"Avere 18 anni oggi significa combattere contro il preconcetto, di chi ti sta intorno, che tu faccia parte di una generazione cretina, agiata, privilegiata in quanto rallentata da se stessa...". Su ilLibraio.it il commento controcorrente dello scrittore Marco Marsullo, 30enne, in libreria con il romanzo "I miei genitori non hanno figli"

Avere diciotto anni oggi significa combattere contro il preconcetto, di chi ti sta intorno, che tu faccia parte di una generazione cretina, agiata, privilegiata in quanto rallentata da se stessa. Uncinata ai bastoni per i selfie, gli autoscatti (come direbbe l’infinito Gianni Morandi), precaria nel destino e senza pensione ai titoli di coda.

Perché avere diciotto anni oggi è una preghiera senza santo, senza più libretti di istruzione, che la Mecca alla quali rivolgersi per sperare nel futuro non l’hanno indicata più a nessuno. Avere diciotto anni vuol dire non capire e non essere capiti, una o due generazioni di distanza dai propri genitori e guardarsi con sospetto nei propri tag di Facebook insieme a una banda di amici che, tempo uno o due anni, non saprai neanche più in quale città finiranno a studiare o a lavorare. E allora finisce che la più grande guerra dei diciottenni di oggi, io che diciotto anni ce li avevo un soffio più di dieci anni fa, è quella con se stessi. Infilandosi in pantaloni troppo stretti e in acconciature troppo elaborate, che vengono viste come la stimmate, l’emblema, della frivolezza, mentre io ci vedo la normale paura di sentirsi soli che tutti, nessuno escluso, abbiamo provato a quell’età e che, probabilmente, proviamo ancora oggi mentre siamo in una metropolitana o aspettiamo il risultato di un colloquio di lavoro.

Io che nei licei ci finisco spesso a parlare dei miei libri (immensa fortuna, immensa, potervi vivere da vicino), la spavalderia e la tracotanza di alcuni modi, segnalati dagli “adulti” come irrispettosi, bollati come scostumati, d’improvviso diventa docili guance rosse quando li “affronti” nell’uno contro uno; cambia la voce, cambia il gesticolare, cambia perfino la forma degli occhi. Tornano bambini, i diciottenni di oggi se gli chiedi qual è la ragazza che più gli piace della scuola, mentre noi pensiamo a rapporti sessuali ambigui e precoci perché dai telegiornali, di tanto in tanto, piovono notizie spaventose e allarmanti. Che fanno parte del millennio, come le guerre e i poveri profughi che sbarcano da noi perché non hanno più in piedi le loro città. Che il male di questo nostro tempo è il caos, l’assenza di regolamentazioni, non la gioventù. Tenera e indifesa, geniale e un po’ arrogante come può essere ogni colore troppo forte da abbinare a delle scarpe appena comprate. Avere diciotto anni oggi è avere il coraggio di saper crescere nonostante tutto. Perché questi ragazzi cresceranno e saranno bellissimi, tutti, nessuno escluso. Che l’ordine delle cose trova sempre una sua forma curiosa, a qualsiasi latitudine, anche nell’epoca di Instagram e degli Hashtag. #Crazy #Guys #Life #Night #Summer. Io ne aggiungo un altro: #Futuro. E così sia, perché così è sempre stato. E sarà sempre. Per fortuna.

I miei genitori non hanno figli

L’AUTORE – Nel suo nuovo romanzo, I miei genitori non hanno figli (Einaudi Stile Libero), Marco Marsullo, 30enne napoletano (già autore di Atletico Minaccia Football Club e L’audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache), racconta (con il suo consueto stile comico) un diciottenne che prende la parola e fa a pezzi il mondo degli adulti, e i propri genitori, smascherando la fragilità di una generazione che non è mai davvero cresciuta.

 

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