di Alain de Botton © autore di Esercizi d’amore

Qualche anno fa stavo curiosando in una libreria di Parigi, quando una citazione sulla copertina di un tascabile attirò il mio occhio:

“Essere psicologicamente vivi significa essere innamorati, oppure in analisi, oppure sotto l’incantesimo della letteratura.”

Il libro, intitolato Storie d’amore, era della psicanalista Julia Kristeva, e poiché il nome mi era sempre piaciuto (a nove anni mi ero innamorato di una piccola Julia con gli occhiali), decisi di comprarlo. Purtroppo la delusione fu grande: in oltre trecento pagine, Julia non elaborava in alcun modo la stuzzicante frase furbescamente riportata in copertina dall’editore.

Eppure l’idea continuava a sembrarmi buona e non riuscivo a togliermela dalla testa: l’idea di un legame significativo tra l’amore e la lettura, di un analogo piacere offerto da entrambi.

Forse la chiave sta proprio nel senso di legame. Certi libri ci parlano in maniera non meno eloquente — e in compenso assai più affidabile — dei nostri amori, liberandoci così dal dubbio angoscioso di non rientrare a pieno titolo nella specie umana e di non avere speranza di poter essere compresi fino in fondo. I nostri imbarazzi, i nostri bronci, i nostri sensi di colpa: tutti fenomeni che, nel breve spazio di una pagina, possono trovare un’espressione chiara in cui riconoscerci. Collocando le parole in quel preciso modo, l’autore ha dipinto una situazione che eravamo convinti di essere gli unici a vivere. Eccoci dunque a scoprire per un attimo, come due innamorati al primo appuntamento, quante cose abbiamo in comune (e a dimenticare il piatto di linguine ai frutti di mare che abbiamo davanti, impegnati come siamo a sondare le profondità degli occhi dell’altro.) Forse poseremo il libro per un istante e ne fisseremo la costola con un sorrisetto ironico, come a dire “Che fortuna averti incontrato!”

È il motivo per cui, quando l’amore ci delude, la letteratura si rivela un’ottima consolazione. La prima volta in cui lessi la supplica del giovane Werther frequentavo l’università, avevo ventun anni e, naturalmene, Wether ero io. Lotte era Claire (alloggiava in fondo al corridoio, studiava macrobiologia e aveva capelli castani lunghi fino alle spalle, con la scriminatura in mezzo), mentre la parte di Albert toccava a Robin, studente di economia con cui Claire usciva da tre anni — ennesima riprova, nel caso ve ne fosse stato bisogno, della miracolosa capacità dei romanzi di adattarsi e accogliere perfettamente, nonché di illuminare, la nostra vita.

L’idea che non siamo soli al mondo è molto rasserenante. Il rovescio della medaglia è che in genere ci piace anche sentirci speciali, unici, e in questo la letteratura non ci sostiene. Prendete per esempio la frase: “Certe persone non si sarebbero mai innamorate, se non avessero saputo che esisteva una cosa chiamata amore”. Ricordo di aver letto questa perla di La Rochefoucauld mentre volavo da Londra a Edimburgo. “Ma l’avevo già pensato io!” fu la mia reazione immediata e, contrariato, mi girai a guardare il panorama delle Midlands coperte di bambagia. “Mi ha rubato l’idea, ecco.” Ipotesi assai improbabile, visto che lui era nato nella primavera del 1613 e io nel 1969; così, più generosamente, finii per ragionare: “Forse sono stato io a rubargliela” – cosa altrettanto impossibile, giacché prima di allora non avevo mai letto quella massima.

La risposta era al contempo più umile e più nobile: semplicemente, La Rochefoucauld ed io avevamo vissuto — io stavo vivendo — nello stesso mondo, e dunque era probabile che, ogni tanto, ci fosse capitato di avere gli stessi pensieri, sebbene lui fosse un genio e io no (qui però lui avrebbe immediatamente colto l’autocommiserazione insita nel mio commento e l’avrebbe stroncata con un impietoso: “Poche persone sono più convinte del proprio genio di quelle che si lamentano della propria stupidità”.) La stessa teoria rappresenta indubbiamente una minaccia per il nostro senso di identità, in parte radicato nell’idea di differenza. E se la frequentazione della letteratura finisse per rivelare troppo di ciò che abbiamo in comune con gli altri? Cosa ci resterebbe da dire — o da scrivere — se tutte le nostre esperienze più private si rivelassero oggetto delle normali riflessioni di altri autori?

Imparare a leggere — e, per conseguenza, a scrivere — significa accettare che la nostra personalità non è impermeabile come ci piace immaginare, e che molte delle cose che riteniamo private in realtà non sono affatto così personali — il che non vuol dire che siano impersonali, termine decisamente più adatto a definire il servizio di un fast-food, bensì che sono comuni a tutti gli esseri umani. Il prezzo della scoperta che non siamo soli e isolati coincide insomma con il riconoscimento del fatto che non siamo nemmeno unici.

Traduzione di Anna Rusconi

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