Antonio Ferrari ci ha preso gusto. Dopo il romanzo-verità "Il segreto", eccolo cimentarsi in "Amen": un’altra vicenda che incrocia misteri e intrighi, non solo italiani: al centro, l’attentato a Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981 in piazza San Pietro... - L'intervista de ilLibraio.it al giornalista e scrittore

Antonio Ferrari ci ha preso gusto. Dopo Il segreto, romanzo-verità sul caso Moro uscito nel 2017 e che ha riscosso un notevole successo, eccolo cimentarsi in Amen (sempre edito da Chiarelettere) con un’altra vicenda che incrocia misteri e intrighi, non solo italiani: al centro, l’attentato a Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981 in piazza San Pietro.

Ferrari, per trent’anni inviato speciale del Corriere della Sera, è un cronista avvezzo a cercare la verità più che a rilanciare le veline del potere. E quello dell’attentato a Wojtyla per anni ha riposato su una verità da tutti, o quasi, ritenuta indiscutibile: la pista bulgara con il turco Ali Agca nel ruolo di esecutore materiale.

Per Ferrari quella pista che portava a Est era, è ed è sempre stata una bufala. Se n’è reso conto negli anni scavando nelle sue inchieste tra Roma, Sofia e Istanbul alla ricerca dei veri mandanti. Nella sua visita a Sofia del 2002, fu lo stesso Giovanni Paolo II a smentirla: “Non ho mai creduto alla cosiddetta ‘pista bulgara’”, disse rivolgendosi al presidente Georgi Parvanov, “sono molto legato ed affezionato al vostro popolo”.

Ferrari era lì quando Wojtyla pronunciò quelle parole: “Mi telefonò in piena notte il vaticanista del Corriere, Luigi Accattoli, dicendomi di andare l’indomani perché il portavoce del Papa, Joaquín Navarro-Valls, aveva preannunciato dichiarazioni importanti”. L’Autore, che nel romanzo è Anton Giulio Ferrer (“ho scelto questo nome in omaggio a uno dei miei cantanti preferiti, Nino Ferrer, pseudonimo di Agostino Ferrari”), ha dedicato il libro a Papa Francesco.

Amen Antonio Ferrari

Perché questa scelta?
“Condivido tutto quello che fa Francesco e posso immaginare quanto sia difficile e complesso. A casa conservo una foto che ho fatto con lui durante l’incontro di Assisi organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio. E poi è un gesuita, e io, da milanese acquisito, ho avuto grande stima per il cardinale Martini”.

Se avesse avuto la possibilità di intervistare Wojtyla, cosa gli avrebbe chiesto sull’attentato?
“Gli avrei fatto questa domanda: ‘Santità, so che lei non mi risponderà, ma io glielo devo chiedere per forza: sa chi sono i mandanti dell’attentato?'”.

Chi c’è di mezzo allora?
“Trame di servizi segreti, cardinali poco santi, malavita agganciata a poteri politici, massoneria deviata, comitati d’affari e soldi sporchi. Non dobbiamo pensare alla trama lineare di un giallo, in realtà ci fu una convergenza psicologica di tanti interessi, che non devono essere necessariamente esplicitati: alcuni sono subliminali, altri diretti, altri si muovono a un livello più sotterraneo in modo che gli esecutori abbiano la netta percezione di realizzare quello che i mandanti vogliono e non dicono. Non dimenticherò mai una frase di Giovanni Testori dopo l’attentato”.

Quale?
“Eravamo riuniti al Corriere per discutere di quello che era accaduto. Testori abbozzò: ‘Che cosa dite? A me vien da pensare a un’operazione congiunta della massoneria e della criminalità’. Era andato molto vicino alla verità, più di quanto potesse immaginare”.

antonio ferrari

Perché, allora, la pista bulgara ha retto per tanti anni?
“Era comoda a tutti. Chi poteva negare che i comunisti avessero interesse a togliere di mezzo il Papa polacco, percepito come un pericolo per la loro sopravvivenza e stabilità, e che Sofia era il ventre molle dell’Unione Sovietica? Poi c’è la frase che mi disse l’ex nunzio apostolico a Sofia, monsignor Mario Rizzi, e che riporto nella quarta di copertina: ‘A volte la verità è così vicina che ci sfugge'”.

Giulio Andreotti, che era quasi il “ministro degli Esteri” del Vaticano, non le ha mai confidato nulla?
“Ho cercato più volte di provocarlo, mai una parola. Un giorno cercò di sviare le mie insistenze così: ‘Ferrari, ma secondo lei il presidente Mantovani lo dà Pietro Vierchowod alla Roma per un anno?’. Lui sapeva che sono tifoso della Sampdoria. Andreotti era così”.

Il romanzo parte da lontano. Da un gruppo di giovani religiosi che vogliono rinnovare la Chiesa e trovano un alleato in Giovanni XXIII.
“Roncalli l’ho conosciuto da ragazzino grazie a un mio zio prete che lavorava in Vaticano. Ero a Castel Gandolfo con il Centro turistico giovanile. Stavamo giocando, il Papa si affacciò alla finestra e mi disse di lanciargli il pallone. Lo feci e lui me lo rilanciò di nuovo. Un Pontefice straordinario, era il contrario di come appariva. Alcuni, anche all’interno della Chiesa, lo consideravano poco energico e senza visione. E invece convocò il Concilio e risolse la crisi dei missili di Cuba”.

Nel suo romanzo c’è una tesi suggestiva: al Conclave del 1958 fu eletto Papa il cardinale conservatore Giuseppe Siri, il quale rinunciò per lasciare spazio a Roncalli.
“Non sapremo mai la verità e io non sposo in toto questa tesi perché non ho tutti gli elementi per farlo. C’è un rapporto dei servizi segreti americani, desecretato nel 1994, che conferma. Siri avrebbe rinunciato su sollecitazione di numerosi cardinali, soprattutto francesi e orientali, perché la sua elezione avrebbe provocato disordini nell’Est europeo comunista mettendo, a rischio la vita dei vescovi cattolici oltre la cortina di ferro. Comunque, anni dopo chiesi a Siri se era vero…”.

La risposta?
“Non mi disse né sì né no”.

Che tipo era il cardinale Siri?
“Un conservatore ferreo ma rigoroso e difficilmente assimilabile a gruppi di potere opachi e affaristici. Ho vissuto a Genova, mi ha fatto la Cresima, ogni tanto i genovesi si divertivano a chiamarlo ‘u faliu Papa’, il ‘Papa fallito’. Diceva che ci sarebbero voluti tanti anni per riparare i danni portati alla Chiesa dal Concilio”.

Chi voleva togliere di mezzo il Papa che progetto aveva?
“Preservare il grado d’infiltrazione della massoneria nella Chiesa e mandare un segnale chiaro sulla necessità di mantenere certi equilibri di potere legati a vari comitati d’affari. Ho seguito Wojtyla in tanti suoi viaggi in Medio Oriente: Libano, Giordania, Israele. Anch’io ho sangue polacco, da parte della mia nonna paterna. Una cosa che mi ha sempre colpito di lui era la stretta amicizia con Pertini”.

Per quale motivo?
“Erano due uomini apparentemente distanti. Credo però che il Papa sapesse delle infiltrazioni della massoneria nella Chiesa e sono sicuro che ne parlasse con Pertini, che era un uomo integerrimo e tutto d’un pezzo. Quando gli dissero che due impiegati del Quirinale erano iscritti alla loggia massonica P2 si mise a urlare”.

Nel libro c’è un filo rosso che unisce l’azione riformatrice di Roncalli a Wojtyla, fino ad arrivare a Bergoglio.
“Dall’incontro interreligioso di Assisi del 1986 in poi, Giovanni Paolo II dà una sterzata forte sul tema del dialogo con l’Islam e cerca di distinguere tra estremisti e no. Oggi si stanno raccogliendo frutti che sembravano impensabili fino a qualche decennio fa. Un Papa, Francesco, che va ad Abu Dhabi, nel cuore dell’islamismo, a due passi da quell’Arabia Saudita che finanzia l’Isis. E poi, il rapporto tra Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar, che rappresenta un pezzo importante del mondo islamico”.

Nel romanzo a un certo punto compare la figura dell’arcivescovo americano Paul Marcinkus.
“Un dottor Jekyll e mister Hyde… Era in qualche modo il garante del comitato d’affari che è il veleno della Chiesa. Gesù diceva di scacciare i mercanti dal tempio. Wojtyla, come pure Luciani, aveva compreso bene questa ragnatela di poteri e l’ha combattuta con vigore. Marcinkus non è stato cacciato, ma allontanato quando non era possibile fare altro”.

E Ali Agca?
“Un uomo che è stato ampiamente strumentalizzato e che ha raccontato sempre grandi bugie”.

Perché ha scelto di scrivere un romanzo e non un saggio?
“Perché solo con la forma del romanzo si poteva rendere conto di questo groviglio internazionale. E poi avevo bisogno di mettere in chiaro alcune cose che ho vissuto in prima persona e sono state molto importanti per me. Il primo libro l’ho dedicato ai retroscena delle interviste che ho fatto ai leader del Medio Oriente, da Ariel Sharon ad Assad a Erdogan”.

Qual è stata la più difficile?
“Quando andai a intervistare Sharon (primo ministro di Israele dal 2001 al 2006, ndr) lo incalzai senza tregua e gli contestai molte cose. Su di lui ero sempre stato durissimo, l’avevo chiamato più volte guerrafondaio. Però la prima intervista che diede dopo essere diventato premier la diede a me. C’era con me il direttore del Corriere, De Bortoli, e rimase stupito. Io quando intervisto sono una belva. E da giornalista non capisco chi ha criticato Fabio Fazio per aver intervistato il presidente francese Macron. Il difficile, per certe interviste, è anzitutto ottenerle”.

E una volta ottenute?
“Bisogna essere preparati, avere coraggio e nessuna paura”.

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