Siamo proprio sicuri di conoscere il significato di tutte le parole che leggiamo e ascoltiamo? E che non ci sia un’alternativa italiana che non siamo più abituati a usare?

Negli ultimi 30 anni, le parole inglesi entrate nella nostra lingua sono più che raddoppiate, e anche la loro frequenza d’uso è aumentata. Ogni giorno abbiamo a che fare con termini britannici, non sempre trasparenti (kiss&ride, caregiver) – anzi, talvolta impiegati volutamente proprio per mascherare o per edulcorare come stanno le cose (jobs act, spoils system).

etichettario

Pensiamo poi al linguaggio dei giornali (gig economy, flexicurity), dell’economia (quantitative easing, subprime), delle aziende (customer care, front office), della Rete (hater, spyware) o della moda (clutch, waist bag)…

Siamo proprio sicuri di conoscere il significato di tutte le parole che leggiamo e ascoltiamo? E che non ci sia un’alternativa italiana che non siamo più abituati a usare? Parole come sponsor, budget, staff, catering, display o trailer sono davvero “necessarie”? O forse stiamo perdendo la capacità di dire finanziatore, stanziamento, personale, ristorazione, schermo o anteprima? Di pensare prima in italiano?

Il libro L’etichettario. Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi (Franco Cesati Editore) di Antonio Zoppetti mette insieme centinaia di alternative e sinonimi agli anglicismi più frequenti, senza proporre traduzioni “azzardate” (come guardabimbi per babysitter o fubbia per smog).

Senza alcun purismo, e alcun elenco di forestierismi da bandire: conoscere più parole, più sinonimi, più alternative ci permette di ampliare il nostro lessico, di esprimerci in modo più ricco e vario, e questo partendo proprio dalla nostra lingua – uno dei pochissimi strumenti che più si usa e meno si usura…

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