Fondata nel 1907 e aperta al pubblico nel 1914, fu solo al termine della Guerra Civile spagnola, nel 1940, che iniziò a funzionare nell’attuale edificio, l’antico Hospital de la Santa Creu di Barcellona. La scrittrice Roberta Marasco racconta su ilLibraio.it la storia della Biblioteca de Catalunya

Chi è convinto che un libro sia la migliore medicina non può non entrare almeno una volta nella vita nella Biblioteca de Catalunya, la biblioteca nazionale catalana.

Nel centro di Barcellona, a un passo dalle Ramblas e in pieno Raval, per accedervi dal Carrer de l’Hospital si attraversa un giardino meraviglioso, che come ogni prologo che si rispetti inizia a trasportarci lontano dalla realtà, tagliando fuori il caos dei turisti e dei negozi di souvenir. Ma è dopo aver salito il maestoso scalone all’ingresso ed essere arrivati sotto le alte volte gotiche della biblioteca che ci si ritrova a trattenere il fiato.

Biblioteca de Catalunya 1

La Biblioteca de Catalunya non è solo un posto dalle suggestioni uniche, non solo è in grado di ispirare se non amore, almeno venerazione e rispetto per i libri a chiunque vi metta piede, non è solo uno degli edifici del gotico catalano più belli della città. La Biblioteca de Catalunya è a sua volta un libro che racconta una storia appassionante. Attraversare le sue navate, alte dieci metri e larghe altrettanto, è come sfogliarne le pagine e immergersi nella sua trama.

Fondata nel 1907 e aperta al pubblico nel 1914, fu solo al termine della Guerra Civile spagnola, nel 1940, che iniziò a funzionare nell’attuale edificio, l’antico Hospital de la Santa Creu di Barcellona. Sì, perché le mura che adesso ospitano la biblioteca sono quelle dell’edificio che fu l’ospedale della città per più di cinque secoli, dal 1401 al 1926. Proprio quell’anno, la sera del 7 giugno 1926, arrivò all’ospedale un uomo anziano in gravi condizioni. Era stato investito da un tram lungo la Gran Via, a pochi isolati dal cantiere della Sagrada Familia, e per via del suo aspetto da mendicante nessuno si era preoccupato di prestargli soccorso e l’avevano lasciato sul selciato. Quando lo trasportarono al vicino ospedale era ormai tardi per salvarlo. Il giorno successivo ci si rese conto che quell’anziano senza documenti e mal vestito era in realtà Antoni Gaudí. Quando gli proposero di trasferirlo in una clinica privata, il geniale architetto della Casa Battló, della Pedrera, del Park Güell e della Sagrada Familia rifiutò. “Il mio posto è qui” rispose, “fra i poveri”. Morì poco dopo, il 10 giugno, in quello stesso ospedale.

Santa Creu 1 (002)

Il trasloco dei volumi della biblioteca dalla sede precedente, il Palau de la Generalitat, all’antico ospedale durò tre anni e avvenne in piena Guerra Civile, dal 1936 al 1939. Ciononostante, la biblioteca non cessò di funzionare durante la guerra e rimase aperta, sia pure con servizi limitati. Chiuse i battenti solo il 24 gennaio del 1939, due giorni prima dell’ingresso delle truppe franchiste a Barcellona.

Durante la dittatura, la biblioteca subì lo stesso destino di molte via della città e cambiò nome, per diventare la Biblioteca Central. Non solo: tutte le tessere rilasciate dal luglio del 1936 al febbraio del 1939 (per l’esattezza quelle dal numero 26.423 al 26.667, come risulta dai registri della biblioteca) vennero ritirate e distrutte, in quanto risalivano al “periodo rosso”. Sempre durante la dittatura, nel deposito sotterraneo della biblioteca arrivò l’inferno. Letteralmente. Con le leggi franchiste, infatti, i volumi ritenuti “pornografici, socialisti, comunisti o libertari” venivano ritirati dagli scaffali e custoditi in uno spazio riservato, chiamato appunto “inferno”, accessibile solo a lettori “dalla solida preparazione intellettuale e spirituale”. Negli anni Ottanta i volumi in questione furono riportati al loro posto, ma non si conserva un elenco completo dei titoli custoditi all’“inferno”.

È possibile invece consultare gli schedari del catalogo originale della biblioteca. Un piccolo enorme gioiello per chi ama viaggiare nel tempo: circa ottocentomila schede che risalgono fino alle origini, da quelle scritte a mano del 1914 a quelle battute e macchina che arrivano al 1990, anno in cui vennero informatizzate. C’è qualcosa di magico nel ritrovarsi davanti quei titoli scritti in una calligrafia elegante e ricercata. Ogni volta che uno di quei cassettini si apre, è come se il passato prendesse fiato. La biblioteca è stata ristrutturata fra il 1992 e il 1998, ristrutturazione che le è valsa il premio FAD di architettura e interni, ma la Storia continua a vegliare sulle migliaia e migliaia di storie che trattengono il fiato sugli scaffali e nei cinquanta chilometri di scaffali del deposito.

Biblioteca de Catalunya

È questo a rendere la Biblioteca de Catalunya tanto speciale: il modo in cui il passato e il presente si sorreggono a vicenda, guardando al futuro. Sono convinta che i luoghi conservino qualcosa degli eventi che hanno ospitato e se è così, non può non essere rimasta l’energia spesa lì dentro per secoli per guarire, curare e assistere i propri simili, di qualunque provenienza e origine fossero, qualunque fosse il motivo per cui si trovavano lì. Chi entrava fra quelle mura sarebbe stato salvato, o almeno si sarebbe fatto il possibile per provarci. E basta parlare cinque minuti con i bibliotecari, sentirli raccontare con affetto e riguardo dei chilometri di depositi sotterranei o del “paternoster”, come viene soprannominato il piccolo carrello meccanico che corre su rotaie e trasporta i volumi avanti e indietro dal deposito, basta ascoltarli per capire che la missione fra quelle pareti è rimasta la stessa: salvare i quattro milioni di documenti affidati alle loro cure.

“Non si tratta solo di preservare i documenti” ci ha spiegato una bibliotecaria durante la visita guidata, riferendosi ai materiali audio e video. “Bisogna essere in grado di riprodurli. Per questo la biblioteca insieme ai supporti sonori conserva anche gli apparecchi necessari per poterli ascoltare”.

Tutti quei libri che sono scampati alla Guerra Civile, all’inferno franchista, all’epurazione delle tessere rosse, alla informatizzazione, alla ristrutturazione della biblioteca, all’avvento del digitale, tutti quei libri quindi esistono soltanto grazie a noi. Siamo noi il dispositivo necessario per leggerli e farli tornare a respirare. E così tutto acquista un senso, il fatto che i libri curino le persone e che un antico ospedale ospiti quattro milioni di documenti, dopo aver salvato chissà quante vite necessarie a far sì che quei documenti continuassero a esistere, nonostante l’ottusità della dittatura e dell’ignoranza.

Tutti quei libri sono la storia. Possiamo lamentarci finché vogliamo della crisi dell’editoria, del calo dei lettori, delle case senza librerie, ma la storia è scritta lì, in quell’edificio maestoso che tante anime ha curato e tante altre ne curerà, e nei molti edifici come lui.

I libri sono la nostra storia, ma la speranza e il futuro dei libri siamo noi.

nota: le fotografie sono di Isidre García Puntí

L’AUTRICE – I segreti di una madre nella Barcellona degli anni Settanta, una figlia alla ricerca della verità: Lezioni di disegno (Fabbri editore) è il nuovo romanzo di Roberta Marasco, scrittrice e traduttrice, già autrice de Le regole del tè e dell’amore (Tre60).
Marasco con il suo blog Rosapercaso, dedicato al femminismo rosa, invita le donne a liberarsi della “Sindrome dello strofinaccio” e ad affermare il proprio diritto di essere felici.
L’autrice vive e lavora in Spagna, in un paesino sul mare, dove ha scoperto che la strada per tornare a casa è quasi sempre nascosta nelle storie.
Qui i suoi interventi ospitati da ilLibraio.it.

 

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