Nel suo nuovo libro, "Canto di D’Arco", Antonio Moresco racconta il ritorno al mondo dei vivi di uno sbirro morto - Su ilLibraio.it un estratto

Mi chiamo D’Arco e sono uno sbirro morto. Sono in forza da tre anni presso la Centrale di polizia della città dei morti. Sono stato ammazzato una notte durante un’indagine nella città dei vivi, perché sono un detective. O meglio, lo ero: raccoglievo prove, cercavo la verità, consegnavo alla giustizia gli assassini. Adesso non me la sento più di fare le stesse cose, non ho più tempo da perdere”.

Canto di D’Arco (Sem), il nuovo romanzo di Antonio Moresco, scrittore di culto, è (sorprendentemente) un thriller metafisico. Racconta il ritorno al mondo dei vivi di D’Arco, uno sbirro morto.

Il succedersi degli accadimenti, le azioni di fuoco che vedono protagonista D’Arco, la descrizione dell’umanità brulicante nel mondo dei morti, trovano spazio in quello che viene definito un “inatteso combattimento tra grande letteratura e narrativa di genere”.

Moresco, nato a Mantova nel 1947, è tradotto in numerose lingue ed è autore di libri come Gli esordi, Canti del caos, Gli increati, La lucina, Lettere a nessuno, L’adorazione e la lotta. Con Lo sbrego e Fiaba d’amore del vecchio pazzo e della meravigliosa ragazza morta è iniziata la riproposta di gran parte delle sue opere per Sem, che ha già proposto Fiabe e Il grido.

moresco canto di d'arco

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto

Intontito

Sono rimasto intontito per molto, dopo essere ritornato dalla città dei vivi a quella dei morti. Ero intontito, attonito. Mi muovevo senza capire niente tra le cose e le persone morte, lungo le strade di questa città che si espande sempre più a perdita d’occhio e di cui è impossibile tracciare i confini, mentre le nuove ferite cominciavano a cicatrizzarsi sul mio corpo aggiungendosi a quelle vecchie, e i bambini non smettevano di cantare nelle selve dei grattacieli, di notte, con tutte quelle vocine in mezzo alle quali riuscivo a distinguere adesso anche la mia disperata vocina morta.

Quando ero da solo, nel buco del mio ufficio alla Centrale di polizia della città dei morti, mi appendevo alla sbarra che c’è sotto il soffitto e rimanevo così per molto, sollevato da terra, come una scimmia, e intanto pensavo a tutto il male che avevo incontrato nella città dei vivi, a tutte le persone che avevo ucciso. Che cosa faranno adesso, che le ho portate qui nella città dei morti, sotto quel diluvio di pioggia, alla testa di una carovana di massacratori e di massacrati di cui sono stato lo stupido condottiero? Faranno il male anche qui e dovrò dargli la caccia anche qui o se ne staranno anche loro intontiti e attoniti, in qualche anfratto di questa immensa città, con tutto il loro male e la loro luce, in attesa di irrompere nella vita che viene dopo e di portare là dentro il male che viene prima?

E allora mi lasciavo andare a pensare: “Tutto è perduto”.

Ogni sforzo è vano. Ho solo cercato di vuotare il mare del male con un cucchiaio. I morti sono la stessa cosa dei vivi. I vivi sono la stessa cosa dei morti. Sono tutti morti. Sono morti perché sono vivi, sono vivi perché sono morti. È tutto morto. Io mi muovo in un mondo di morti vivi e di vivi morti. Come si fa a vivere in un mondo simile? Come si fa a stare in un mondo che è tutto dentro alla morte? Ogni azione è vana. Se non combatti il male sei la stessa cosa del male, se lo combatti diventi la stessa cosa del male. Niente può fermare il dilagare del male che viene prima. Ma allora per- ché non riesco ad arrendermi? Perché ho fatto quello che ho fatto? Perché mi sono lanciato a testa bassa in una simile impresa? E chissà chi era quella specie di sbirro di nome Lazlo che mi è venuto a trovare una prima volta mentre la Centrale era ormai quasi completamente deserta e io stavo lasciando il mio ufficio, e che mi ha affidato quella missione senza speranza? E che, prima ancora, mi ha forse trasportato dalla città dei vivi a quella dei morti, dopo che ero stato pugnalato con furia da quei serial killer vestiti da sposi, e io ero ferito a morte e mi stavo dissanguando coricato sul sedile di dietro della sua macchina ed era tutto buio, e io non sapevo più nemmeno dov’ero, se ero nella vita o se ero nella morte, se ero vivo perché stavo morendo o se ero morto per- ché stavo vivendo. E poi… perché solo io ho potuto sentire quel coro di bambini, di notte, prima di lanciarmi in questa impresa nella città dei vivi, e adesso posso distinguere là in mezzo persino la mia disperata voce bambina? Da dove viene quella vocina? Quando sono stato bambino? E dove? Nella città dei morti o in quella dei vivi?”.

E continuavo anche a pensare a Quella, perché lei era sempre dentro di me, prima di addormentarmi, quando dormivo, quando sognavo, quando mi svegliavo, quando camminavo per le strade della città dei morti o stavo seduto dietro la vetrina di un bar bevendo una birra dal collo della bottiglia e intanto tenevo d’occhio la porticina sul retro di un locale dove andavano a ballare i morti e dove erano state segnalate attività sospette e traffici di stupefacenti, quando mi lavavo la faccia piena di cicatrici di fronte allo specchio.

che c’è sul lavandino, nel monolocale dietro al garage dove vado a dormire buttato di traverso sul letto, più che un letto una branda dalle lenzuola appallottolate o senza lenzuola, quando non ce la faccio più a reggermi in piedi per la stanchezza e ci crollo sopra. Sentivo ancora dentro di me la sua voce venire dall’interno di quel cassonetto, da dove l’avevo tirata fuori raspando come un cane in quella massa di ri- fiuti in putrefazione… e poi avevo visto per la prima volta di fronte a me il suo volto pestato a sangue e raggiante. Mi ripetevo le parole che le avevo detto nella città dei vivi, non solo dentro di me ma anche a fior di labbra, anche mentre ero coricato sulla mia branda o camminavo di notte per le strade deserte della città dei morti, me le ripetevo in modo diverso da come gliele avevo dette, come avrei voluto dir- gliele se non fossi solo uno stupido sbirro morto. Mi ripetevo anche le parole che lei mi aveva detto, me le ripetevo come avrebbe potuto dirmele, come se lei fosse sempre vicino a me e potesse sentirmi, e potesse anche lei rispondere in modo diverso a quello che le stavo dicendo in modo di- verso e che le dirò.

“Dove sarà adesso?” mi chiedevo, appeso alla sbarra. “Perché quella notte non è venuta all’appuntamento che lei stessa mi aveva dato, in mezzo a quei lampadari e a quegli intensi bagliori dove lei sarebbe stata una luce in mezzo alla luce?”

Finché è successo qualcosa che ha sconvolto la mia… morte.

Stavo dicendo la mia vita!

(continua in libreria…)

L’APPUNTAMENTO – Antonio Moresco presenterà Canto di D’Arco a Milano il 24 ottobre dalle 19 presso la sede di Sem, in via Cadore 33.

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