possiamo puntare gli occhi su di essa, senza seguire quell’impulso quotidiano, quell’urgenza di distogliere lo sguardo, come se già sapessimo tutto, come se quella miseria, oltre a un disgusto fisico, a una nausea morale, non potesse dirci più nulla. Céline insegna che si può tenere fisso lo sguardo e discernere con cura e compassione un intero universo di figure, di clamori e sofferenze, di paesaggi e oggetti squallidi, perché nell’oscurità ripugnante della miseria, lontano dagli scintillamenti delle vite confortevoli, dall’eterna arroganza della borghesia, vi è comunque immersa una fetta importante dell’umanità, che si scontra con delle condizioni di vita impietose e, nello stesso tempo, con i propri impulsi più meschini o irragionevoli.

La miseria che Céline racconta non è allegorica, ma sempre radicata in una precisa situazione storica, di cui l’autore stesso ha fatto diretta esperienza, in quanto esponente della piccola borghesia risentita, soldato coinvolto nella Prima guerra mondiale, assiduo dell’ambiente della prostituzione londinese, amministratore di una Compagnia coloniale in Camerun, medico generalista in uno studio della periferia parigina. Questo patrimonio di esperienze rende la voce di Céline estremamente precisa e sicura nell’evocare un ambiente e un vocabolario sociali. Ma questa fedeltà di stampo “naturalistico” sarebbe ancora poca cosa, se non fosse innervata dalla furia epigrammatica e iconoclasta di un moralista classico. Lo aveva ben compreso un illustre commentatore come Leon Trostky che nel 1935, a due anni dalla pubblicazione del Viaggio, scriveva: “Céline è un moralista. Attraverso dei procedimenti artistici, inquina passo dopo passo tutto ciò che, abitualmente, gode della più alta considerazione: i valori sociali più radicati, dal patriottismo fino alle relazioni personali e all’amore”.

La macchina narrativa di Céline è infatti basata sul modello del romanzo picaresco, in cui un personaggio fuori casta, senza una degna e stabile posizione sociale, attraversa le situazioni e gli ambienti più diversi, guardandoli con la lucidità di chi si batte per la sopravvivenza ed è in uno stato di perpetua fuga. Da questa posizione mobile ed eccentrica, che non rivendica nulla e non crede in nulla, nasce uno sguardo “del sottosuolo” che irride ogni idolo di società, che coglie al volo l’ombra canagliesca gettata dall’ideale più sublime. E qui interviene il terzo componente del capolavoro céliniano, dopo l’acutezza sociologica e l’implacabilità del moralista, ossia il senso del comico, che è profondamente liberatorio. Si può leggere il Viaggio con una serietà disperata, ma si può anche ridere quasi ad ogni pagina, anche perché Céline è costantemente impegnato nella dimostrazione dell’universale bassezza umana, e questo obbiettivo indiscutibile lo spinge ad anticiparne ad ogni scena i risultati, accelerando i cedimenti, le turpitudini, le ipocrisie. I suoi personaggi, per così dire, devono costantemente sperticarsi nella loro volgarità e pochezza morale, ed il narratore finisce con il far girare la pellicola troppo veloce, come avveniva nei film comici muti e in bianco e nero. Il risultato esilarante non si riflette tanto sulle azioni concrete dei personaggi, ma sulle loro parole.

Céline che è stato salutato come il narratore della lingua popolare, oscena e carnale, si rivela in realtà, come accade per i migliori scrittori, un fine stilista, e la restituzione della lingua popolare passa attraverso un filtro sapiente e calcolato che la trasfigura, infondendole un ritmo ammaliante che esiste solo grazie alla pagina scritta.

Per chi, come me, ha letto Viaggio al termine della notte per caso, e molto giovane, senza alcuna nozione della sua biografia e della suo opera successiva, la lettura successiva (abbozzata) dei pamphlet antisemiti ha costituito una sorta di sfida dell’intelligenza. Non era impossibile immaginare che il nichilismo anarchico del Voyage potesse virare verso posizioni apertamente reazionarie, ma rimane ancora oggi difficile capire come un autore così lucido e diffidente nei confronti delle opinioni comuni, e delle ideologie che le organizzano, sia finito per mettere la sua verve stilistica al servizio delle più idiote idee razziste e antisemite. C’è un abbondante letteratura su questo, e non è certo l’argomento del mio pezzo. Rimane il fatto che il Voyage, libro straordinario e terribile, funziona persino come contravveleno a quella visione detestabile del mondo che il suo autore abbraccerà esplicitamente pochi anni dopo averlo scritto. Per questo motivo, esso risulta particolarmente utile anche sull’isola deserta.

LA RUBRICA – Letture impossibili da dimenticare, rivelatrici, appassionanti. Libri che giocano un ruolo importante nelle nostre vite, letti durante l’adolescenza, o da adulti. Romanzi, saggi, raccolte di poesie, classici, anche testi poco conosciuti, in cui ci si è imbattuti a un certo punto dell’esistenza, magari per caso. Letture che, perché no, ci hanno fatto scoprire un’autrice o un autore, di ieri o di oggi.
Ispirandoci a una rubrica estiva del Guardian, A book that changed me, rifacendosi anche al volume curato da Romano Montroni per Longanesi, I libri ti cambiano la vita. Cento scrittori raccontano cento capolavori, abbiamo pensato di proporre a scrittori, saggisti, editori, editor, traduttori, librai, bibliotecari, critici letterari, ma anche a personaggi della cultura, della scienza, dello spettacolo, dell’arte, dell’economia, della scuola, di raccontare un libro a cui sono particolarmente legati. Un’occasione per condividere con altri lettori un momento speciale.

 

Parigi è un desiderio di Andrea Inglese

L’AUTORE DELL’INTERVENTO – Fin da quando era molto giovane, Andy ha sognato Parigi: il luogo in cui le «abitudini», tiranne implacabili nella sua Milano, possono finalmente essere sconfitte; il luogo in cui la letteratura è qualcosa di concreto, che si incontra nei salotti o fra i tavolini di un bar; e il luogo, certamente, dove vivono le parigine. Ma i miti giovanili sono per loro natura destinati a crollare, e forse è proprio nel conseguente spaesamento che si può arrivare a una specie di «maturità», all’accettazione dello spaesamento stesso, alla costruzione di rapporti reali, quindi incerti, coi luoghi, con le persone. Il narratore di Parigi è un desiderio, romanzo di Andrea Inglese in libreria per Ponte alle Grazie, si mette impietosamente in scena in prima persona, e il suo costante, inquieto rimuginare su sé stesso, sulla sua relazione con una città, sulle storie d’amore che nascono, finiscono o semplicemente si immaginano, queste riflessioni al tempo stesso lucidissime e stralunate arrivano a toccare le corde più profonde dell’esistenza, quelle legate agli affetti fondamentali e alle nostre più intime aspirazioni alla felicità.


LEGGI ANCHE – “Il Conte di Montecristo”, ovvero il romanzone inesauribile – di Andrea Inglese

(Visited 368 times, 55 visits today)

Commenti