Nel libro "Se questi sono gli uomini" Riccardo Iacona ha intervistato Titti Carrano, presidente di D.i.R.E., l'associazione che in questi giorni si è mobilitata contro la ripartizione dei fondi stabilita nella Conferenza Stato-Regioni...

I Centri Antiviolenza aderenti a D.i.R.E. (Donne in rete contro la violenza) si stanno mobilitando contro la ripartizione dei fondi stabilita nella Conferenza Stato-Regioni: “Ci sentiamo fortemente penalizzati dalla suddivisione delle risorse finanziarie destinate alla prevenzione e al contrasto della violenza contro le donne”, hanno spiegato.
La polemica fa tornare d’attualità il libro di Riccardo Iacona “Se questi sono gli uomini” (Chiarelettere), che racconta i migliaia i casi di violenza silenziosa e quotidiana che si consumano nelle nostre case. Nel sui saggio, infatti, il conduttore di PresaDiretta (programma d’inchieste di Rai3) ha intervistato, tra gli altri, anche Titti Carrano, avvocato e presidente di D.i.R.E., che in passato ha già denunciato le scarse risorse a disposizione per per questa battaglia decisiva.
Qui di seguito, per gentile concessione dell’editore, Cado in piedi ripropone un estratto da quell’intervista…

 

«Dire che c’è crisi economica, e quindi le donne possono continuare a essere maltrattate e uccise, sinceramente non lo accetto. Perché è
vero, siamo in un momento molto difficile, ma quello che manca in questo paese è l’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni.» A parlare è l’avvocato Titti Carrano, presidente dell’Associazione nazionale DiRe, Donne in rete contro la violenza, che rappresenta 60 tra centri antiviolenza e case delle donne in tutta Italia, quasi 
il 50 per cento dell’offerta nazionale, dal momento che in Italia si contano in totale 150 associazioni di questo tipo. «A quante vittime siamo arrivati?» «A 70…» le rispondo. Quando la incontro è il 30 giugno, è passato quasi un mese da quando sono stato a casa di Sonia, a Paternò. Alle morti di maggio si sono aggiunte quelle di giugno, altre dieci donne, per un totale di 70 donne uccise in Italia dall’inizio dell’anno. «70 donne e, ci faccia caso, non c’è stata una parola su questo problema da parte delle istituzioni. Se fossero morte 70 persone per altri motivi, vuoi per mafia vuoi per camorra vuoi per incidenti sul lavoro, mi chiedo cosa sarebbe successo.» «In effetti, l’anno scorso, a Roma, sono state uccise 36 persone, e questo è bastato per allarmare tutti e far gridare che Roma era in mano alla criminalità…» faccio io.

«Bravo. E invece 70 donne morte in sei mesi, solo perché sono donne, e sono state uccise sempre dalla stessa mano – perché o è stato il
compagno o l’ex compagno -, non impressiona nessuno, neanche una parola. Così non ne usciamo, ecco perché noi chiediamo che il tema della violenza contro le donne diventi una priorità nell’agenda politica.»

 

Le case delle donne

Gli strumenti con i quali l’associazione DiRe opera sul territorio sono due: i «centri antiviolenza» e le «case delle donne», gestiti da operatrici specializzate, dove le donne in difficoltà possono avere un primo contatto, trovare unaiuto concreto e ospitalità insieme ai loro figli anche per mesi, nel caso sia troppo pericoloso per loro convivere con l’uomo che le maltratta. Nel 2011 si sono rivolte ai centri DiRe 13.137 donne, di queste quasi il 70 per cento lo ha fatto per la prima volta, il che conferma la diffusione del fenomeno e l’urgente bisogno di sportelli, centri antiviolenza e posti letto. Risulta inoltre che il 70 per cento delle donne sono italiane, dato che sfata l’opinione diffusa che siano in prevalenza le cittadine straniere a subire violenza. Ma i centri, gli sportelli e le case sono ancora troppo pochi. «Dei 60 centri che abbiamo, meno della metà hanno la possibilità di ospitare le donne in difficoltà. In tutta la Sicilia c’è solo una casa rifugio che ha qualche posto letto per le donne, a Palermo» conferma Titti Carrano.

«E basta?»

«E basta. Abbiamo altri due centri in Sicilia, ma senza posti letto.»

Quindi per due milioni e seicentomila donne siciliane ci sono una decina di posti letto a Palermo e tre centri antiviolenza in tutta l’isola. Basta questa immagine «dall’alto» a rendere l’idea della sproporzione enorme che c’è tra la domanda e l’offerta, tra il bisogno di aiuto e la
capacità di 
intervento e cura offerta dallo Stato e dagli enti locali. E se nella casa di Palermo non c’è più posto, che succede? «Bella domanda» mi risponde l’avvocato. «La stessa che ci facciamo tutti i giorni quando alla porta dei nostri centri bussano poliziotti e carabinieri che non sanno dove far rifugiare la donna a cui magari hanno salvato la vita, o quando arriva l’assistente sociale del Comune con il caso urgente. Viene chiamata “la rete”, anche quella larga, per vedere se si trova un posto letto dove sistemare momentaneamente la donna, spesso con i figli piccoli al seguito. Non è facile. Spesso il posto letto si trova in un’altra città e per la donna è un disastro, perché si sradica completamente un intero nucleo familiare, che deve ripartire da zero, lontano da tutti, a centinaia di chilometri di distanza.»

«Lasciamo la Sicilia» la interrompo. «In Calabria quanti centri avete?»

«Uno solo, a Cosenza, ma è in forte difficoltà ed è senza posti letto. In Molise, invece, non c’è niente, né un centro né una casa della donna.»

«In Puglia?»

«In Puglia c’è un centro, a Polignano a Mare, che è in gravissime difficoltà. A Barletta ce n’è un altro, in grandissima difficoltà
come il precedente, e nessuno dei due ha posti letto a disposizione.»

«Perché sono in difficoltà?»

«Perché non arrivano i soldi dagli enti locali con cui sono convenzionati. Comuni e Province non pagano. Questa è la sola ragione. Gli enti locali sono in rosso, si taglia tutto, anche i servizi alle donne.»

 

(continua in libreria…)

Commenti