Con "Western Stars" Bruce Springsteen è tornato più che mai alle origini, (ri)conquistando la critica più esigente. Il Boss non porterà il disco in tour con la E Street Band: proprio per questa ha deciso di dirigere lui stesso il film che porta sul grande schermo l’esecuzione live dell’intero album. È l'occasione per rendere omaggio al grande artista, che da decenni canta l’infrangersi del Sogno Americano...

Il Nobel per la Letteratura conferito a Bob Dylan nel 2016 è stato un momento di non ritorno: la critica ha dovuto accettare, una volta per tutte, quello che buona parte del pubblico più sensibile sapeva già da tempo, ovvero che la musica, certa musica, è senza ombra di dubbio letteratura. Un riconoscimento che ha validato in tal senso, finalmente, anche tutta la produzione artistica di chi canta l’infrangersi del Sogno Americano, come Dylan e Bruce Springsteen

L’influenza di Dylan su Springsteen (1949) è stata riconosciuta sin dai suoi esordi con Greetings from Asbury Park, nel 1972: i testi di quelle canzoni non sono mai secondari rispetto alla musica e agli arrangiamenti, anticipano molti dei temi ricorrenti che lo avrebbero caratterizzato come uno dei grandi narratori degli Stati Uniti. “Arrivò e ci diede le parole, il linguaggio di cui avevamo bisogno”, ha detto Springsteen su Dylan in un keynote speech tenutosi al South by Southwest nel 2012: un’influenza che non rinnega, ma da cui poi ha avuto l’abilità di scostarsi, trovando la propria voce e creandosi un’immagine in netto contrasto,e diventando forse la rockstar per antonomasia dopo Elvis Presley, l’altro padre putativo del Boss (storico soprannome di Springsteen).

La carriera del cantante originario del New Jersey è iniziata raccontando le storie dei delusi del Sogno e a esse è ritornata, con l’ultimo album Western Stars, uscito a giugno 2019. Un lavoro con il quale l’artista torna vicino più che mai alle origini, a quelle storie contenute in album come The River e Nebraska, togliendo stavolta strati di chitarre e aggiungendo la leggerezza di un’orchestra di archi, ma dettati da un ritmo profondamente rock. Un ritorno a casa tanto atteso, che ha fatto gioire la critica e i fan più esigenti: il livello di questo lavoro è cresciuto percettibilmente rispetto a quelli degli ultimi 15 anni, che il Boss ha portato in tour mondiali con la E Street Band, animando e facendo ballare per oltre 3 ore tutti gli accoliti accorsi alle messe laiche dei suoi concerti

Western Stars però, al contrario di quanti ci speravano, non verrà portato in tour: proprio per questa ragione il cantante ha deciso di dirigere lui stesso il film che porta sul grande schermo l’esecuzione live dell’intero album. Realizzato all’interno del fienile, nella tenuta personale Springsteen in New Jersey, la band e l’orchestra suonano circondati dalle impalcature di legno, a tal punti pulsanti da sentirne quasi l’odore. La voce del cantastorie porta lo spettatore attraverso ciascuna canzone, sviscerandone il significato più intimo e personale, accompagnandosi con immagini di ampie praterie e di strade polverose: l’esatta rappresentazione visiva delle canzoni di Springsteen. Il film porta su schermo le metafore del disco: c’è quella del viaggio e dell’automobile, un veicolo illusorio per la libertà; c’è la storia dell’anziano stuntman che si guarda indietro con nostalgia e pensa a come a rendere degna ogni giornata che ha davanti a sé; c’è l’amore, accompagnato dalla paura di non saperselo meritare e quella di ferire la persona amata. A guardarlo bene, si rivela come una sorta di testamento della poetica springsteeniana, inteso dal cantante come una lettera d’amore per Patty Scialfa, sua moglie dal 1991. I filmati privati di repertorio si alternano alle canzoni, mettendo lo spettatore come di fronte agli appunti privati dell’artista. 

Scialfa non è solo una moglie: è la voce e la chitarra che accompagna Springsteen sul palco in quasi ogni occasione live, una presenza incrollabile di tutti i suoi ultimi lavori. La si vede infatti sul palco del Walter Kerr Theatre di New York City, quello di Springsteen on Broadway, lo spettacolo tutto sold-out che ha visto il cantante impegnato per 14 mesi a raccontare le vicende messe per iscritto nell’autobiografia Born to Run (Mondadori).

Se c’è un cantante che ha segnato l’immaginario collettivo degli scrittori, quello è sicuramente Springsteen: esistono in catalogo decine e decine di titoli che omaggiano lui, le sue canzoni e la sua vita. Non solo in traduzione: gli italiani che lo raccontano sono numerosi, ad esempio Marina Petrillo, Silvia Pareschi, Gino Castaldo, Alessandro Portelli ed Ermanno Labianca. Insomma, da personaggio frutto della penna di innumerevoli biografi, Springsteen nel 2009 dopo l’esibizione al SuperBowl, capisce che è venuto il momento di sedersi alla scrivania e raccontarla da sé, la propria vita.

Così nasce un resoconto minuzioso e mai banale dell’infanzia nel New Jersey, della chiassosa famiglia metà irlandese e metà italiana, della scoperta del rock, della ricerca della propria voce e della fuga da sé stesso e dalla depressione. Quello che emerge da questa doppia coppia di opere (l’autobiografia e lo spettacolo, l’ultimo album e il film-live) è che sono legate insieme da un filo rosso: una sorta di chiusa, il canto di un pellegrino che ha passato la sua vita a confrontarsi con fatica con la società, la politica e con sé stesso, che ora osserva quanto lontano l’hanno portato i suoi piedi. Si siede su una roccia, contempla la natura intorno e continua a fare ciò che gli è sempre riuscito meglio: raccontare le storie di vite malconce e imperfette, piene di errori.

Ma in quanto artista i conti deve farli anche con il proprio pubblico, e Springsteen non smentisce la propria proverbiale generosità, donando ai suoi fan più fedeli un’immagine di umanità senza pari. Col rischio di risultare retorico, Springsteen conclude con questo film il cerchio cominciato con la pubblicazione della sua biografia. Raccontare le storie degli altri per parlare di sé, e viceversa, questa è forse l’arte in cui il Boss Springsteen è riuscito meglio di altri.

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