"Forse per non restare ogni volta delusi, bisognerebbe cambiare la prospettiva, e anziché fare gli auguri, essere auguri, farsi augurio per gli altri, non chiedendo cosa l’anno nuovo possa donare, ma impegnandosi a portare qualcosa per renderlo più bello, più umano...". Su ilLibraio.it il messaggio di fine anno del biblista Alberto Maggi

ESSERE AUGURI

È ben strano il destino che attende il nuovo anno, da sempre tanto atteso, tanto desiderato, tanto festeggiato. Viene raffigurato come un bebè, portatore di cose buone, ed è accolto con tanta gioia, ma poi, per qualche misterioso maleficio, in poco più di trecento giorni il tenero pargoletto si trasforma in un decrepito vecchio, del quale non si vede l’ora di sbarazzarsene, cacciato via con risentimento, per non aver portato la felicità così attesa e sperata. Le frasi più ricorrenti nell’approssimarsi della fine dell’anno ben esprimono questo stato d’animo: “Tirasse via a passare quest’anno…”, oppure: “E speriamo che il nuovo anno sia migliore di questo…”.

E questo accade ogni fine d’anno. Non si vede l’ora che l’anno termini, proiettando nel nuovo arrivato tutti quei desideri frustrati che non si sono realizzati nell’anno vecchio, caricando il nuovo che viene con tante illusioni che non tarderanno a tramutarsi in cocenti delusioni. E gli auguri fatti e quelli ricevuti, vengono spazzati via, dimenticati, lasciando in bocca un amaro disincanto, in attesa di un nuovo anno nel quale riporre nuovamente le aspettative di sempre.


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Forse per non restare ogni volta delusi, bisognerebbe cambiare la prospettiva, e anziché fare gli auguri, essere auguri, farsi augurio per gli altri, non chiedendo cosa l’anno nuovo possa donare, ma impegnandosi a portare qualcosa per renderlo più bello, più umano, come insegna il Nuovo Testamento, per il quale la felicità non è un’utopia, una chimera sempre rincorsa e mai raggiunta, ma una possibilità concreta alla portata di tutti. Infatti la felicità, per Gesù, non consiste in quel che si riceve, ma in quel che si è capaci di donare: “Si è più beati nel dare che nel ricevere” (At 20,35). Se la felicità dipende da quel che si riceve, si rischia di consumare l’esistenza sempre amareggiati, perché gli altri non hanno saputo rispondere ai bisogni, ai desideri per i quali si è atteso invano una risposta. Ma se la felicità consiste invece in quel che si dona, questa può essere possibile, immediata e piena; anzi, più si dà e più si è felici, perché il Padre non si lascia vincere in generosità, e regala vita a chi dona amore (“Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più”, Mc 4,24; Lc 12,31).

Essere un augurio per gli altri significa fare della generosità il distintivo che rende riconoscibili. Chi è capace di offrire che quel che è e ciò che ha, in maniera abituale, possiede la vita in pienezza, e per questo ne può fare dono. Come il Cristo risuscitato, che ogni volta che si manifesta ai suoi discepoli dice loro: “Pace a voi!” (Gv 20,19.21.26). Il suo non è un augurio (“La pace sia con voi”), ma un dono. La pace può essere un dono solo quando è espressione di tutta la vita della persona, altrimenti è solo un suono (“Ognuno parla di pace con il prossimo, ma nell’intimo gli ordisce un tranello”, Ger 9,8). Chi dona pace non solo comunica gioia, ma arricchisce la propria (“Perché la nostra gioia sia perfetta”, 1 Gv 1,4).

La pace, l’ebraico shalòm, nel mondo semitico ha un significato molto più ampio di quello conosciuto in Occidente, infatti include tutto quel che di buono e bello rende appagata la persona, dalla pienezza di salute all’amore, dal lavoro al benessere: la felicità. Per questo in quella cultura il saluto augurale, non era (e non è) mai espresso solo verbalmente, ma sempre accompagnato da un dono, che può essere un dolce, una bevanda, un frutto, per contribuire alla felicità e alla gioia di chi riceve il saluto. Per questo quando Gesù dona pace, regala felicità, e quel che aveva promesso non rimane un augurio, ma diventa realtà, affinché “la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11; 16,24). I vangeli invitano a essere portatori di questa pace (“In qualunque casa entriate, prima di tutto dite: ‘Pace a questa casa!’”, Lc 10,5) affinché questa raggiunga tutti gli uomini: “E sulla terra pace agli uomini, che egli ama” (Lc 2,14).

L’AUTORE – Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Ha pubblicato, tra gli altri: Roba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede); Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi. E’ in libreria con Garzanti Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita.

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