Mentre fa discutere una lettera, firmata da diversi membri "conservatori" della Chiesa, che accusa Papa Francesco di eresia, il biblista Alberto Maggi su ilLibraio.it sottolinea: "Per percepire l’azione di Dio non bisogna guardare indietro né rifarsi al passato, a quel che si sa, ma occorre essere disposti ad aprirsi al nuovo, a quel che viene e sarà"

GIÀ LO SAPEVO!

Quale atteggiamento deve avere la comunità dei credenti di fronte ai nuovi problemi e alle nuove tematiche che la vita continuamente presenta? La tentazione, sempre ricorrente, è quella di guardare al passato, e in questi casi “da che mondo è mondo” è la frase magica usata per rifarsi alla tradizione e difendere modelli di vita consuetudinari, cercando di farli risalire alle origini della Chiesa. Con questo atteggiamento si ignora il cammino evolutivo della comunità cristiana, che è giunta sino a oggi proprio perché non ripete schemi del passato, ma sempre ne crea di nuovi, trovando in se stessa la capacità di cambiare e adattarsi alle nuove situazioni umane che non sono mai statiche ma sempre dinamiche. Pertanto quanti basano le loro certezze sull’assunto, per essi divenuto dogma, “si è sempre fatto così”, si escludono di fatto dal dinamismo dell’azione creatrice di quel Signore che “fa nuove tutte le cose” (Ap 21,5).

 

Per percepire l’azione di Dio non bisogna guardare indietro né rifarsi al passato, a quel che si sa, ma occorre essere disposti ad aprirsi al nuovo, a quel che viene e sarà: “Ora ti faccio udire cose nuove e segrete, che tu nemmeno sospetti. Ora sono create e non da tempo; prima di oggi tu non le avevi udite, perché tu non dicessi: Già lo sapevo” (Is 48,6-7).

“Già lo sapevo!…”. Chi si rifà al passato nega la continua azione creatrice del Signore. Potrà rifarsi a una teologia della riesumazione, rispolverando dottrine, formule e paramenti di un passato ormai morto e imbalsamato, ma non all’azione vivificante del Salvatore. La loro è una teologia che sa di naftalina e non della fragranza che riempie tutta la comunità (Gv 12,3), e la loro vita anziché essere “profumo di Cristo” (2 Cor 2,15) è solo tanfo di sagrestia.

La comunità cristiana non si fonda quindi sul sapere, la conoscenza del Dio dei padri, ma sull’apprendere, nell’ascolto di un Dio sempre presente (“Ecco, io sono con voi tutti i giorni!”, Mt 28,20). È pertanto un continuo rinnovamento il motore che anima la comunità dei credenti. Non si deve guardare al passato, ma al presente, non al vecchio, ma al nuovo. È  “il cuore dei padri” (il passato) che deve volgersi “verso i figli” (il nuovo), e non il contrario (Lc 1,17; Ml 3,23). Non a caso le prime parole di Gesù non sono un invito alla conservazione, ma al cambiamento: “Convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15).

Se non è al passato che si deve guardare, ma al presente, quali sono i criteri per una risposta adeguata ai nuovi bisogni dell’umanità?  La comunità cristiana ha una grande certezza: l’assicurazione di Gesù che lo Spirito l’avrebbe sempre guidata “a tutta la verità” e, soprattutto, che lo Spirito avrebbe sempre annunciato  “le cose future” (Gv 16,13). Lo Spirito, il dinamismo d’amore che procede dal Padre, darà alla comunità la capacità di avere sempre nuove risposte ai nuovi bisogni emergenti. Per questo la comunità non dovrà guardare alla dottrina, ma alla vita, non alla Legge ma al bene dell’uomo. E la stessa parola del Signore dovrà essere animata dal suo Spirito, altrimenti, come insegna Paolo, anziché essere portatrice di vita, la lettera può uccidere (“La lettera uccide, lo Spirito dà vita”, 2 Cor 3,6). Il criterio pertanto che guida la comunità dei credenti è il bene dell’uomo come unico valore assoluto. Se al bene dell’uomo si sovrappone una dottrina, un dogma, una verità, prima o poi, inevitabilmente, in nome della dottrina si causerà sofferenza all’uomo.

È quel che comprese anche Paolo, il fariseo, l’insuperabile osservante della Legge (Fil 3,5), il quale, dopo un’iniziale feroce resistenza e offensiva contro la blasfema novità che gli faceva crollare tutto il suo mondo religioso, comprenderà e accoglierà la novità del Cristo, e farà di questa il filo conduttore del suo messaggio “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove” (2 Cor 5,17). Le vecchie cose sono i criteri, i pensieri, le dottrine che regolavano il mondo. Ormai queste sono morte, e sono state sostituite dalle cose nuove, da modelli di pensiero e di vita che hanno quale punto dinamico di partenza il Cristo, il Dio che in Gesù è diventato uomo: l’umanità del Cristo è la stella polare che deve orientare l’esistenza del credente, conducendolo verso la creazione di un mondo progressivamente sempre più umano, dove la dignità, la libertà, la diversità di ogni creatura siano sacre e inviolabili.

 

L’AUTORE – Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici«G. Vannucci» a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Ha pubblicato, tra gli altri: Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vitaRoba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede)Parabole come pietreLa follia di Dio e Versetti pericolosi. E’ da poco uscito per Garzanti L’ultima beatitudine – La morte come pienezza di vita.

Qui tutti gli articoli scritti da Alberto Maggi per ilLibraio.it.

Commenti