La scrittura di Agota Kristof (1935 - 2011) è scarna, crudele, asentimentale: reale. Quello che racconta non ha bisogno di fronzoli, né di abbellimenti: è il ritratto di una realtà dura che molto condivide con la sua biografia. Attraverso i suoi libri, da “Trilogia della città di K.” a “Ieri", la scrittrice ungherese rappresenta la condizione di chi è costretto ad abbandonare la propria terra per cercare rifugio in un paese straniero… - L’approfondimento sulla sua vita e su alcune delle sue opere

Sgradevole. È uno degli aggettivi più ricorrenti quando si parla della scrittura di Agota Kristof. Un aggettivo che, anche solo leggendolo, evoca un sentimento di repulsione, nausea, paura. Eppure, paradossalmente, non c’è una volta in cui venga usato con una connotazione negativa. La scrittura di Agota Kristof è sgradevole nella misura in cui è scarna, crudele, asentimentale: reale. Un pugno nello stomaco che rende il lettore irrimediabilmente triste. 

Quello che la scrittrice ungherese racconta nei suoi libri non ha bisogno di fronzoli, né di abbellimenti: è il ritratto di una realtà dura che molto condivide con la sua biografia.

Nata nel 1935 a Csikvánd, un luogo “privo di stazione, di elettricità, di acqua corrente, di telefono”, Kristof cresce in un paese povero, flagellato dalla miseria e dalla carestia. I ricordi di quel periodo, però, resteranno per sempre quelli più dolci di tutti, perché, nonostante tutto, Agota è nella sua terra d’origine, circondata dalla famiglia e dagli amici.

Nel 1956 è costretta a fuggire a causa dell’invasione sovietica post rivoluzione ungherese. Ha poco più di vent’anni e una bambina di undici mesi. La avvolge attorno alla sua schiena e scappa verso la Svizzera francese, insieme al marito. Qui deve imparare a ricostruirsi una nuova vita: inizia a lavorare come operaia in una fabbrica, divorzia e si unisce con un altro uomo, uno svizzero, con il quale avrà altri due figli. 

l'analfabeta agota kristof

Ma non tutto è facile come sembra. Agota vive la fuga come un trauma dal quale non potrà mai più riprendersi: “Sì, in quel periodo piango tutte le sere, per mesi interi o per anni, e piango tanto che in seguito non riuscirò a piangere quasi mai più, come se avessi già pianto abbastanza per il resto della mia vita. Piango la perdita, dei miei fratelli, dei miei genitori, della nostra casa, che ormai è abitata da stranieri“.

Lasciata l’Ungheria, si ritrova letteralmente in un altro mondo: diverse sono le persone, il loro modo di comportarsi, di vestire, di parlare. La lingua si presenta da subito come l’ostacolo più ingombrante, tanto difficile da superare quanto più radicato nella sua identità. Ne parla nel racconto autobiografico L’analfabeta (Casagrande, traduzione di L. Bolzani), dove scrive: “All’inizio non c’era che una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i colori, i sogni, le lettere, i libri, i giornali, erano quella lingua. Non avrei mai immaginato che potesse esistere un’altra lingua, che un essere umano potesse pronunciare parole che non sarei riuscita a capire. Perché avrebbe dovuto farlo? Per quale motivo?”.

Il racconto descrive in modo atroce e, appunto, sgradevole la condizione del migrante che deve adattarsi a una realtà da cui si sente estraneo. Lo stesso concetto compare in quasi tutte le sue opere, e in un’intervista a Sandra Petrignani l’autrice ribadisce: “Il vero dramma è stato la fuga, quello scappare nella notte, senza avvertire nemmeno la famiglia, senza un abbraccio ai fratelli, quel ritrovarsi soli in un paese di cui non sapeva la lingua“.

trilogia della città di K.

Prendiamo uno dei suoi lavori più celebri, Trilogia della città di K. (Einaudi, traduzioni di Armando Marchi, Virginia Ripa di Meana e Giovanni Bogliolo). Composta da tre romanzi – Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna – l’opera appare per la prima volta in Francia intorno alla metà degli anni Ottanta, generando da subito sorpresa nei lettori. Nei suoi libri, Agota rappresenta le tragedie della guerra con una disperazione fredda e sorda, come se scrivesse attraverso gli occhi di un bambino che non giudica mai niente, ma che si limita a registrare quello che accade con spietata ingenuità.

È ancora più doloroso leggere la Trilogia pensando che, in un certo senso, Agota ha vissuto sulla sua pelle tutto ciò che racconta: anche lei, come i gemelli protagonisti, ha visto la propria città assediata dalle armate straniere ed è stata obbligata a chiedere asilo in un altro paese. Nell’opera, però, la presenza di due personaggi le permette di esplorare, almeno nella finzione letteraria, due strade diverse: se Klaus scappa, proprio come Agota, Lucas resta.

I tre libri ripercorrono la separazione dei due fratelli e il loro ritrovamento dopo la guerra ma, al di là della trama, al centro della scrittura c’è il tema del distacco, in tutte le sue varie declinazioni: distacco dagli affetti, dalla terra amata, dalla lingua, da una vita che, una volta perduta, svanisce e non potrà mai più tornare identica da qualche altra parte.

ieri kristof

Ma la Trilogia non è l’unica narrazione di Kristof a sfondo autobiografico. Nel romanzo Ieri (Einaudi, traduzione di Marco Lodoli), la scrittrice racconta ancora una volta la storia di un emigrato, Tobias Horvath, e del suo amore impossibile per la bella Line, anche lei esule. I due lavorano come operai in una fabbrica, ma desiderano emanciparsi da quell’esistenza abitudinaria: lei sogna di fare l’insegnate, mentre lui vorrebbe diventare uno scrittore.

C’è un mistero che si insinua inesorabile tra le pagine di Ieri, e che riguarda il passato del giovane protagonista: Tobias ha vissuto da sempre nella miseria, deriso per essere il figlio di una prostituta e tormentato dalla gelosia che provava nei confronti della madre, accompagnata sempre da uomini diversi. Finché, una sera, il ragazzo decide di ribellarsi: afferra un coltello e lo affonda nella schiena dell’uomo che sta facendo l’amore con sua madre, trafiggendo sia l’uno sia l’altra. Tobias ha scoperto che quell’uomo è suo padre e non può perdonargli di averlo abbandonato, condannandolo a una vita di infelicità. Dopo aver commesso l’omicidio (in realtà l’uomo e la donna sono ancora vivi, ma lui ancora non lo sa), il ragazzo fugge e cerca di ricominciare da zero in un altro paese. Quello che ignora, però, è che del passato non ci si può mai liberare completamente, che i traumi vissuti si ripercuotono di continuo sul futuro, che è impossibile, per quanto lo si possa desiderare, costruirsi una nuova identità.

Sempre nell’intervista sopracitata, Agota Kristof afferma che nel romanzo è Tobias la figura che più la rappresenta, e non Line. Dopotutto, è a lui che la scrittrice fa dire “è diventando assolutamente niente che si può diventare uno scrittore“. Così anche lei, dopo aver vissuto eventi feroci e crudeli, è riuscita comunque a realizzare uno dei suoi più grandi obiettivi: eppure, per lei, la scrittura non sarà mai strumento di salvezza, bensì di riscatto. Lo dimostra anche il fatto che, fino alla sua morte (avvenuta in Svizzera, il 27 luglio del 2011), Agota scriverà quasi sempre in francese, la lingua straniera che lei definisce “nemica” (“questa lingua sta uccidendo la mia lingua materna”).

Attraverso la scrittura si consuma quella lotta che è l’integrazione in una nuova cultura, i libri di Kristof rappresentano la continua guerra di chi ha perso la propria terra e non potrà mai più tornare indietro: “Parlo il francese da più di trent’anni, lo scrivo da vent’anni, ma ancora non lo conosco. Non riesco a parlarlo senza errori, e non so scriverlo che con l’aiuto di un dizionario da consultare di frequente. […] Questa lingua, il francese, non l’ho scelta io. Mi è stata imposta dal caso, dalle circostanze. So che non riuscirò mai a scrivere come scrivono gli scrittori francesi di nascita. Ma scriverò come meglio potrò. È una sfida. La sfida di un’analfabeta“.

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