Gadget quasi irrinunciabile, le borse di tela sembrano ormai diventate la bandiera della classe culturale, uno status symbol da indossare, un segno di riconoscimento che sta bene su tutto: comunicano un'idea di chi le indossa, un'idea spesso legata ai libri e alla cultura

Che si indossi un paio di jeans e una camicia stampata, un vestito a fiori estivo, o un pantalone scuro e un maglione a collo alto, una borsa di tela sta bene su tutto. Si può indossare sulle Doc Martens, sulla giacca di velluto, sul poncho colorato e perfino sul completo da ufficio: le borse di tela, o shopper che dir si voglia, non sono proprio fatte per star male su nulla. Bisogna saperle scegliere, s’intende.

London Review of Books tote bag shopper borse di tela

Non è tanto una questione di colori, né di tessuti che si sposano bene insieme, né tantomeno di eleganza: la borsa di tela rappresenta un’idea e, in quanto tale, sceglierla significa selezionare l’idea giusta (Spoiler alert: “Pure ideology!”. Troppo tardi, Mr. Zizek). Nate oltreoceano col nome di tote bags, questi gadget hanno acquisito sempre maggiore popolarità e si sono rapidamente diffusi, soprattutto nel mondo della cultura, dell’arte e dell’editoria.

È quindi l’industria culturale che si deve tenere responsabile di tutte quelle tante e varie borse di tela che si vedono a zonzo per le città; molte di queste riportano stampato il logo di un museo, di una casa editrice o di un’università, il titolo di una rivista o di una testata di giornale, l’immagine di un quadro o il manifesto di una mostra, la copertina di un libro, la citazione di uno scrittore o di un artista, il motto di un’associazione.

Shakespeare and company shopper borse di tela tote bag

Ed è qui che entrano in gioco le idee: una borsa di tela permette di indossare la propria cultura come abbigliamento, fare sfoggio di uno status, quello culturale, che rimarrebbe altrimenti invisibile. Grazie a quel gadget siamo il tipo di persona che ha appena finito di leggere (o quantomeno ha acquistato) l’ultimo romanzo di cinquemila pagine arrivato in libreria dall’America. Siamo il tipo di studente di filosofia che ha passato la domenica pomeriggio (a scattar selfie?) all’ultima mostra di Klimt arrivata in città. Siamo quelli che l’estate scorsa non sono stati solo a Londra, ma anche alla Tate Gallery. Siamo quelli abbonati al New Yorker.

New Yorker tote bag borse di tela shopper
Via MarketWatch.

Ben si capisce perché le shopper del mondo della cultura siano le più diffuse: si vuole far sapere agli altri che leggiamo poesia francese, non che il nostro conto corrente sia depositato in una banca piuttosto che in un’altra. Si tratta, infondo, di rendere visibile un certo spessore culturale, di cui si vuol fare il proprio capitale d’investimento: se qualcuno può permettersi una borsa da migliaia di euro perché possiede un lavoro remunerativo e ampie possibilità economiche, la classe intellettuale (che raramente può vantare conti in banca stratosferici) risponde a colpi di shopper, esibendo il proprio capitale, quello culturale.

“La borsa di tela, consapevolmente o meno, è il simbolo di un capitale culturale” Spiega Elizabeth Currid-Halkett, autrice di Una somma di piccole cose. La teoria della classe aspirazionale (Franco Angeli, traduzione di Pierluigi Micalizzi), in un’intervista a Marketwatch. “Leggere il New Yorker implica possedere un raro insieme di conoscenze, una consapevolezza della cultura e una finezza del gusto che va oltre la semplice lettura di cosa succede nel mondo. La borsa di tela permette, anche non intenzionalmente, di rendere noto quel capitale culturale”.

Leggere può creare indipendenza shopper borse di tela tote bags

Ed è stato così che le shopper hanno acquistato sempre maggiore popolarità, al punto da diventare il gadget d’eccellenza di qualsiasi evento, associazione, istituzione, non soltanto culturale. Quando, nel 2015, venne inaugurato il sito Literary Hub, l’oggetto promozionale scelto per il lancio della piattaforma furono, neanche a dirlo, delle borse di tela da regalare ai sostenitori, ed ebbero un tale successo che la gente contattava il sito per farne richiesta, dichiarandosi disposta a pagare cifre esorbitanti pur di averne una. “La gente le adora. Se non dovessimo farcela come sito, potremmo sempre diventare un’azienda di borse di tela”, dichiarò Jonny Diamond, l’editore di Literary Hub al New York Times.

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“Mode a parte, l’atto di indossare una borsa di tela promuove la percezione intellettuale di chi la indossa e, di conseguenza, il suo status”, conferma YouthRadio, mentre Il Post ci ricorda “il fatto che queste borse indichino l’appartenenza a un determinato gruppo di persone”: sono lo status symbol della classe intellettuale, colta, che ha fatto delle shopper la propria bandiera.

Non solo, nel corso del tempo le borse di tela sono diventate dei veri e propri catalizzatori sociali. Immaginiamo: in coda da Arnold per ordinare un caffè d’asporto, che con qualsiasi shopper fa sempre pendant, indossiamo borsa di un festival del cinema (quello indipendente, s’intende); accanto a noi, con la coda dell’occhio, scorgiamo un logo familiare, un font noto, un’immagine conosciuta appesa al braccio di un’altra persona. Et voilà, vien da sé che rompere il ghiaccio non sia mai stato così facile, perché alla persona che abbiamo davanti fa piacere sapere che noi riconosciamo quel simbolo quanto a noi fa piacere dimostrare di saperlo riconoscere.

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