"Scrivere il mio primo libro è stato difficile, a tratti doloroso, anche se adesso mi sento molto meglio". Amir Issaa parla con ilLibraio.it di "Vivo per questo". Nell'intervista dice la sua, tra le altre cose, sul ruolo "terapeutico" della scrittura e della musica rap: "Ho iniziato a dedicarmi alla musica perché avevo la necessità di tirare fuori, di raccontare al mondo chi ero e le esperienze, anche brutte, che avevo vissuto"

Nato il 10 dicembre 1978, da padre egiziano e madre italiana, cresciuto a Roma nel quartiere di Tor PignattaraAmir Issaa, apprezzato rapper italiano, è in libreria con Vivo per questo (Chiarelettere).

Scritto in prima persona, il suo primo libro ci porta nelle strade di Roma e, fin dalle prime pagine, introduce il lettore in una realtà difficile: quella di due bambini, Amir e sue sorella Fatima che, insieme alla madre, si ritrovano per strada a causa di uno sfratto. Comincia così una storia che si snoda tra i quartieri di una città metropolitana, in una mescolanza di culture e personaggi a volte ai limiti della legalità: un mondo di graffiti, writing e street art, al ritmo della breakdance e, soprattutto, dell’hip hop e del rap.

È la musica, alla fine, la vera protagonista del libro: è stata un’ancora di salvezza per l’autore, e funge da filo conduttore della storia, a metà tra autobiografia e romanzo di formazione. 

Vivo per questo presenta il ritratto di una generazione che nella controcultura ha trovato un’identità, un modo di esprimersi, una terra promessa per chi ha conosciuto l’altra faccia di Roma, ben diversa da quella che si vende ai turisti.

Amir Issaa Vivo per questo copertina

Amir Issaa, dopo che si è dedicato per tanti anni alla musica, come è nata l’idea di scrivere il suo primo libro?
“Mi è sempre piaciuta questa idea, l’ho sempre tenuta in un cassetto. Nel momento in cui ho incontrato la casa editrice è stato un attimo: ho sempre scritto canzoni, e le mie canzoni sono sempre descrittive, sono narrative, spesso sono delle brevi storie da tre minuti e mezzo. Questo, dopo anni di dischi e di canzoni, mi ha portato in modo del tutto naturale a un punto in cui sentivo che questa forma creativa iniziava a starmi stretta, almeno per voler raccontare la mia vita”.

Il libro è autobiografico.
“Sì, l’ispirazione è venuta dalla mia vita, dalle tante esperienze che ho vissuto. Per questo l’ho scritto in tre mesi: perché avevo già la storia; tutto quello che dovevo dire era già dentro di me in realtà, dovevo solo tirarlo fuori. La penna viaggiava da sola”.

La scrittura le dato modo di ripercorrere alcuni momenti significativi?
“Sì, infatti è stato difficile, doloroso a tratti, anche se adesso mi sento molto meglio. Ho sempre vissuto lo scrivere musica come un qualcosa di terapeutico, ho iniziato a dedicarmi al rap perché avevo veramente la necessità di tirare fuori, di raccontare al mondo chi ero e le esperienze, anche brutte, che avevo vissuto”.

amir

Per lei scrivere un libro è quindi un nuovo modo di raccontarsi?
“Con il rap ho trovato quella che, in un periodo della mia vita, era la chiave migliore per farlo. Oggi è arrivato il momento di percorrere anche un’altra strada, che non si distacca dalla precedente, rimane parallela. È sempre una forma di racconto”.

Quale è stato l’episodio più doloroso da raccontare?
“L’episodio più difficile è stato quello dell’ospedale, la morte di mio papà. È il più doloroso anche perché è il più recente, è fresco, qualcosa che avevo voluto rimuovere, qualcosa che non avevo ancora affrontato”.

Cosa intende dire?
“Ci sono delle esperienze che mettiamo da parte per non farci i conti. Se non avessi avuto l’occasione del libro quell’episodio l’avrei tenuto in un cassetto, non l’avrei affrontato. Invece l’ho tirato fuori ed è stato molto doloroso, e non è stato l’unico”.

È un libro molto personale, in generale.
“Assolutamente, per me Vivo per questo è molto difficile da leggere in pubblico, perché ci sono diversi punti in cui scoppierei a piangere. Rileggere fa male ogni volta, anche la fase di correzione delle bozze è stata lenta e macchinosa, perché a tratti non ce la facevo: avevo bisogno di allontanarmi. Per me quel libro scotta, lì dentro c’è la mia vita, respira, è vivo”.

E qual è stato, invece, il momento più bello da raccontare?
“La nascita di mio figlio. Può sembrare banale, ma è così: finora è l’esperienza più bella della mia vita”.

Cosa cambia tra scrivere musica e lavorare a un libro?
“Scrivere Vivo per questo mi ha dato la possibilità, a livello creativo e tecnico, di entrare più nei dettagli, di sviluppare meglio alcuni concetti già presenti nella mia musica. Anche la tecnica di scrittura è stata particolare”.

Cioè?
“Sono voluto andare nei luoghi di cui parlo, non ho un un’esperienza da autore, però ho voluto scriverlo in questo modo, andando a rivedere quei posti e a rivivere quei ricordi. Per raccontare di via Milazzo ci sono tornato: mi sono fatto una passeggiata e ho scritto delle cose lì. È stato sicuramente interessante anche da un punto di vista creativo”.

In cosa si somigliano e in cosa si differenziano la scrittura rap e quella letteraria?
“La canzone è una forma più immediata: in tre minuti e mezzo comunica tantissime cose, tutte insieme, in un unico concentrato, e devi avere la capacità di comprendere, devi conoscere la musica rap per capire. Il libro, invece, offre più spazio per approfondire”.

Cambia anche il tipo di pubblico?
“Per arrivare ai giovani e ai ragazzi il rap certamente funziona, e ha funzionato, molto meglio. Per raggiungere un pubblico più adulto, di lettori, di persone che non ascoltano musica magari, il libro può essere il mezzo più adatto. Una forma non esclude l’altra, ma credo che abbiano due target di pubblico diversi”.

La musica, e il rap in particolare, è un linguaggio espressivo che può aiutare a esprimersi, a sfogarsi e a comunicare? 
“Certo. Il messaggio fondamentale dell’hip hop è proprio questo, trasformare la negatività in positività. È così fin da quando è nato nel Bronx, in cui i ragazzi dei ghetti neri erano riusciti, con la loro cultura, con la loro arte, dal rap ai graffiti, a esprimersi. È terapeutico e può aiutare, l’ho vissuto sempre in questo modo e ai ragazzi piace per questo”.

Quindi anche per lei la musica è stata terapeutica?
“Quando avevo dei problemi, invece di andare per strada e fare qualcosa di sbagliato, mi mettevo a scrivere. E scrivevo, scrivevo, scrivevo. Quando ho capito che più scrivevo più stavo meglio, allora ho capito che tutto quello che avevo chiuso negli armadi per anni e anni, tutto quello che più mi pesava, potevo affrontarlo e trasformarlo. Da quando l’ho capito, l’ho sempre fatto, anche perché chi ha vissuto delle esperienze difficili, deve sapere che c’è un modo per stare meglio”.

Parliamo di libri, le piace leggere? 
“Mi piace leggere, ma non è la mia prima passione. Negli anni mi è sempre capitato di leggere testi che avevano a che fare con il mio mondo, libri che raccontano il mondo di strada degli Stati Uniti, delle gang, dell’hip hop e del rap”.

Per esempio?
Spara o muori. Young Bond di Charlie Higson. Oppure Rapropos. Il rap racconta la Francia di Luca Gricinella, che consiglio. Però non ho voluto ispirarmi a nessun altro per il mio libro, volevo che fosse, nel mio piccolo, unico”.

Il rap può essere considerato una forma di letteratura?
“Assolutamente sì”.

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