In occasione dei 20 anni dalla scomparsa del cantautore genovese, la Fondazione Fabrizio De André Onlus ha curato il libro "Anche le parole sono nomadi", un volume che nasce dal desiderio di leggere, insieme e di nuovo, quei testi che raccontano gli ultimi, gli emarginati, il potere, la libertà, l’anarchia, la guerra... - Su ilLibraio.it la postfazione, firmata da Erri De Luca

Fabrizio De André si è espresso artisticamente attraverso i brani che ha inciso nei suoi album e cantato durante i suoi concerti. Anche le parole sono nomadi (Chiarelettere) nasce dal desiderio di leggere, insieme e di nuovo, quei testi, scritti da Fabrizio De André o insieme ai suoi preziosi collaboratori, per riflettere sui contenuti che ha posto alla sua e nostra attenzione: gli ultimi, gli emarginati, il potere, la libertà, l’anarchia, la guerra, solo per citarne alcuni.

In queste pagine sono raccolti più di quaranta brani che si sviluppano seguendo un nuovo percorso, curato dalla Fondazione Fabrizio De André Onlus, in cui le storie, i volti e i sentimenti cantati da Fabrizio De André non ci parlano solo di vite negate e di vite subite, ma anche di riscatto.

Ad accompagnare i testi delle canzoni, le introduzioni e le riflessioni con cui De André presentava i brani in scaletta durante i concerti, alcune delle quali inedite o mai proposte in volume. Un libro non solo per gli appassionati del cantautore genovese ma anche per chi, come i più giovani, desidera scoprirlo. Da leggere nel proprio privato o in gruppo, per ascoltarne insieme le parole, come accade dagli anni Sessanta con i suoi dischi.

Per gentile concessione della casa editrice, su ilLibraio.it la postfazione di Erri De Luca:

Una beffa insolente attraversa la vita di Fabrizio De André. Nel Novecento carceriere di poeti e scrittori, a lui toccò la prigionia da parte di banditi a scopo di estorsione. Fu una beffa insolente per un uomo di solide convinzioni anarchiche, con i titoli per essere perseguito dalle pubbliche autorità. Fu prigionia oscura e peggiore, perché non condivisa con altri compagni di ideali. Fu amara perché coinvolse anche la sua compagna, che non aveva potuto proteggere. Le circostanze del riscatto pagato non contano. La pena fu di patire reclusione perché considerato ricco, categoria di per sé isolante. Intanto in quegli stessi anni la gioventù politica, alla quale ho appartenuto, entrava a migliaia nelle celle e faceva contagio di rivolte dentro i penitenziari. Si rivoltava non per correre a forzare l’uscita e l’evasione in massa, ma in direzione opposta per salire sui tetti e spargere all’esterno, all’aperto e il più lontano possibile la sua voce, le ragioni, le parole scandite in coro. De André ascoltava e faceva cantare al suo impiegato bombarolo una sua presa di distanza da quella gioventù politica:

Loro avevano il tempo anche per la galera,
ad aspettarli fuori rimaneva
la stessa rabbia, la stessa primavera.

Non poteva sapere che in galera già c’era la stessa rabbia, la stessa primavera. Il tempo delle sbarre non era zavorra da caricarsi addosso, ma era seminario di parole nuove, rovesciando l’uso di un posto condannato alla sterilità.

Ammirava a distanza. Non sentiva di appartenere a quella gioventù, di gridare insieme le stesse sillabe in mezzo alle strade affumicate dai gas che spremevano lacrime.

Cantava le sue sillabe dai palchi. Lo stimavamo uno dei nostri, libero di non aderire fisicamente alla nostra pubblica ostilità verso i poteri.

«Se fossi stato al vostro posto» cantava il suo imputato a giudici immaginari. Concludeva: «Ma al vostro posto non ci so stare».

Alla sua biografia manca l’imputazione per convinzioni politiche.

Condivido con lui l’esercizio leale della traduzione. Conoscevo già le strofe di Brassens, prototipo di cantautore, quando lui le mise in italiano con la dote indispensabile dell’ammirazione. Lo ha fatto anche con Dylan, pescando un dialetto del Sud per rendere «No lloras Madalena» con «Nun chiagne Maddalena». Un altro cantautore provava a tradurre Jacques Brel romantico e acrobatico, perdendo sia tensione che temperatura.

Le sue ballate riprendevano l’uso non futile delle rime, dissociandosi dal Novecento che le considerava una gabbietta, imponendo la moda del verso libero.

Viene prima la musica o prima escono scritte le parole? Credo che per lui avesse la precedenza il vocabolario. La musica poi viene dall’andamento sdrucciolo di sillabe contate, dal ritmo favorevole al solfeggio.

Gli scritti di questo libro risuonano già di melodia mentre si leggono. Sono canzoni che ho ripetuto male alla chitarra, ridotte al mio gradino di arrangiamento e alla voce opaca. Volevano questo le sue canzoni: invitare a rifarle a modo proprio in cantine, serate, serenate, da parte di solisti spaesati e persi in giro. Non si prestano al coro né all’inno. De André si è imbattuto nella divinità monoteista, negandola e dandole del tu. Non è contraddizione, anzi è modalità.

Impossibile da ammettere a governo di vita, mondo e tempo, la divinità è almeno la massima creazione della specie umana. È almeno la più grande figura letteraria. È almeno: «Dio, cioè Natura» di Giordano Bruno. E le si addice il tu, dalle preghiere all’indice puntato per accusa.

«Sia Dio che la via Mila» scrive Katzenelson nel ghetto di Varsavia durante il massacrante rastrellamento durato giorni e notti nell’estate del ’42, con le decine di migliaia di persone insaccate tra le case di via Mila:

È solo un bene che Dio non esista
anche se è molto peggio senza lui.
Ma se ci fosse, sarebbe peggio ancora,*
sia Dio che la via Mila, che accoppiata!*

Impossibile ammettere la divinità impotente di fronte all’empietà allo stato puro di boia senza residui di appartenenza al genere umano. Proprio per questo esiste l’impulso alla domanda e al tu: di fronte allo scempio pretendi da me un atto di fede di una tua esistenza? Meglio di no, risponde Katzenelson e anche De André. Meglio scambiarsi il tu dell’irrealtà. Non è contraddizione in termini, è invece critica totale, ragioni e sentimenti uniti insieme a difesa della stessa divinità e della sua reputazione. 

Non può stare a guardare inerte dall’alto, come faceva il cielo azzurro e spettrale di quell’estate del ’42. De André ha avuto compassione dei suicidi, senza però concedere giustifica. Arrivati a quel grado di soffocamento e di oppressione, vanno accolti dalla pietà dell’abbraccio, che è mancato loro.

De André ha provato affetto per le prostitute. Sia Genova che Napoli sono mercati antichi di sessualità venduta. Le prostitute hanno mantenuto famiglie allargate, dipendenti dall’unica risorsa. Omero, Virgilio, Dante nei loro poemi hanno visitato l’oltretomba, dando parola ai morti. Molto più tardi un americano, Edgar Lee Masters, si è messo all’ascolto di defunti attraverso le lapidi di un cimitero. De André ha fatto buon raccolto dalla sua Antologia di Spoon River. Del resto spoon vuol dire «cucchiaio». De André mette musica e fa cantare i morti. La musica, non le parole scritte, li fa resuscitare. Finché stanno nel chiuso delle pagine, le voci di quell’antologia sono ingrandimenti di lapidi. La musica invece riporta in vita il suonatore Jones, il chimico, Jenny, il ragazzo cardiopatico, il giudice basso di statura, il blasfemo. La musica è il salvacondotto che permette a Orfeo di andare oltre lo sbarramento della morte a reclamare indietro la sua Euridice.

La musica è la buona novella e sta alle parole come le ali stanno ai bipedi, noi esclusi.

 

* Itzak Katzenelson, Canto del popolo yiddish messo a morte, Mondadori,
Milano 2009.

(Continua in libreria…)

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