"La scienza è vista come una cosa difficile, per pochi, inaccessibile, e grazie ai nuovi mezzi siamo riusciti a far vedere che in realtà può essere interessante e comprensibile". L'intervista de ilLibraio.it a Beatrice Mautino, che torna in libreria con "La scienza nascosta dei cosmetici", un saggio in cui si sfatano alcuni fraintendimenti che mettono in allarme i consumatori, ma in cui si scopre anche la chimica dei prodotti che acquistiamo, così come il mondo della loro produzione e quello della ricerca scientifica che la accompagna - L'intervista

Molti la conoscono come @divagatrice: Beatrice Mautino, divulgatrice scientifica sui social e non, torna in libreria con La scienza nascosta dei cosmetici (Chiarelettere). Mautino, laureata in biotecnologie industriali, con un passato da ricercatrice nel campo delle neuroscienze, è anche co-fondatrice di Frame – Divagazioni scientifiche, con cui organizza mostre ed eventi scientifici.

In questo nuovo libro espone in modo approfondito alcuni temi caldi dell’industria cosmetica, come la presenza del piombo nei rossetti e la possibilità che il talco presenti tracce di amianti, cercando di fare chiarezza, tramite i risultati delle ultime ricerche scientifiche, su cosa possiamo e non possiamo dire con le conoscenze attualmente in nostro possesso.

Quello che emerge è che spesso di certezze assolute non ce ne sono: ci sono ricerche, avanzamenti sulle conoscenze dei possibili rischi, ma le affermazioni che possiamo fare sulla base di queste conoscenze non sono quasi mai risolutive. Come sa chi ha una formazione scientifica, le conoscenze di oggi saranno precisate (o magari smentite) da studi futuri e, nel frattempo, possiamo solo informarci correttamente e agire in base a ciò che la comunità scientifica ci suggerisce.

“Non siamo abituati a ragionare in termini di limiti”, scrive Mautino, “ma è proprio quello che dovremmo iniziare a fare. Non dobbiamo allarmarci di fronte ad analisi che dimostrano la presenza di qualche contaminante. Come abbiamo visto, è spesso inevitabile, e dobbiamo piuttosto chiederci quanto ce n’è e se questa quantità è al di sopra o al di sotto delle soglie di sicurezza, mettendoci l’anima in pace sulla purezza”.

Della scienza cosmetica, argomento poco conosciuto dal pubblico e sul quale periodicamente circolano notizie non vere o fraintendimenti che allarmano i consumatori, Mautino tratta giornalmente anche nei suoi canali social e nella sua rubrica su Le Scienze La ceretta di Occam.

La scienza nascosta dei cosmetici fa seguito a Il trucco c’è e si vede (Chiarelettere), un saggio che esplora altri aspetti dello stesso tema. Nel nuovo volume l’autrice conduce anche in un viaggio nella parte nascosta della scienza e dell’industria cosmetica: tramite il racconto delle sue ricerche il lettore scopre il mondo dei laboratori, in cui, ad esempio, “figure mitologiche” come quelle dei coloristi riescono a individuare sfumature e sottotoni invisibili a un occhio non allenato. Non solo: entra nel cuore di una miniera di talco, scoprendo un po’ della storia e della cultura della terra che di quella miniera vive da decenni, o attraversa la storia secolare del rosso carminio, colore che è stato capace di influenzare le economie internazionali.

Iniziamo con una curiosità: nel suo articolo di apertura della rubrica La ceretta di Occam scrive con ironia di “essere una frana” nell’uso del trucco. Allora come nasce la scelta di fare divulgazione proprio sul mondo della cosmesi?
Non ho mai avuto una passione per il trucco; ho iniziato a interessarmi a questo mondo mentre facevo ricerca per un libro precedente che trattava di cibo, alimentazione e genetica dell’agricoltura, un argomento molto tecnico. Nell’osservare i claim sulle etichette degli alimenti ho iniziato a guardare se ci fossero dei pattern anche negli altri settori. Mi sono resa conto che i cosmetici avevano claim simili (i vari ‘senza’ questo e quello, o dichiarazioni di ingredienti miracolosi) e mi sono chiesta se c’era qualcuno che stesse facendo lo stesso lavoro per i cosmetici”.

E cos’ha scoperto?
“Che era un territorio inesplorato da parte della divulgazione scientifica; quindi ho deciso di provarci io. Da lì è nata la rubrica su Le Scienze, e poi il primo libro (Il trucco c’è e si vede, ndr) e adesso questo
“.

Con il tempo si sarà anche un po’ appassionata…
“Non al trucco di per sé, ma a quello che c’è dietro: molta scienza, in particolare la chimica, che è bello raccontare, oltre a dinamiche interessanti. Poi ho scoperto che è un argomento perfetto per parlare di scienza a chi non la frequenta”.

In che senso?
“Ho un pubblico principalmente femminile, mentre generalmente la scienza ha un pubblico molto più maschile. Sono anche seguita da persone che hanno le formazioni più disparate, tra le quali molte estetiste, e parlare di cose come trial clinici e il metodo scientifico con persone che sono fuori dal mio mondo è una bella sfida”.

Uno dei capitoli più appassionanti de La scienza nascosta dei cosmetici è quello in cui racconta le vicende del talco. Com’è stato visitare l’Ecomuseo delle miniere e della Val Germanasca?
Quel viaggio mi ha fatto capire di non aver capito nulla in precedenza”.

Perché?
“Sono andata lì per raccontare le questioni legate ai processi in atto negli Stati Uniti, pensando di scoprire qualcosa a riguardo. Invece quello che ho scoperto è stato un mondo che non immaginavo…”.

Cioé?
“Una comunità locale la cui economia è mantenuta da secoli dalla miniera. Fare i minatori non è un gran lavoro a cui aspirare, invece in quelle valli la miniera ha salvato la comunità, che è in maggioranza valdese. Così ho scoperto storie che mescolano cultura, religione e attaccamento alla terra. È stato veramente un viaggio emozionante. Poi, ovviamente, tratto la storia dei processi e la questione dell’epidemiologia, ma andare a parlare con le persone che lavorano lì, con i figli di ex minatori per esempio, ha dato una chiave di lettura che non immaginavo potesse esserci
“.

A un certo punto del libro cita sua sorella, che definisce la sua risposta a un dubbio sulle tinture per capelli “un predicozzo che alla fine fa decidere me”. Dal saggio, infatti, emerge che non si possono tirare facilmente linee di demarcazione tra ciò che è dannoso e ciò che non lo è: tra lo scetticismo del “i prodotti sono tutti uguali” e la fiducia verso ciò che è dichiarato dal produttore, dove si dovrebbe porre il consumatore attento?
Bisognerebbe sempre porsi domande. Quello che vorrei far capire è che non esiste un prodotto completamente innocuo, ma ciò non significa dover convivere con il terrore: in quanto europei abbiamo il sistema di controllo sulla sicurezza dei cosmetici più severo al mondo. I cosmetici, però, sono pur sempre sostanze chimiche, che possono anche reagire tra loro, come nel caso delle tinte. E quindi bisogna chiedersi se l’azienda è seria, che è una delle domande che mi pongo maggiormente. Quando mi chiedono come scelgo i cosmetici, io dico che l’etichetta non la guardo perché non ho allergie, però faccio un controllo sul comportamento dell’azienda nel corso degli anni, cercando, per esempio, eventuali segnalazioni di prodotti ritirati dal commercio per contraffazioni. Ci mettiamo nelle mani delle aziende, quindi va preteso che rendano disponibili dati sia di sicurezza sia di efficacia. Poi bisogna essere consumatori attivi”.

Ci spieghi meglio.
“Non leggendo l’etichetta dei prodotti come se fossero dei tarocchi, ma indagando sulla serietà e la trasparenza del produttore
“.

La trasparenza si può perdere, per esempio, tra le infinite certificazioni disponibili. Nel libro spiega che ne esistono numerose per attestare la naturalità e la biologicità dei prodotti, ma che sono numerosi (e diversi tra loro) anche i criteri da rispettare per ottenere queste certificazioni. Possiamo quindi dire davvero che abbiano un valore di garanzia per il consumatore?
No. Le certificazioni non nascono per garantire la sicurezza, o per garantire che quel prodotto è migliore di un altro che non ce l’ha. Nascono per facilitare la vita a chi non ha voglia di cercare le origini di tutti gli ingredienti con una certa componente di origine naturale; tramite il bollino sai che quel prodotto ha dovuto seguire un certo disciplinare di produzione, che puoi vedere andando sul sito dell’ente che lo certifica, un’azione, però, dispendiosa in termini di tempo. Non è però garanzia di sicurezza”.

Ma?
“Semplicemente un modo per dire che quel prodotto ha una certa percentuale di ingredienti di origine vegetale o di origine naturale; da consumatore posso decidere che un prodotto di origine naturale non mi importa. Spesso sono comunque percepiti
 come un bollino di qualità, soprattutto nel mondo degli henné, dove si parla di ‘henné certificati’ come se fossero puri o migliori degli altri. La certificazione può voler dire solamente che la pianta da cui viene estratto l’henné è stata coltivata in biologico, ma la molecola che c’è dentro è la stessa, per cui non c’è differenza in termini di pericolosità e di sicurezza“.

Questo ci mostra come faccia parte del lavoro di divulgazione scientifica anche sfatare credenze instaurate dal marketing dei prodotti. Il suo lavoro l’ha mai portata a scontri con qualche azienda?
“Ho avuto qualche problema con piccoli produttori soprattutto nel mondo dell’henné, qualcuno lo racconto anche nel libro. Questi si sono visti minati nella loro autorevolezza, perché contribuivano a diffondere l’idea (sbagliata) che l’henné è un prodotto innocuo, basando anche il modello di business su quest’idea. Io cerco di fare chiarezza e capisco che la cosa possa infastidire“.

Una volta sfatati dei miti, però, se ne creano subito di nuovi. Nella sua esperienza, il lavoro di divulgazione nell’ambito della cosmetica con il tempo porta a un pubblico più attento e più informato, che non cadrà così facilmente nei tranelli futuri, o la sensazione è quella di non poter stare dietro a tutte le fake news?
“Mi piacerebbe avere dei dati, fare un esperimento sulla mia community e trattare l’argomento in maniera quantitativa, perché delle sensazioni mi fido poco, anche quando sono le mie. Però c’è la speranza che le cose che racconto sui cosmetici diventino strumenti che possano servire anche nella vita anche in altri ambiti. Mi arrivano dei feedback, poi vedo che sotto i post di alcuni influencer che cercano di vendere ‘il miracolo’ o demonizzano un ingrediente, sempre più spesso qualcuno scrive che non è proprio così, consigliandoli di guardare delle stories a riguardo o di leggere qualche articolo. Il dubbio, io e gli altri che lavorano in questo settore, mi sembra che l’abbiamo gettato“.

Non è scoraggiante, però?
“No, poi il fatto che quello dei divulgatori su Instagram sia diventato un fenomeno che inizia a interessare ai giornali e alle aziende significa che sta avendo una ricaduta pratica. Abbiamo occupato uno spazio che prima era terra della pubblicità e poco più, e noi siamo riusciti a portarci un po’ di informazione, fatta a modo nostro. In un sistema basato sull’immagine e sulla superficialità, abbiamo cercato di piazzarci dentro gli ‘spiegoni’. Sembra funzionare, la community cresce. Ma più di questo, senza numeri, non credo di poter dire”.

Lei sviluppa il suo lavoro divulgativo su mezzi diversi: da una parte scrive su una rivista scientifica e pubblica libri, ma fa anche divulgazione sui social network. Cosa ama di un tipo di mezzo e dell’altro?
Io li vedo collegati, non come compartimenti stagni, anche se poi spesso i mondi non si parlano. Chi mi legge su Le Scienze in molti casi non mi segue su Instagram. La cosa che non mi aspettavo, e che mi ha piacevolmente stupita, è che il pubblico dei social è un pubblico che legge, e legge anche tanto; sia gli approfondimenti (che però devono essere online) sia i libri. C’è un pubblico nuovo anche per i libri che parlano di scienza, a proposito”.

In che senso?
“Si è capito che possono essere testi comprensibili e interessanti. Ricevo messaggi di chi mi dice di essere alla sua prima lettura scientifica, o di non aver mai letto di scienza prima nel timore di non riuscire a capire. La scienza è vista come una cosa difficile, per pochi, o inaccessibile, e grazie a questi mezzi siamo riusciti a far vedere che, in realtà, può essere interessante e comprensibile. È la scoperta più bella che abbiamo fatto
“.

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