Valerio Callieri, vincitore del premio Calvino, è al debutto nel romanzo "Teorema dell’incompletezza". Su ilLibraio.it un suo reportage autobiografico dedicato a Centocelle, quartiere periferico di Roma verace e spigoloso, disseminato di bar dove gli sguardi sono proiettili e le risate divorano i margini dei discorsi... E in cui è in atto l'ennesimo processo di gentrificazione (con l'arrivo degli hipster)

Anche con il freddo di questi giorni Centocelle assomiglia a qualcosa che sta per sbocciare.

Questo quartiere periferico di Roma è una ferita. Me ne accorgo adesso che lo attraverso a piedi dopo un po’ di tempo che non ci tornavo. L’asfalto è lucido di brina, l’aria è densa e il sole uno schiaffo. Non è solo una ferita geografica all’interno della zona sud-est di Roma, ma un mistero che ha a che fare con la memoria che si interrompe.

Si potrebbe scrivere tantissimo di quanto sia un territorio verace e spigoloso, acceso da feroce romanismo, disseminato di bar dove gli sguardi sono proiettili e le risate divorano i margini dei discorsi. Di come fu trappola per i nazisti duranta la guerra –  insieme al Quadraro e al Quarticciolo – , baricentro rosso dei movimenti anni ’70 e avvisaglia di una microcriminalità che con l’eroina iniziò a rivolgersi contro il quartiere stesso invece che verso i quartieri “bene”. Però è solo adesso – che da piazza dei Mirti percorro via dei Platani e poi entro in via delle Giunchiglie – che sento lo strappo vero. Le memoria non è più storica o sociologica, diventa battito. Ricordo i chioschi del mercato che negli anni ’80 e ’90 erano fissi sulla strada. L’odore di pesce e di fiori per tutto il giorno, anche quando le saracinesche venivano chiuse e il metallo mostrava le ruvide scritte politiche (“no alla pena di morte, morte al fascio”) e varianti decoubertiniane (“+ calci – calcio”). Pericolosi rifugi, nello spazio che divideva un chiosco dall’altro, per siringhe usate e sbaciucchiate adolescenziali.

Adesso non ci sono più, hanno spostato il mercato su via della Primavera e la strada è diventata improvvisamente grande e luminosa. Se poi alzi gli occhi, scopri che, a differenza di molte periferie romane, non ci sono i casermoni alti dieci piani: il sole può rimbalzare impunemente e colonizzare tutto. Non bisogna ringraziare urbanisti mediterranei ma il fatto che qui sia stato costruito il primo aeroporto italiano, oggi operativo solo per voli militari: case basse e bazzecole sonore in confronto al volo civile Ryan Air che ogni ventidue minuti riga rabbiosamente l’aria di Ciampino (dove vivo ora). Comunque, più vago per il quartiere, percorrendo tutta via dei Castani fino a piazza dei Gerani, più capisco. Dai dialoghi strillati – che secondo me resisteranno a qualsiasi slittamento antropologico, con buona pace di Pasolini –  emergono considerazioni anziane che con rimpianto razzista esaltano il quartiere de ‘na volta quando non c’erano i cinesi gli arabi i bengalesi, riflessioni laureate che cartografano la gentrificazione hipster e benedizioni coatte dell’apertura della nuova metropolitana (“quanto c’ha fatto aspetta’, altro che er messìa”). Capisco che la ferita della memoria non riguarda questi aspetti generali.

Non è vero che i ricordi ti vengono a trovare. Bisogna stanarli dai dettagli in cui si sono nascosti: per me la ferita di Centocelle è un cognome diverso su un citofono, una finestra non più aperta per lasciar uscire il fumo scuro di un pollo abbrustolito nel cognac e un diverso profumo di candeggina all’ingresso.

È qui, mi rendo conto, che la memoria diventa appuntita e taglia. È da questa interruzione che nasce un mistero. Per anni avevo sempre fermato i miei passi ed ero tornato bruscamente indietro. Non avevo mai suonato il citofono, per intenderci. Ma quando sono riuscito a rimanere fermo, con i piedi puntati su questa emozione, ho ascoltato molto distintamente la voce di questo posto: “Chi sei tu?”. È come se alcuni luoghi ci mostrassero l’inizio, la fine e la possibilità di comprenderci, come una storia. Di interrogarci su cosa è un essere umano, cosa potrebbe diventare e di cosa ha paura, se solo riusciamo a ritornare, a restarci per un po’ e a lasciare aperta la ferita. E passa del tempo prima che mi accorga che le dita si sono indurite per il freddo, appoggiate a un cancelletto di ferro bianco, mentre sono fermo, estraneo e completamente immerso.

In questo senso Centocelle è non solo Sesto San Giovanni e Forcella, ma anche piazza Cordusio e il Vomero. Tutti i nostri mondi interrotti assomigliano a qualcosa che sta per sbocciare. Ti raccontano chi sei. E mentre vado via, e passo accanto all’erba tremolante del parco del Forte Prenestino verso il confine del quartiere, mi sento molto più ricco e pesante di quando sono arrivato.

valerio callieri feltrinelli

L’AUTORE E IL SUO PRIMO ROMANZO –  Due fratelli indagano sulla morte del padre, ex operaio Fiat ucciso nel suo bar di Centocelle durante una rapina. A raccontare è il più giovane, che scopre una misteriosa dedica in codice – “Non lasciarmi sola, Clelia1979” – sul retro di una cornice. Si apre così uno spiraglio sul passato insospettabile del padre. Dietro all’immagine del barista ironico e tifoso della Roma emerge uno sconosciuto segnato da segreti e contraddizioni che affondano negli anni della contestazione e della lotta armata. Tito, il primogenito, di quel passato è certo: ha raccolto con scrupolo le prove che dimostrano come il padre abbia sempre fatto la scelta più onorevole, dalla parte dello Stato. Il minore invece, tormentato dai dubbi, si trova a fare i conti con il fantasma del padre, che gli appare in forme e visioni sempre più allucinate per dire la sua storia e mostrare una strada verso la possibile verità sul suo omicidio. I due fratelli – che da anni non si parlano, schierati su versanti ideologici opposti – sono costretti a collaborare, diffidano l’uno dell’altro, si rinfacciano colpe, si passano alcune informazioni ma ne omettono molte altre. Il maggiore, un poliziotto convinto protagonista dei fatti avvenuti alla Diaz e a Bolzaneto, è aiutato dall’accesso a documenti riservati dei servizi segreti attorno agli anni di piombo; il minore ha al suo fianco due amici scalcagnati e irresistibili. E poi c’è Elena, un’hacker che lo accompagna con intuito e rigore matematico nella ricerca dell’assassino, sciogliendo la sua cronica incapacità di decidere e spingendolo oltre l’indolenza e la paura…

Valerio Callieri

Valerio Callieri è al debutto con Teorema dell’incompletezza (Feltrinelli), già premiato al Calvino. Lo scrittore nato a Roma nel 1980. Si è laureato all’università La Sapienza con una tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa. Ha frequentato la scuola Holden di Torino. Ha fatto il cameriere, lo story-editor, l’analista della stampa, l’autista e l’assistente alla regia sui set cinematografici. Ha scritto e diretto il documentario I nomi del padre. Vive a Ciampino, al margine del raccordo anulare e degli aerei in decollo.

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