"Come tutte le crisi, come tutti i cambiamenti, anche questa potrà essere un'occasione di rinascita. Ma per rinascere, non dimentichiamolo, bisogna darsi il tempo di dissipare un po' di sé; per ritrovarsi bisogna prima perdersi, e bisogna aver paura, per trovare il coraggio. Penso che sia importante, adesso, concederci il diritto di soffrire, anziché ritrovarci a soffrire il doppio, solo per aver voluto schivare la possibilità di scoprirci fragili...". Parte da un pensiero di Blaise Pascal sul "non saper stare senza far nulla in una stanza" la riflessione della scrittrice e filosofa Ilaria Gaspari, che su ilLibraio.it racconta come sta vivendo i giorni dell'emergenza covid-19: "Abbiamo il diritto di fare un po' schifo, di non essere presentabili, di non aver ragione..."

C’è un pensiero di Pascal che mi è venuto in mente – come, credo, a chiunque abbia avuto occasione di leggerlo almeno una volta – in questi giorni strani.

Dice così: “Quando mi è capitato di riflettere sulle diverse inquietudini degli uomini, sui pericoli e sulle pene a cui si espongono a corte, in guerra, là dove nascono tanti contrasti, passioni, imprese ardite e spesso malvagie, mi son detto spesso che tutti i mali degli uomini derivano da una sola cosa, dal non saper stare senza far nulla in una stanza. Un uomo che avesse beni sufficienti per vivere, se sapesse stare a casa propria con piacere, non ne uscirebbe per andare sul mare o all’assedio di una fortezza, non acquisterebbe a caro prezzo una carica nell’esercito se non trovasse insopportabile la vita nella sua città, e non cercherebbe le conversazioni e i divertimenti dei giochi se sapesse stare a casa propria con piacere”.

Foto da Ilaria Gaspari
Ilaria Gaspari in compagnia del suo cane

Fuori, in questi giorni, impazza la primavera. Si affacciano le foglioline nuove sulle dita rinsecchite dei platani, le vedo in lontananza, di un verde tenero, come ogni anno; come ogni anno, da un giorno all’altro l’aria è diversa, entra dalla finestra con uno scalpiccío di impazienza; il sole è caldo davvero, il vento è fresco. Ogni anno, quando penso: ecco, oggi l’aria è proprio fresca, appena nella mia mente compare quell’aggettivo, so che è primavera. Solo che quest’anno non lo penso mentre cammino, nell’ombra dei platani ammorbidita dal profilo delle foglie nuove; quest’anno lo penso alla finestra, e sotto di me la strada è silenziosa. Non passa nemmeno un motorino; non un clacson, niente. Le bambine della casa di fronte corrono lungo il ballatoio, si lanciano qualche gridolino; alla ringhiera hanno attaccato il disegno di un arcobaleno, e sotto hanno scritto: “andrà tutto bene”.

Ogni tanto passa un’ambulanza; il mio cane ulula insieme alla sirena. Allora chiudo la finestra anche se l’aria fuori è fresca.

Quest’anno, mentre arriva la primavera, noi ce ne stiamo in casa, chi in una vera e propria quarantena, chi in un isolamento con deroghe minime – la spesa, il cane che deve scendere giusto il tempo di fare pipì – che durerà chissà quante settimane.

Al primo annuncio del decreto che prescriveva la clausura per limitare i danni del contagio, insieme a un garbuglio di sentimenti – paura, inquietudine, incredulità, ma anche il sollievo di pensare che il virus non si propaga se non trova chi lo porti in giro – subito mi è venuta in mente quella frase di Pascal: con un senso di conforto, con l’idea che sarebbe stato bello, riposante quasi, dimostrarmi che potevo, io, starmene in casa con i miei libri e i miei pensieri, sfidare l’irrequietezza e vincere. Me la sono riletta, come un’esortazione, un incoraggiamento: ah, basta tanto poco per star bene, sono fortunata ad avere una casa piena di libri, una casa in cui starò benissimo mentre, per il bene mio e degli altri, mi ci muro dentro.

Sono passati solo pochi giorni da quell’annuncio; giorni lunghissimi, dilatati, di abitudini nuove, di angoscia e scoperte. Come molti in questo momento, anch’io ho il pensiero di una persona cara che sta lottando per sopravvivere al virus; anch’io ho l’angoscia di un lavoro instabile, l’incertezza di non sapere quanto durerà, un senso di gratitudine che quasi mi schiaccia per i medici e gli infermieri che fanno l’impossibile per contrastare la pandemia, la rabbia per le ingiustizie sociali che rendono, per chi è più debole, ancora più difficile questo momento; mi preoccupo per gli amici, per i loro problemi di lavoro, per le loro famiglie. Ho molte fortune e ne sono ben consapevole, ma sono agitata; ho poche opinioni su quello che sta succedendo, anzi forse non ne ho proprio, non ho giudizi per nessuno. Ho soltanto, in questo momento, un groviglio di sentimenti che non riesco a districare. Di sicuro non trovo un altro momento della mia vita da paragonare a questo, per rassicurarmi, per sapere cosa mi aspetta.

Mi sento in dovere di darmi da fare, di riempire il tempo. Telefonate, valanghe di messaggi. Consolare chi, fra le persone a cui voglio bene, è in ansia, chi ha più ragioni di me di preoccuparsi. Lo faccio; mi fa stare meglio. Ma penso anche che devo fare di più: oltre a lavorare, oltre a essere presente per chi ha bisogno di me, devo sfruttare il tempo, perbacco! Questo tempo immobile, queste giornate in cui, in fondo, cos’avrò mai da fare? Non devo prendere treni per andare a fare presentazioni in librerie lontane, non devo uscire, non invito nessuno a cena: ho un mucchio di ore guadagnate, un mucchio di tempo nuovo. Così, dopo le lezioni di scrittura, che si sono spostate online, dopo gli editing, dopo gli articoli che scrivo con una fatica inusitata, potrei lavorare al romanzo: se non lo faccio adesso, quando lo farò? Sono proprio stupida a sprecare l’occasione. E tutti i libri che ho messo da parte, in attesa di leggerli appena avessi avuto un momento libero? E quel cumulo di incombenze che mi trascino da secoli per via della mia orrenda pigrizia? Ho un cassetto pieno di calzini da appaiare. Bottoni che aspettano di essere riattaccati, da mesi, a camicie che nel frattempo non indosso perché, appunto, manca quel bottone. Bisognerebbe riordinare i soppalchi, pulire bene i vetri di tutte le finestre, il filtro della lavatrice. E scrivere – com’è che oggi non ho scritto nemmeno una riga? E rispondere a una tonnellata di messaggi, e leggere, ed essere una persona migliore, in questo tempo in più, non lasciarlo colare così, come cera di una candela che si squaglia, non farlo evaporare in nulla, ma sfruttarlo, sfruttarlo, sfruttarlo tutto quanto. Cosa direbbe Pascal, mi domando, se mi vedesse – neghittosa, spenta, inutile, impresentabile, incapace di starmene chiusa in una stanza ed essere contenta così?

Poi, dopo giorni in cui mi logoro con tutti questi dovrei, giorni in cui mi sforzo di vestirmi decente, di sorridere nelle videochiamate e di avere l’aria di una che sta bene, e scrivo pagine da buttare via perché non ho il coraggio di scendere sotto la superficie, di inabissarmi nelle acque profonde che sommergono gli unici segreti di cui valga la pena scrivere, torno a rileggermi quella frase di Pascal che nel frattempo, da confortante esortazione a vivere bene l’isolamento, si era trasformata in un rimprovero truce e inesorabile.

Torno a rileggerla, e finalmente la capisco. Quanto ero stata stupida, superba e stupida, a fraintenderla, facendo un torto a me stessa e anche al povero Blaise Pascal: che con quelle parole non cercava di far la morale agli uomini impazienti, né di allenarli a tecniche di auto-aiuto per star bene nelle loro stanzette, ma coglieva semplicemente un dato di fatto – un tratto inestinguibile della nostra condizione di esseri umani.

Siamo umani: siamo deboli, abbiamo manie di grandezza che contrastano con la finitezza delle nostre vite; siamo umani, e nonostante gli egoismi, le rivalità, le piccole miserie che coltiviamo, è impossibile che ci sentiamo davvero estranei a quello che ci accomuna gli altri esseri umani: a maggior ragione in un momento come questo. Un momento che non possiamo confrontare con nessun altro, fra quelli che abbiamo vissuto, in cui ci rendiamo conto della nostra vulnerabilità, tutti insieme, e nello stesso tempo – tutti insieme – perdiamo il conforto delle piccole abitudini che ci illudono di poter controllare la nostra vita. È umano, allora, che le quattro mura di casa ci sembrino soffocanti; è umano scalpitare, avere l’angoscia di questo tempo da riempire, che fino a ieri era pieno di piccoli rassicuranti automatismi e ora, d’improvviso, ci fa sentire scoperti, fragili, feriti.

Come tutte le crisi, come tutti i cambiamenti, anche questa potrà essere un’occasione di rinascita. Ma per rinascere, non dimentichiamolo, bisogna darsi il tempo di dissipare un po’ di sé; per ritrovarsi bisogna prima perdersi, e bisogna aver paura, per trovare il coraggio. Penso che sia importante, adesso, concederci il diritto di soffrire, anziché ritrovarci a soffrire il doppio, solo per aver voluto schivare la possibilità di scoprirci fragili.

Abbiamo il diritto di essere impresentabili, di piangere, di essere sconvenienti e ridere per le cose sbagliate. Di alienarci nel lavoro, o di sprecare un paio d’ore di questo tempo ritrovato a non fare assolutamente niente. Abbiamo il diritto di sorridere guardando un arcobaleno storto con scritto sotto “andrà tutto bene”, e un attimo dopo di pensare che è una frase che nei film porta sempre sfortuna; di lasciarci rincuorare dai canti dal balcone, ma anche di irritarci perché pensiamo a chi sta male. Abbiamo il diritto di fare un po’ schifo, di non essere presentabili, di non aver ragione; di lasciarci consolare senza pensare a cosa gli altri penseranno di noi. E di pensare a un’altra primavera, in cui magari ci ricorderemo di questi giorni, e sapremo che, come ha scritto Hölderlin, che effettivamente visse chiuso in una torre, dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva.

 

L’AUTRICE – Ilaria Gasparicollaboratrice de ilLibraio.it, è nata a Milano. Ha studiato filosofia alla Scuola Normale di Pisa e si è addottorata con una tesi sulle passioni all’università Paris 1 Panthéon Sorbonne. Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, Etica dell’acquario (Voland). Ha poi pubblicato Ragioni e sentimenti – L’amore preso con filosofia (Sonzogno) e Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita (Einaudi).

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