"Cella", il nuovo romanzo di Gilda Policastro, ci porta nella mente di una giovane donna alle prese con una reclusione volontaria... - Su ilLibraio.it un estratto

Una giovane donna inquieta diventa l’amante di un uomo potente: medico stimato, ricco, impegnato in politica. È la fine degli anni Ottanta e la loro relazione, incentrata su una sessualità ossessiva, talvolta brutale, non manca di dare scandalo in una piccola città in cui i ruoli sono già fissati da sempre, senza nessuna possibilità di riscatto. Dopo che l’uomo si dà alla latitanza per aver curato una brigatista, la donna si rintana in una casa di campagna, da cui esce molto di rado e quasi solo entro il perimetro del suo giardino, sentendo gli altri come presenze minacciose e la figlia stessa come un’estranea. Da questa reclusione volontaria si leva una voce che racconta attraverso continui andirivieni temporali: a tratti incoerentemente e sfiorando il delirio, a tratti in forma nitida, come rivolgendosi a uno psicologo o imitandone il gergo professionale, nello sforzo di dare un ordine e un senso al tutto. Finché in un’altra donna, riservata fino al mistero e alla quale affitterà una stanza, troverà il più improbabile dei rispecchiamenti… Cella (Marsilio) è il nuovo romanzo di Gilda Policastro, scrittrice, poetessa e critica letteraria.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un estratto:

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Il senso della malattia, chiedevo a Giovanni, qual è. Perché uno si ammala. Perché, controbatteva lui, non è la domanda. Non per me. Io posso dirti cos’è, o meglio ancora, com’è la malattia. Ma una volta sola abbiamo fatto questo discorso, di più parlava dei malati. Diceva che erano tutti diversi i malati, anche quando la patologia era la stessa, non c’erano valori uguali, mai. E che ogni corpo trovava un suo modo particolare di accomodarsi che lo stupiva ogni volta, diceva così, Giovanni. Un elenco di malattie mortali. Ma lascia perdere, ce ne sono tante. Di malattie sessuali. Ecco, di quelle dovremmo cominciare a parlare a Elena, che ha tredici anni. È presto. Tu quasi non eri più vergine, a quell’epoca. È un caso particolare. Non è detto. Magari non lo è già più nemmeno lei. Loro sono diversi, hanno il preservativo in borsa. Gliel’hai frugata? Non proprio, l’ha detto la compagna. Ci sono l’aids, il papilloma, dovrà vaccinarsi. Me l’hai attaccato tu, una volta. Sì, perché i medici, devi sapere questa cosa, sono i peggiori pazienti, fumano, hai presente quanti se ne ammassano ogni volta sulle scale da quando non si può negli interni? Credo che in ospedale non si sia potuto mai. Ma era tollerato. Tua madre? Mia madre sta bene. Un giorno magari ci passo. Avrei voluto ogni giorno conversazioni così con Giovanni, fatte di cose che succedono agli altri, invece di quei tormentosi rimandi reciproci di eccessi o di mancanze: nell’amore le cose non succedono fianco a fianco, ci si sbilancia sempre uno da una parte, l’altro da quella opposta. Il cane arrivò quando non lo voleva più, Elena, o si era stancata di chiederlo. Ce lo portò Dario, era piccolo, saltava. Le api, perché fanno il miele, Giovanni. Lo mangiano, poi? E basta co’ ’ste domande, mettiti così e cosà, e finiva sempre alla stessa maniera. Non lo so se ti amo Giovanni. Non lo so se l’amore è questo andarsene ognuno per conto proprio, la mattina, per sempre. Non posso pensare che l’amore si sposti, cambi persona. È proprio questo, dice lo psicologo, non c’è amore che basti. Avremmo dovuto farcelo bastare, Giovanni. Tollerarti io nelle tue distrazioni, tu nel mio assillarti. Avremmo dovuto farci bastare una casa una figlia. Avremmo dovuto continuare come avevamo sempre fatto. I pazienti t’interrompevano il sonno, t’invadevano la casa di cibi e regali. Avevamo cesti omaggio a Pasqua, Natale. Avevamo le uova fresche ogni giorno, avevamo la carne di coniglio, di agnello, di capretto, avevamo gli arrosti già pronti, i salumi. Avevamo gli odori di piscio nel tinello per giorni, il vecchio, i bambini. Avevamo sempre tanti bambini in anticamera, Elena da piccola non si avvicinava perché la nonna le diceva che erano i figli dei pazienti. I pazienti, mi disse poi, da grande, le pareva una parola bella, non capiva perciò il divieto della nonna. Ugualmente le obbediva, oppure si avvicinava appena, a distanza di sicurezza, ma arrivava puntuale il richiamo ipocrita dell’educazione: non disturbare. Come avrei voluto che imparassi qualcosa di diverso dall’educazione, figlia mia. E non te l’ho saputo insegnare (per il double bind, dice lo psicologo). La virtù del disobbedire anche senza una ragione, solo perché i comandi sono fatti per i robot e noi impariamo a camminare sbattendo la testa contro gli spigoli o fracassandoci il coccige. Come ho fatto a non capire che avresti voluto, ogni tanto, disobbedire. Anche soltanto per prendere gli schiaffi. La bambina meno battuta delle sue amiche, nessun divieto, potevi pure tornare tardi. Nessuno ti avrebbe mai chiesto, tuo padre non c’era, io distratta dallo spionaggio. Mi ero attrezzata con ogni mezzo, lo seguivo. Lo aspettavo dietro la porta. Lo sorprendevo, imprecavo, pregavo. Dimmi tutto, così ce ne andiamo. E lui si nascondeva dietro la rabbia, l’insofferenza, e non hai altro da fare. Mi hai portata via tu dal mio lavoro, quando ne avevo uno. Sarebbe, spompinare il cavadenti? Giovanni, sei lugubre. Non hai mai saputo vedere la vita senza il camice, e col camice non come vita ma attesa di un miglioramento, quando proprio gli aveva detto bene, agli stesi. Li chiamavate così, con Elena. Gli stesi per forza. Gli stesi tutte le ore del giorno, gli stesi che aspettano la luce, che qualcuno, anche l’infermiera più stronza e acida, venga a portare una voce in quel silenzio interrotto dallo stanco ’ndlon ’ndlon di ascensori sgangherati, uno c’è rimasto, una volta. Infarto. Elena morirà di vecchiaia, io a quarant’anni. Non avrò più nessuno ad aspettarmi, anche lei avrà un lavoro, degli amanti. Un giorno prenderò la macchina, la ritroveranno sul ciglio della strada, i documenti. Nella terra degli scomparsi, come dicono in tivù. Elena e le sue amiche chiacchierano distese guardando il soffitto. Cosa si dicono. Le spio, ma non capisco quasi nulla. È un loro codice, come quello che usava Giovanni coi colleghi. Io non ho amici né colleghi, perché non sono utile al mondo. Sono una donna, e in questo si esaurisce il mio essere, posso al più apparire, ed è la parte più faticosa: sembrare quella che non sono, ancora giovane, bella per costrizione dell’aspetto in una forma che hanno voluto darmi altri, da mia madre a Giovanni. «Lei è una bella donna, deve rassegnarsi.» Non c’è futuro per me, sono destinata a declinare, e a guardarmi allo specchio tutti i giorni da sola. È la malattia di chi se la può consentire, quelli che non hanno da sfamare le bocche. Io le bocche le ho sfamate a gemiti, a fiotti. Sono nata per quello, come tutte. Mogli, amanti, figlie.

(continua in libreria…)

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