Il giovane Adrian Fartade è diventato famoso grazie ai video sul suo canale YouTube, Link4Universe, in cui racconta in modo accessibile e divertente i misteri dello spazio. Nel frattempo ha pubblicato due libri sul Sistema solare: "A piedi nudi su Marte" e "Su Nettuno piovono diamanti". ilLibraio.it lo ha incontrato. E nell'intervista il divulgatore (con laurea in filosofia ed esperienze a teatro) ha spiegato perché, nonostante il riscaldamento globale, i limiti delle democrazie e i totalitarismi, c'è un motivo per guardare con speranza al futuro della Terra...

Laureato in filosofia, attore teatrale, divulgatore scientifico, Adrian Fartade, classe 1987, è diventato celebre dentro e fuori internet grazie al canale YouTube Link4Universe. Come si può intuire dal nome, si tratta di uno spazio dove Fartade, appassionato di storia della scienza, dell’esplorazione spaziale e dell’astrofisica, racconta i misteri dell’universo e le grandi avventure degli uomini che lo hanno esplorato (e continuano a farlo).

Quello scelto da Fartade nei suoi video è il tono colloquiale ma competente di chi fa il divulgatore di professione: con serietà, ma sapendo che le parole devono poter essere comprese da tutti.

Sull’onda di questo interesse, Fartade ha pubblicato due testi sul sistema solare, entrambi con Rizzoli. Il primo, A piedi nudi su Marte, è del 2018 e tratta i pianeti del sistema solare interno, il secondo, Su Nettuno piovono diamanti, è uscito nella primavera di quest’anno ed è dedicato ai pianeti del sistema solare esterno. Scritti con lo stile ironico che lo contraddistingue, ma più densi nel contenuto, i due libri di Adrian Fartade raccontano sia i pianeti che, idealmente, ci abbracciano, sia l’esplorazione spaziale, gli studi e le sfide che ogni anno di più avvicinano l’umanità alle stelle.

Rizzoli, Adrian Fartade, Link4Universe

Partiamo dall’inizio: Fartade, come nasce il suo canale YouTube?
“Prima di Link4Universe mettevo in scena degli spettacoli teatrali in cui raccontavo aneddoti di storia della scienza: in questo modo ho scoperto che esiste una miniera di storie meravigliose, che spesso il pubblico non ha mai sentito, o che ha affrontato solo in maniera scolastica”.

Ad esempio?
“Quando si parla di Galileo a scuola non si raccontano le sue vicissitudini, come è arrivato alle sue scoperte, che problemi ha avuto… E quando si parla di Leonardo – visto che quest’anno sono passati cinquecento anni dalla sua morte – non vengono mai raccontati i suoi fallimenti. Insomma, più passa il tempo, più le cose diventano distanti, e i grandi personaggi solo leggende. Quello che volevo fare inizialmente era cercare di raccontare in maniera ‘umana’ la storia della scienza. Nel frattempo era esploso YouTube: come prima cosa ho aperto un canale che si occupava di teorie dell’evoluzione, poi mi sono specializzato nella storia dell’esplorazione spaziale e nella storia dell’astronomia, con, appunto, Link4Universe“.

Com’è stato scrivere un libro (anzi, due) dopo anni di divulgazione in rete?
“È stato traumatico… Quando ho ricevuto le prime proposte le ho rifiutate”.

Come mai?
“La mia prima reazione è stata: ‘Ma io non sono un autore!’. Insomma, ho passato otto anni a studiare teatro, quindi sapevo che per far bene una cosa bisogna prima specializzarsi. Però al contempo mi sentivo quasi in colpa”.

In colpa?
“Avevo la possibilità di scrivere qualcosa che non esisteva ancora, qualcosa sull’esplorazione spaziale in un panorama editoriale che di solito, quando si tratta di astronomia, si concentra soprattutto su immagini belle o di impatto. Poteva essere qualcosa in più, insomma. E allora, da quel momento, per due anni interi, non ho fatto altro che leggere e provare a scrivere. Ho scritto centinaia di pagine che ho buttato via, però mi è stato utile perché ho trovato uno stile: non so se sia effettivamente efficace, perché non sono un critico, ma mi ha soddisfatto e ho immaginato che le persone avrebbero potuto leggermi. E poi quello che mi è piaciuto di più dello scrivere è stato innamorarmi di tutto ciò che imparavo a fare per la prima volta. Non venendo dal mondo della scrittura, quanto ho incontrato qualcosa che magari per altri può essere scontato, un determinato modo di raccontare, per esempio, o come si costruisce un capitolo, per me era come se fosse Natale, mi sentivo come se stessi facendo la cosa più bella del mondo. Come quando si impara a suonare la chitarra e per la prima volta si riesce a fare un passaggio di accordi che magari un chitarrista esperto sa fare perfettamente. E ho cercato di riversare poi quell’emozione dentro il testo”.

La sua divulgazione su YouTube è immediata, spiega in modo semplice argomenti complessi. I suoi libri, invece, sono più corposi.
“Nei libri ho cercato di mettere molte più informazioni di quanto non faccio nei video, perché il tempo che si impiega a leggere qualcosa è molto più lento rispetto a quello che si impiega a guardare un video. Quando mi guardi sono io che decido la velocità con cui parlo, tu sei semplicemente uno spettatore, mentre quando leggi sei tu che decidi a che velocità andare, per cui posso permettermi di inserire molte più informazioni. Per questo non trovo i due canali in competizione tra di loro, li sento soltanto come due modi molto diversi di affrontare la stessa cosa”.

Come si fa divulgazione oggi, tenendo conto della molteplicità di mezzi di comunicazione che abbiamo a disposizione e dell’eredità di mostri sacri come, in Italia, Piero Angela?
“Le persone cambiano continuamente. Una persona che nel 2019 vede a teatro Amleto che si chiede se valga la pena soffrire così tanto, lo proietta nella sua cultura e ci legge cose diverse da quelle immaginate da qualcuno che ha visto la stessa scena nel Seicento, nel Settecento o nell’Ottocento. Nella divulgazione vale lo stesso: quello che ci meraviglia, che ci ispira, che ci fa sentire parte dell’umanità, cambia sempre. Anche se racconto gli stessi argomenti che ha raccontato Angela negli anni Ottanta, per esempio il funzionamento del Sole, questi hanno per forza un impatto diverso. E ora ci sono nuovi strumenti, nuove possibilità, come quelle date dai social media… Però, alla fine, quello che amo di più è che questo tipo di divulgazione continua a dare frutti”.

Adrian Fartade credit foto Matteo Foresti

Come costruisce una puntata su Link4Universe?
“Cerco di farmi delle domande originali, che lo spettatore non si aspetterebbe. Il linguaggio, da questo punto di vista, è un grosso problema”.

Perché?
“Le persone sono così abituate a sentir parlare di scienza che se vedono alcune parole chiave o un titolo che immaginano porti a un determinato tipo di video pensano subito che sia qualcosa di noioso. Quindi tutte le volte cerco di intrigarli con un titolo un po’ diverso, e poi, una volta fatti arrivare al video, ci penso io a coinvolgerli. Si tratta di agganciarli senza però ingannarli. Non mi piacciono i titoli da clickbait: se attiri qualcuno nel tuo ristorante con un profumo meraviglioso e poi il piatto è terribile non ritornerà, non si produce una buona esperienza. Insomma, non ti puoi basare solo sul titolo, è giusto aggiungere qualcosa, ma dev’essere all’altezza di quello che poi offri”.

Parlando di corsa allo spazio, a decenni di grande fermento è seguito un periodo di languore dell’interesse del pubblico.
“Dopo l’allunaggio e l’era delle grandi imprese, l’esplorazione spaziale è diventata routine. Oggi nessuno si entusiasma se ci sono persone che vivono e lavorano al Polo Sud, ma quando Shackleton è partito per l’Antartide tutti seguivano la sua missione sui giornali. Ci sarà un momento, magari anche nell’arco della nostra vita, in cui ci saranno centinaia di persone che lavoreranno sulla Luna, e noi la vivremo come una cosa normale, nessuno si entusiasmerà tanto. Siamo animali strani da questo punto di vista. E rispetto al passato oggi la scienza ha esigenze diverse, i tempi sono più lunghi e c’è bisogno di finanziamenti. Quello che secondo me ha salvato la situazione è stata la nascita di un’intera industria attorno all’esplorazione spaziale: molti dei servizi che usiamo ora, dal meteo al gps, si basano su satelliti che devono stare in orbita, quindi qualcuno li deve costruire, qualcun altro li deve lanciare, e via così… La percezione, riguardo all’industria aerospaziale, è un po’ strana: al momento vale circa 628 miliardi di euro, ma il più delle volte le persone non sanno neanche che esiste”.

Oggi invece assistiamo a un interesse rinnovato.
“Come mai ora c’è tutto questo entusiasmo? Perché questa industria continuava a crescere, anche se un po’ nell’ombra, e adesso fa da trampolino di lancio a progetti molto più ambiziosi: quando si abbassano i prezzi puoi lanciare tranquillamente una missione che fino a poco fa era impossibile anche solo pensare. Per esempio, a inizio aprile, un team di studenti israeliani ha lanciato verso la Luna un lander costruito da loro”.

Il lander però si è schiantato sulla superficie lunare…
“Sì, si è schiantato per un errore. Ma in realtà il grosso dell’impresa era costruirlo e riuscire a lanciarlo, è normale che dopo possano esserci problemi”.

Stiamo attraversando anche un periodo di scetticismo nei confronti della scienza. Quali pensa che siano gli strumenti per combattere questa deriva?
“La prima cosa che va capita è che viviamo in un’epoca diversa dal passato, per quanto riguarda l’ecosistema dell’informazione; il nostro mondo adesso si basa su informazioni e su dati. Dovremo capire come risolvere questo problema, perché spesso chi combatte i complottismi antiscientifici lo fa in campi di battaglia che non sono così frequentati e senza gli strumenti adatti per toccare un numero elevato di persone. Faccio l’esempio delle biblioteche”.

Prego.
“In Italia non hanno canali YouTube, e perdono un’occasione meravigliosa, perché gli under 25 che le frequentano usano come motore di ricerca predefinito YouTube, non Google: è il posto dove cercano le informazioni, dove studiano. Insomma, non è solo qualcosa che riguarda la scienza, ma la cultura in generale; in un mondo dominato da complottisti sarebbe il minimo lavorare anche su questi canali”.

Quale le sembra essere il traguardo più straordinario raggiunto dall’uomo nell’esplorazione spaziale?
“Sicuramente l’aver costruito la Stazione Spaziale Internazionale. Certo, siamo andati sulla Luna, ed è stato sicuramente il più grande traguardo storico, però quello della Stazione Spaziale è stato un traguardo internazionale. Abbiamo imparato a lavorare insieme nonostante le differenze, nonostante i limiti, ci sono voluti quindici anni per costruirla, sono ormai diciotto anni da che è in orbita, e abbiamo speso più di 150 miliardi di euro tra tutti quanti i paesi che hanno contribuito. E vedere nazioni che in altri contesti si fanno la guerra riuscire a lavorare insieme per qualcosa di così importante, è molto incoraggiante. Anche perché, quando andremo su Marte, o cercheremo di raggiungere altri traguardi, avremo bisogno di lavorare insieme. Si tratta di un incentivo alla pace”.

Per chiudere, quali sono le prossime sfide che affronteremo?
“La miniaturizzazione di tanti strumenti che finora sono stati enormi e costosi, satelliti che possono lavorare in gruppo, satelliti riparabili… e poi c’è una nuova industria nascente per l’eliminazione dei detriti spaziali… in futuro esisteranno gli spazzini spaziali! Non solo: si dovranno sfruttare a lungo termine le risorse degli asteroidi. Se c’è un pensiero con cui lasciare i lettori e farli immaginare un futuro incredibile, è questo: là fuori ci sono molte, molte più risorse di quante ce ne siano sulla Terra, e non è così difficile accedervi. Se riusciamo non solo a ottenere le risorse, ma ad attuare lassù tutti i processi chimici necessari alla loro lavorazione, potremo inviare i prodotti finiti direttamente sulla Terra, senza inquinarla, e trasformare il nostro pianeta in un’oasi per noi umani e per la diversità animale. La Terra sarà la culla da cui partire per espanderci nel Sistema Solare, e un giorno si guarderà alla generazione di esseri umani del XXI secolo e alle sfide enormi che avevano davanti. C’è il riscaldamento globale, ci sono i limiti delle democrazie, i totalitarismi, ma il fatto di sapere che possiamo compiere questi piccoli passi in avanti mi incoraggia molto. Faranno dei film su di noi!”

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