"La 'vecchia' zitella, così come l’abbiamo conosciuta, così come ce l’hanno presentata, così come la conserviamo nella memoria, non esiste più..." - Su ilLibraio.it l'intervento della scrittrice Simonetta Tassinari, che cita romanzi, film e serie tv di oggi e di ieri (da "Flaked" a "Sex and the City"...) e racconta l'evoluzione di questa figura. Ormai la situazione è ribaltata, e le madri sono "più timorose e ansiose nei confronti della vita sentimentale e anche sessuale del proprio figlio..."

A proposito della serie tv Flaked, su Netflix, è stato scritto che il protagonista Chip, “quarantenne triste”, fragile e allo stesso tempo irritante, è una specie di nuova zitella. Ed effettivamente la “vecchia” zitella, così come l’abbiamo conosciuta, così come ce l’hanno presentata, così come la conserviamo nella memoria, non esiste più.

Un tempo l’essere una “zitella” rappresentava uno di quegli stati della vita dai quali rifuggire con tenacia, come fallito, carcerato, disonesto. Non avere un marito equivaleva, ancora nei Settanta, a fazzoletto nero per la Messa, baffi e barba, centrini e asciugamani ricamati per i corredi delle nipoti, nonché a un certo odore di naftalina, se non di muffa, appiccicato addosso. I genitori della zitella se ne dolevano; i parenti più sinceri la compiangevano, i meno sinceri le sghignazzavano dietro e i ragazzini la chiamavano “signorina”, a qualunque età, in tono di scherno.

A quei tempi la zitella era viva, ma aveva tutta l’apparenza della morta, perché le venivano precluse le cose più divertenti dell’esistenza. Doveva indossare abiti disadorni ed essere seria, perché la zitella “chiacchierata” subivano un ostracismo ancora peggiore. Le si concedeva di sublimare l’incolmabile lacuna di un uomo al suo fianco per mezzo di un lavoro, tipicamente di segretariato o di insegnamento, e di una dedizione totale ai propri parenti. Per di più, nonostante le limitazioni alle quali, poveretta, era soggetta, le si attribuiva tutta una serie di difetti: di regola la si considerava acida, pettegola, malpensante, invidiosa e tutto sommato antipatica e un po’ cattiva, nonostante il fazzoletto nero e l’odore di naftalina.

Mentre, nel contempo, si suscitava nelle bambine un genuino orrore per le donne sole, le madri e le zie ci spiegavano che c’erano diversi modi di essere risucchiate da quel gorgo oscuro. Il più lusinghiero, tutto sommato, era l’essere stata da giovane troppo svelta, e l’aver moltiplicato gli incontri con gli uomini senza essere riuscita ad accalappiarne neppure uno stabilmente. Insomma la zitella di categoria “A” pareva essere stata una specie di cicala che non aveva saputo fermarsi, senza usare quell’intelligenza che, secondo Marylin Monroe, bisogna possedere pur senza mostrarla troppo. Il modo meno lusinghiero, responsabile della sorte della zitella di categoria “B”, era il non essere piaciute a nessuno, l’aver fatto costantemente da tappezzeria, nei casi più disperati il non aver neppure fatto tappezzeria, l’essere scivolata, invisibile e incolore, tra le maglie dei coetanei di sesso maschile senza dar alcun segno di sé.

Nel malaugurato caso che il gorgo oscuro avesse trascinato anche me, personalmente da bambina mi auguravo di appartenere almeno alla prima categoria, la quale, tutto sommato, sembrava essersela spassata almeno un po’. Naturalmente c’era anche un tipo di maschio a far da contraltare alla “zitella”: lo “zitellone”, così chiamato, tuttavia, con una certa sfumatura indulgente e affettuosa nella voce. Lo si diventava dopo i cinquant’anni, in precedenza si era semplicemente scapolo- sinonimo di “libero e sposabile”- e, per quanto incolore, modesto e grigio, lo zitellone rappresentava comunque un possibile partito per la “zitellona” (magari poco più che trentenne e assai più desiderabile di lui).

Poi, insensibilmente, di pari passo con la scolarizzazione, il nuovo diritto di famiglia, il rogo dei reggiseni, le barricate del ’68, la pillola, la denatalità e insomma l’irruzione di quella che è stata definita “la seconda modernità”, o la “post- modernità”, alla donna sola si è concessa una vita sessuale, anzi prima, ancora, semplicemente una vita. Nel momento in cui diventava l’ eroina dei romanzi di Bridget Jones e di film ben più movimentati, appassionanti e divertenti di quelli incentrati su coppie ai quali gli autori, più che un tradimento, non sapevano cosa attribuire, la classica “zitella” affondava nel passato della Guerra fredda assieme alla figurina femminile col grembiulino e la gonna a ruota che, nei telefilm americani replicati da noi fino alla nausea, aspettava, sulla soglia della villetta ben curata, il ritorno del marito, unico percettore del reddito. Sicchè la Tiffany Trott di Isabel Wolff, la Linda de Gli uomini sono come il cioccolato, o la Racey di Se sei single l’hai scampata bella, tra le più notevoli post- Bridget, hanno preso a domandarsi, osservando le amiche, se valesse davvero ancora la pena di sposarsi o di cercare l’Uomo giusto, rispondendo assai spesso negativamente. Una volta sostituita la vecchia zitella con la single, per l’appunto, e proprio poiché le parole sono pietre, si direbbe che, mentre “zitella” è fatta di granito, “single” sia, invece, di leggera pietra pomice.

Dunque, da classicamente acida e musona, la ex zitella ormai single si è trasformata in sorridente e simpatica. Ha perso barba e baffi, è diventata levigata come in Sex and city e commercialmente appetibile, poiché non ha alcuna intenzione di risparmiare per essere ricordata, un domani, come “la cara zia”.

Contemporaneamente si è andata formando nelle coscienze occidentali l’idea che la donna fosse non solo, in generale, più longeva, ma anche più forte psichicamente dell’uomo; che forse piangere o piangiucchiare di tanto in tanto non fosse una manifestazione di fragilità emotiva, piuttosto una saggia maniera di raccogliere le forze e di risparmiarsi; che, potendo contare su un proprio reddito, la donna reagiva assai meglio alle rovinose “delusioni” di un tempo, le quali, magari, facevano sfumare una sistemazione; che, in fondo, fosse lei, e soprattutto lei, a reggere un rapporto e a imprimergli una certa direzione. E questa specie di svolta antropologica ha fatto sì che, attualmente, le madri dei maschi siano molto più timorose e ansiose nei confronti della vita sentimentale e anche sessuale del proprio figlio che non le madri delle ragazze, perché la vecchia zitella ormai è sfuggita al controllo della società e al suo posto come elemento debole c’è lui, il maschio single, incapace di reggere il confronto, in arretramento dinanzi a un’avanzata quasi impietosa. Sicché al maschio solo e quarantenne, anche nelle fiction e nei romanzi, con la funzione di riflettere emozioni, stati d’animo e credenze diffusi, adesso corrisponde sovente un’immagine di trasandatezza che sa di cibo mal cotto e mal presentato, di patatine sgranate stancamente sul divano davanti alla tv, di panni sporchi disseminati per casa e di camicie mal stirate, più che di notti brave o di una certa vivace promiscuità sessuale.

Si capisce che la scomparsa della zitella nella costellazione femminile ha lasciato un vuoto che è stato prontamente colmato da altre categorie. La divorziata. La compagna. La ex compagna. Quella che si è “rimessa sul mercato” e ci sosta da un po’. Non esiste ancora un punto di vista consolidato su di loro, ma ci si arriverà. Lo si vede già in filigrana, come un nuovo capitolo della storia delle donne che, esattamente come quella degli uomini, è sempre ancora tutta da scrivere.

L’AUTRICE – Nel 2015 Simonetta Tassinari ha pubblicato La casa di tutte le guerre, romanzo ambientato in Romagna nell’estate 1967.
Il 6 ottobre il suo ritorno in libreria, sempre per Corbaccio, con La sorella di Schopenhauer era una escort. Sarà un libro per i genitori, per i ragazzi, per chi non è genitore e non è neanche un ragazzo, per i curiosi, per chi vuole sorridere, e leggere, della scuola italiana.  Un ritratto divertente della generazione smartphone-munita, che va alla radice del bisogno di fingersi più bravi di quel che si è..
L’autrice è nata a Cattolica ed è cresciuta tra la costa romagnola e Rocca San Casciano, sull’Appennino. Vive da molti anni a Campobasso, in Molise, dove insegna Storia e Filosofia in un liceo scientifico. Ha scritto sceneggiature radiofoniche, libri di saggistica storico- filosofica e romanzi storici.

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