"BoJack Horseman" è la prima serie animata per adulti prodotta da Netflix (protagonista anche in libreria). Creata nel 2014 e arrivata quest'anno alla quinta stagione, ha riscosso successo grazie alla presenza di un personaggio protagonista capace di rappresentare le nostre frustrazioni e alla capacità di sintonizzarsi sui temi più delicati dell'attualità, raccontandoli senza stereotipi né perbenismi... - L'approfondimento (e un tentativo di risposta all'inevitabile domanda: perché proprio un cavallo?)

“La persona che più mi ha insegnato a stare al mondo è un cavallo”, c’è scritto sotto un post di Instagram della pagina ufficiale di Netfilx Italia. La foto in questione, ovviamente, rappresenta BoJack Horsman.

Creata nel 2014 da Raphael Bob-Waksberg e disegnata dalla fumettista Lisa HanawalBoJack Horsman è la prima serie di animazione per adulti prodotta da Netflix e racconta la vita di un gruppo di animali parlanti e antropomorfi che vivono e lavorano a Los Angeles.

Protagonista è il cavallo-uomo BoJack (doppiato nella versione originale da Will Arnett), un attore in declino e con il vizio dell’alcol che cerca di riconquistare il successo affidandosi a una ghostwriter che dovrebbe scrivere la sua autobiografia senza peli sulla lingua: One Trick Pony.

La storia della serie, dalla fase di sviluppo fino alla realizzazione concreta, è raccontata nel libro BoJack Horseman. Tutto quello che avreste voluto sapere (Edizione BD), in cui, tra le altre cose, sono presenti bozzetti, estratti di sceneggiature, trattamenti dei pitch e interviste agli autori. C’è anche uno scambio di mail in cui Raphael parla per la prima volta a Lisa dell’idea embrionale di BoJack.

“Mi è venuta un’idea per uno show di cui mi piacerebbe proporre un pitch. Fammi sapere cosa ne pensi: BoJack, il cavallo parlante depresso. BoJack è un uomo-cavallo che vive in un mondo pieno di esseri umani e altri animali antropomorfi. Era la star di Horsin’ Around!, una sitcom degli anni ’90, incentrata sulla vita di un cavallo irresistibilmente simpatico che ha deciso di prendersi cura di tre ragazzini umani molto svegli. Ora è diventato un  misantropo senza prospettive per il futuro e fa la vita dello scapolo in una magnifica casa sulle colline di Hollywood. È una persona insofferente, che ha da lamentarsi su qualsiasi cosa e ama indossare maglioni fantasia tanto quanto ama autocommiserarsi; è nevrotico, scorbutico e testardo (un incrocio tra Larry David, Bender di Futurama e un cavallo)”.

A questa mail Lisa risponde con entusiasmo, ma puntualizzando degli aspetti che poi andranno a costituire il carattere del personaggio.

“Mi piace, BoJack l’equino triste! L’unica cosa è che tendo a essere attratta da personaggi più puri e sinceri che non da quelli cinici. Li trovo sempre più interessanti. E se BoJack fosse terribilmente nevrotico e pieno di ansie, ma anche ottimista riguardo alle proprie capacità di tornare a far parte del mondo dello spettacolo, tanto da illudersi? Volevo solo dire che non sono una fan di Ih-Oh, l’asino depresso in Winnie the Pooh…”

Il successo della serie, arrivata quest’anno alla quinta stagione, è dovuto a diversi fattori, ma sicuramente è prima di tutto l’essenza di BoJack a coinvolgere così tanto gli spettatori. Perché? Perché ci si riconoscono.

BoJack ha costantemente bisogno di attirare attenzione e ricevere approvazione dagli altri, ma allo stesso tempo fa di tutto per auto-sabotare le proprie relazioni, allontanando e trattando male il coinquilino Todd (Aaron Paul), la sua agente gatta nonché ex-fidanzata Princess Carolyn (Amy Sedaris), la sua ghostwriter umana Diane (Alison Brie) e il suo rivale per eccellenza, il labrador giallo Mr. Peanutbutter (Paul F. Tompkins).

BoJack è un insoddisfatto cronico, che cerca di sedare la sua depressione sbronzandosi e drogandosi fino a perdere i sensi. È rancoroso, egoista e spesso infantile. Nel corso delle stagioni compie molti gesti riprovevoli, che ne mostrano la natura egocentrica e opportunista.

Date queste premesse, davvero si potrebbe empatizzare con un simile personaggio? A dire il vero, sì. Perché BoJack è una figura problematica di cui si riesce a comprendere la sofferenza: vorrebbe stare meglio, ma non ci riesce. Non sa come essere felice. BoJack sbaglia, e poi non fa altro che pensare agli errori commessi, rimuginando su come sarebbe potuta andare se si fosse comportato diversamente.

In questo consiste la natura umana di BoJack. Nell’11esima puntata della prima stagione, cercando di difendere il punto di vista adottato per la scrittura della biografia, Diane dichiara: “Lo vedi? Alla gente piace molto il tuo lato umano che racconto nel libro. Ci si immedesimano. Così le persone vedono che anche tu, che puoi sembrare perfetto, in realtà sei fragile e vulnerabile come chiunque altro, e questo le fa sentire meno sole“.

Inoltre, la struttura della serie prevede continui salti temporali, dagli anni ’70, in cui vediamo la storia della famiglia di BoJack (arrivando fino agli anni ’40 nella quarta stagione) agli anni ’90, cioè quando raggiunge la fama con la sitcom Horsin’ Around, fino al presente, ovvero fine anni ’10 del 2000. Attraverso questi flashback, conosciamo il passato di BoJack e tutte le cicatrici che lo hanno portato a essere la persona che è.

Ma non è tutto. La serie infatti ha la capacità di sintonizzarsi sui temi più delicati dell’attualità e di porre i personaggi davanti a situazione ambigue, in cui è difficile prevedere le reazioni. L’ultima stagione, per esempio, ruota attorno all’argomento di dibattito più caldo dell’anno: la denuncia delle violenze sulle donne e gli abusi di potere, a partire proprio dal mondo dello spettacolo. I rapporti sessuali che sconfinano in una zona grigia, in cui il concetto di consenso assume nuovi significati e dove la consapevolezza di aver subito (e, in alcuni casi, anche commesso) un sopruso arriva soltanto dopo. L’argomento viene tratto con intelligenza, soprattutto perché emerge chiaramente la difficoltà di stabilire ruoli netti tra vittima e carnefice. O meglio, viene messo in evidenza come i due ruoli, in realtà, possano cambiare e ribaltarsi all’improvviso. Senza stereotipi né perbenismi, rischiando anche di assumere posizioni impopolari, la serie presenta una delle analisi e delle critiche più brillanti sulla questione.

Questo è possibile anche grazie alla caratterizzazione dei personaggi femminili (in particolare i due principali, Diane e Princess Carolyn) che rappresentano diverse idee di femminismo. Diane è molto simile a BoJack: è pessimista di natura e sente di non avere un obiettivo o uno scopo nella vita. Si sposa con Mr. Peanutbutter, ma poco dopo inizia a sentirsi soffocare: anche lei è insoddisfatta, anche lei non sa cosa può renderla felice. Respinge i sentimentalismi con il suo carattere cinico e iper-razionale, ma quando si ritrova sola capisce comunque di non stare bene. L’aspetto più interessante della sua personalità, che emerge con chiarezza proprio nell’ultima stagione, è la capacità di rimanere attaccata ai suoi ideali femministi, senza perdere la tolleranza, la comprensione, l’umanità.

Dall’altra parte c’è la felina Princess Carolyn, perfetta immagine della manager in carriera, spietata e arrivista, almeno all’apparenza. È aggressiva, risoluta e non si ferma davanti a niente pur di ottenere successo sul lavoro. Tuttavia anche in lei si nascondono profonde contraddizioni: nonostante il lavoro venga prima di tutto, Princess Carolyn vorrebbe costruire una famiglia. La quarta stagione affronta proprio il tentativo della gatta di poter avere un figlio ma, anche in questo caso, sembra troppo difficile conciliare obiettivi lavorativi, desideri profondi e benessere personale.

Ma veniamo alla domanda che, prima o poi, qualunque spettatore di BoJack Horseman si pone: perché è proprio un cavallo? A quanto si evince dalle parole dell’illustratrice, grande appassionata di equini, i cavalli sono animali molto timorosi, perché per natura sono prede. Ci mettono un po’ a fidarsi e sono continuamente in allerta. Per questo è così difficile, per un cavallo, lasciarsi cavalcare: perché è come se sentisse di avere il pericolo proprio sopra le spalle. Dall’altra, però, i cavalli sono anche dei predatori, perché mangiano la carne. Forse è proprio per questa doppiezza, per questa paura di essere aggredito e, allo stesso tempo, questo bisogno bisogno di aggredire, che è stato scelto un cavallo per rappresentare le contraddizioni e i comportamenti dell’essere umano.

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