Annie Dillard inizia a scrivere "Pellegrinaggio a Tinker Creek" a ventisette anni quando vive nei boschi della Virginia. Due anni dopo, il libro le vale il premio Pulitzer per la non-fiction. L'opera è una narrazione che è autobiografia, ma anche saggio metafisico. Ed è inoltre un'osservazione della natura che trova le sue radici nel trascendentalismo americano di Ralph Waldo Emerson e David Thoreau... - La recensione

“Vivo vicino a un fiume, il Tinker Creek, in una valle delle Blue Ridge in Virginia. Il luogo dove vive un anacoreta si chiama eremo; alcuni erano semplici capanne ancorate al lato di una chiesa come un cirripede a uno scoglio. Penso a questa casa addossata alla riva del Tinker Creek come un eremo”, scrive Annie Dillard in Pellegrinaggio a Tinker Creek (Bompiani, traduzione di Gabriella Tonoli).

Annie Dillard

La scrittrice, nata in Pennsylvania nel 1945, inizia a scrivere il libro a ventisette anni, tra il 1972 e il 1973, quando vive nei boschi della Virginia. L’opera, allora erroneamente definita una raccolta di saggi dai critici, viene pubblicata tra il 1974 e il 1975, e vale all’autrice il Premio Pulitzer per la non-fiction.

Il libro si compone di una serie di capitoli, ognuno con un titolo evocativo, che percorrono lo scorrere delle stagioni durante un anno di vita quotidiana della scrittrice-protagonista.

I capitoli, inoltre, seguono una “simmetria bilaterale”: la prima metà segue la “via positiva”, la seconda quella “negativa”. Così lo spiega la stessa Annie Dillard, nella postfazione: “Il cristianesimo neoplatonico descriveva due vie per arrivare a Dio: la via positiva e la via negativa. I filosofi della via positiva sostengono che Dio è onnipotente, onnisciente ecc.; che Dio possiede solo attributi positivi. Trovavo la via negativa a me più congeniale. Gli uomini navigati che l’avevano percorsa (Gregorio di Nissa nel quarto secolo e Pseudo Dionigi l’Areopagita nel sesto) rimarcavano invece l’inconoscibilità di Dio”.

Annie Dillard

Pellegrinaggio a Tinker Creek, infatti, è prima di tutto un libro su Dio. Non un libro religioso, nonostante le citazioni dal Corano e dalla Bibbia e gli accenni alla spiritualità degli inuit e all’ebraismo. Ma un testo filosofico che, attraverso l’osservazione della natura, cerca di rispondere al quesito metafisico per antonomasia, l’esistenza del Divino.

Dillard, sempre nella postfazione, svela come la sua ricerca derivi da un coraggio mosso dalla giovane età: “Mi ci sono gettata senza alcuna paura di Dio; a ventisette anni pensavo di avere tutto il diritto di occuparmi delle grandi questioni sulla Terra. Mi ci sono gettata senza alcuna paura dell’uomo”. E aggiunge di essere stata ispirata da un saggio pubblicato dal New Yorker, che osservava come i matematici lavorassero meglio da giovani “perché con l’età perdono ‘la forza di eccellere’”.

Nonostante la forza di Annie Dillard non si sia arrestata con il trascorrere degli anni – dopo Pellegrinaggio a Tinker Creek ha scritto altri tredici libri di fiction e non fiction, tra cui Ogni giorno è un dio (anche questo titolo recentemente pubblicato per la prima volta in Italia da Bompiani, nella traduzione di Andrea Asioli) e nel 2014 è stata insignita della National Humanities Medal dall’allora presidente Barack Obama – proprio con questa opera stabilisce quello che sarà poi il suo stile. 

Una narrazione che è autobiografia, ma anche saggio metafisico. Ed è osservazione della natura. Un genere che trova le sue radici nel trascendentalismo americano di Ralph Waldo Emerson e David Thoreau. Proprio a Emerson fa riferimento Dillard quando spiega il ricorso alla prima persona singolare nelle sue narrazioni: “Cercavo di essere – per usare l’espressione sempre comica di Emerson – un bulbo oculare trasparente”.

La sicurezza granitica di Annie Dillard, la stessa che le permette di svolgere una vera e propria indagine su Dio, però si sfalda di fronte alla società, e in particolare agli uomini. Sempre nella postfazione scritta per il venticinquesimo anniversario dall’uscita dell’opera negli Usa la scrittrice svela di aver a lungo pensato di pubblicare l’opera con uno pseudonimo maschile,”siccome molti uomini per altri versi ammirevoli non leggono libri scritti da donne americane”. E sperando, così, che il lettore “pensasse soltanto alla lettura del libro”, senza farsi influenzare da pregiudizi e preconcetti.

Commenti