"Manifesto per una vita analogica" di Julius Hendricks invita a distogliere lo sguardo dai dispositivi elettronici per dare spazio ai momenti "analogici", non digitali, della vita quotidiana... - Su ilLibraio.it l'introduzione

Scritto da un figlio dell’era digitale, Manifesto per una vita analogica, Corbaccio, ci mette davanti all’onnipresenza dei dispositivi elettronici nella nostra vita quotidiana: con una serie di consigli brevi e ironici, rende conto di quanto sia forte la dipendenza da smartphone e tablet che attraversa un po’ tutta la società, togliendo tempo a tutto il resto.

L’autore, Julius Hendricks, ha ventiquattro anni e studia letterature comparate all’Università di Bonn, lavora in una libreria, sogna di aprirne una sua, e in questo suo primo libro invita i lettori ad alzare lo sguardo dagli schermi per apprezzare la vita analogica, quella non digitale, non “social”, non “condivisa”, non perennemente connessa. Guardandosi intorno in giro per la città si accorge che, nella cassetta postale di un appartamento, ci sono tre lettere e tredici pacchetti di Amazon; in una cattedrale, su venti turisti diciotto guardano un tablet. Per ogni piatto di spaghetti un post, 1000 like, buon appetito; due innamorati? due smartphone in mano.

È come se le nostre vite “digitali” divenissero parallele a quella reale, come se la presenza sui social affiancasse la vita sociale, togliendo tempo e attenzione al mondo analogico: Julius Hendricks, con una voce giovane ma consapevole, spiega come fare per non lasciarsi risucchiare dal mondo digitale, con frasi brevi che contengono piccole pillole per la disintossicazione.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo l’introduzione dell’autore: 

Da quando lavoro in una libreria, regalo solo libri. Libri piccoli, per la verità, mai più di duecento pagine. Scartato il pacchetto, mentre il destinatario scorre il risvolto di copertina, io gli decanto entusiasta quanto è divertente la storia. Te lo leggi comodo comodo in due giorni, aggiungo, sperando di sembrare convincente. Di solito però ci credo poco, perché la maggior parte dei miei regali non viene letta né in due giorni, né in due settimane, né in due mesi, anzi non verrà mai più toccata e giacerà sugli scaffali dei salotti di amici e parenti a conferire un tocco altamente decorativo.

Forse dovrei mettermi a regalare, così per divertimento, L’uomo senza qualità di Robert Musil: 1 632 pagine di carta sottilissima. E accompagnarlo con le parole: «Lo so che è grosso, ma almeno ti costringe a ritagliarti tutto il tempo che occorre».

Non voglio rimproverare a nessuno un eventuale disinteresse per la parola stampata. Mi chiedo solo perché la gente non legga più. Di recente ho letto in un articolo che l’internauta tedesco passa in media due ore e mezza al giorno su Facebook, Twitter, e simili. Se si considera che il lettore medio può registrare e comprendere qualcosa come duecento parole al minuto e che una pagina di romanzo ne conta circa 250, potrebbe benissimo leggere una cinquantina di pagine al giorno sottraendo non più di un’ora al tempo dedicato ai social network.

Ma ovviamente non è vero che passiamo due ore al giorno seduti davanti al computer a rispondere a richieste di amicizia e a condividere immagini e video divertenti. No, ci stiamo tutto il giorno, sempre con un occhio alla rete e senza mai badare veramente a quello che stiamo facendo. Smartphone e tablet sono diventati i nostri accompagnatori fissi, ci seguono passo passo grazie al segnale GPS e a ogni secondo libero gli diamo una sbirciatina. Assillati dal timore di perderci qualcosa, basta che i nostri piccoli computer non siano in vista per farci andare in ansia. Persino al bar, con gli amici, c’è chi si assenta continuamente dalla conversazione per lanciare sguardi furtivi al display del cellulare, caso mai da qualche parte ci fosse qualche novità.

In simili frangenti mi verrebbe voglia di tacere all’improvviso, saltare in piedi, andarmene a casa, controllare la cassetta della posta e far passare le bollette, buttare via la pubblicità e mezz’ora dopo, sempre senza una parola, ripresentarmi ai miei interlocutori presumibilmente irritati. Soltanto il timore
che nessuno si accorgerebbe della mia assenza mi trattiene dal farlo.

In generale, sembra più importante fissare un attimo gradevole in digitale che viverlo consapevolmente. Ogni istante, ogni esperienza oggi va condivisa e commentata. Ma con questo bisogno di documentare sempre tutto, non aumenta anche la vaghezza di ciò che viene documentato? E in parallelo non aumenta anche il disinteresse per ciò che viene documentato? Quel che resta è una quantità di tempo sprecato e una montagna di spazzatura informatica.

Certo è più facile inviare un’immagine delle nostre vacanze su internet che scrivere una cartolina. Ma che valore ha una foto digitale nel mare di messaggi, immagini e video che ci arrivano quotidianamente in confronto a una cartolina scritta a mano, scelta con cura e che un bel mattino troviamo nella cassetta delle lettere? Se i file di immagini, una volta visti ed eventualmente commentati, nella maggior parte dei casi vengono quasi immediatamente travolti da una valanga di nuove foto, la cartolina può far mostra di sé sul frigorifero o sulla scrivania.

È davvero così terribile scrivere due righe in santa pace invece che inviare una raffica di saluti digitali?

Davvero la comunicazione digitale, in primis il cosiddetto instant messaging, fa risparmiare tempo?

È evidente che è più veloce mandare un messaggio via Whatsapp che scrivere una lettera e poi spedirla (in digitale o analogico, non importa). Perché una lettera ha un inizio e una fine. Si dice quel che c’è da dire e poi si aspetta una risposta.

Chi comunica tramite Whatsapp non scrive tutta l’informazione. Butta lì parole ed è sempre raggiungibile, sempre contattabile, sia da amici e familiari, sia dal datore di lavoro. In più a tutte le ore c’è qualcuno che chiama, e la casella e-mail esige di essere aperta. Insomma il mondo digitale ci perseguita dal trillo della sveglia al mattino fino all’ultima mail prima addormentarci. Di tanto in tanto dovremmo sforzarci di allentare la stretta della rete e prenderci una pausa.

Potrebbe già essere sufficiente optare per una certa cosa, una soltanto, a una certa ora, per esempio non accendere la televisione mentre si pranza. Oppure ritagliarsi un minuto di libertà per le proprie riflessioni invece che occuparsi continuamente di cosa pensano gli altri su Twitter. Perché alle 20:15 non concedersi una prima serata tutta personale, in compagnia di qualcuno a cui teniamo, per parlare di cose che ci interessano veramente? Lasciare libero sfogo ai pensieri per tutta la durata di un film e analizzare
un problema fino in fondo dunque, al posto di sovraccaricare il cervello di piccole preoccupazioni fino al burnout.

Dobbiamo scrollarci di dosso l’impressione di dovere sempre fare almeno due cose alla volta, anche quando ci costa fatica. Perché allora oggi nessuno ha più tempo per leggersi un libro in tranquillità? Per
la stessa ragione per la quale nessuno ha più tempo per pensare: perché mentre lo si fa non si riesce a fare nient’altro.

Questo libro invita a guardare oltre il monitor e a ritagliarsi del tempo per gustare la vita nella sua molteplicità. Perché ogni istante analogico è un’avventura che nasconde sorprese tutte da scoprire.

(Continua in libreria…)

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