Un'umanità che cerca la salvezza senza poter fermarsi, rischiando la vita. Nel libro "Ancora dodici chilometri. Migranti in fuga sulla rotta alpina", Maurizio Pagliassotti racconta del percorso che separa l'ultimo paese italiano prima del confine francese - Su ilLibraio.it un estratto del libro

I giornali la chiamano “rotta alpina“: dodici chilometri che separano Claviere, ultimo paese italiano prima del confine, e la cittadina francese di Briançon. Sempre i giornali, però, ne parlano solo in occasione di qualche fatto straordinario, come il ritrovamento di un cadavere, la dichiarazione di un politico, lo sconfinamento accidentale di una pattuglia francese.

Maurizio Pagliassotti, scrittore e firma de Il manifesto, ha invece deciso di parlare approfonditamente di quell’intera umanità che, rischiando la vita, cerca la salvezza senza poter fermarsi, senza conoscere ostacoli. E ne parla in Ancora dodici chilometri. Migranti in fuga sulla rotta alpina (Bollati Boringhieri), pubblicato dopo Chi comanda Torino (Castelvecchi, 2012) e Sistema Torino Sistema Italia (Castelvecchi, 2014), raccontando quei sentieri alpini dopo averli setacciati per anni.

Il percorso di queste donne e questi uomini inizia mesi prima: dal ventre dell’Africa, masse di persone in fuga da guerra e fame, senza nulla da perdere, attraversano il Sahara, vengono rinchiusi e torturati nei campi di internamento, salgono su barconi e vengono poi trattenuti in centri di raccolta italiani. In qualche modo, quando arrivano lassù a Claviere, cercano di scappare da un’Italia che non li vuole. Attorno a quel percorso si mettono in mostra la condizione umana, le piccolezze, le miserie, le violenze, e insieme i grandi gesti d’amore e di giustizia…

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un capitolo del libro:

Trovato da una camionista lungo la statale, come un cane abbandonato. Si muore così, lungo la rotta alpina: si muore così sempre, solo che, a volte, capita che il cadavere finisca come una pietra d’inciampo nel cammino di qualcuno che non può evitarlo, che non può non vederlo. Noi, non vediamo cosa succede in questi boschi la notte, e la natura provvede a nascondere le nostre vergogne, a far sparire le prove della nostra miseria. Morto. Nella buia e gelida notte di questo febbraio, mentre l’Italia gioca a far la guerra alla Francia e questa richiama l’ambasciatore a Parigi. Si muore così, lungo la rotta alpina, nel tentativo di una fuga sempre più assurda e disperata. Ventinove anni, dal Togo, si chiamava Derman Teminou. Aveva superato il campo da golf, la frontiera presidiata dalla gendarmeria, il paese del Monginevro silenzioso, le piste da sci e gli ultimi nottambuli che uscivano dalle discoteche. Ma non è riuscito a superare il freddo polare che piano piano lo ha stroncato, portandolo ad accucciarsi come un animale ferito in un cantuccio. Chissà cosa ha pensato in quelle ore di marcia da solo, forse da solo, se ha visto lontano il fondovalle da raggiungere, le luci della città sempre più fioche negli occhi che si spengono, stroncati dal sonno. Molta neve è caduta in questi giorni, e le montagne si sono trasformate in un mare di bianco in cui nuotare. Una distesa farinosa in cui i migranti affondano passo dopo passo, con la coltre bianca che carpisce fino alle ascelle. Si vedono così, in questi giorni: come se fossero caduti nel Mediterraneo, annaspare con le braccia larghe e il collo teso, le bocche spalancate, naufraghi a 2000 metri di quota. I volontari tentano di recuperarli, di avvertirli e di fermarli: ma quelli vogliono solo andare avanti, le raccomandazioni minacciose di questi bianchi sconosciuti devono suonare vagamente ridicole per chi arriva dai campi di sterminio della Libia. La procura di Gap apre un fascicolo per omicidio involontario: chissà cosa vuole dire. Chi sarebbe l’omicida involontario da trovare? Qualcuno che lo ha abbandonato? Un militare? Un governo? Sui quotidiani esce qualche sparuto articoletto che parla di «migrante morto». Ma l’uomo trovato, ridotto ad essere un pezzo di ghiaccio, non è un «migrante». L’uomo morto questa notte, e tutti gli altri che non vengono nemmeno trovati perché dispersi in qualche dirupo o divorati dagli animali di queste foreste, sono fuggiaschi. Uomini, donne e bambini che scappano dall’Italia, che percepiscono, e vivono, come un paese pericoloso e ostile, da attraversare il più velocemente possibile o da abbandonare dopo anni di vita. Lo hanno portato all’ospedale di Briançon ancora in vita: ma il freddo gli aveva ormai ghiacciato il sangue e il cuore. Si muore così, lungo la rotta alpina. Lontani da ogni pietà, con i gendarmi che danno la caccia a fuggiaschi e volontari: gli mancavano nove chilometri di strada lungo la statale. Non poteva farcela, in quelle condizioni, da solo, senza un amico, qualcuno a cui dire l’ultima parola della sua vita.

© 2019 Bollati Boringhieri editore

(continua in libreria…)

 

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