La figura di Vivian Maier, osservatrice infallibile e fotografa di strada ormai nota in tutto il mondo, raccontata dall'autrice danese Christina Hesselholdt, che alla ricostruzione biografica ha preferito una forma raffinata e frammentaria di mimesis, assegnando il compito di raccontare una personalità tanto enigmatica a un’intera squadra di narratori...

«Era rapidissima e molto sicura. È inutile dire che ci guardiamo intorno in modo diverso quando siamo in compagnia di un forestiero, figuriamoci poi se continua a scattare freneticamente fotografie»: la figura misteriosa descritta in questo passaggio, il forestiero che fotografando, accende l’immaginazione e catalizza l’attenzione del suo accompagnatore, altri non è che Vivian Maier, osservatrice infallibile e fotografa di strada ormai conosciuta e amata in tutto il mondo. Dopo poche righe, lo stesso accompagnatore comincerà a osservare il noto paesaggio urbano con occhi nuovi, ragionando su particolari che si sorprenderà a cogliere per la prima volta. E in effetti, le fotografie di Vivian Maier, venute alla luce durante un’asta e mai esposte prima della sua morte, rivelano un occhio acutissimo ma anche, e soprattutto, una sensibilità umana fuori dal comune: catturano il lato segreto del consueto, della strada, della città e dei suoi abitanti.

Dell’artista si sa poco, ha vissuto un’esistenza appartata, lavorando come tata presso le famiglie dell’upper-class americana. «Vivian si introduceva dentro le persone di soppiatto», scrive ancora nel suo romanzo Christina Hesselholdt – autrice danese tra le più importanti in area nordeuropea – che alla ricostruzione biografica ha preferito una forma raffinata e frammentaria di mimesis, assegnando il compito di raccontare una personalità tanto enigmatica a un’intera squadra di narratori, alcuni di fantasia, altri ispirati a persone realmente esistite.

Christina Hesselholdt, Vivian

Il suo libro su Vivian Maier (in uscita il 25 ottobre per Chiarelettere, nella traduzione di Ingrid Basso; ndr), spassoso e struggente insieme, è una rincorsa di impressioni, battute, confessioni, che avvicinano il lettore alla donna e all’artista grazie a una lingua trasparente ma musicale, piena di echi e di formule ricorrenti, in cui si mescolano i registri più diversi.

L’architettura particolare del testo evade la narrazione lineare, la trama è intessuta di suggestioni e di rimandi: a partire da fatti realmente accaduti, Vivian Maier si racconta e viene raccontata in una sinfonia di voci in prima persona diretta da un Narratore-Incantatore. L’immagine che affiora – dell’artista geniale, della bambinaia, della fiera paladina dei diritti sociali, dell’accumulatrice seriale, della vergine giurata – assomiglia a un paesaggio scorto con la coda dell’occhio, mostra una creatura composita, sfuggente, che si lascia cogliere solo tra le righe.

vivian maier

Il lettore non può che stare al gioco del Narratore: costruisce e ricostruisce, legge e poi ritorna sui suoi passi, entra nella vita e nelle foto della Maier, la segue negli angoli più remoti della città, tra edifici fatiscenti e volti affamati, colmando con l’immaginazione le lacune della biografia. Pare che Maier stessa si facesse chiamare con nomi diversi e tutte queste incarnazioni – «Viv», Vivian, Vivienne – nel romanzo sono declinate dagli sguardi che la osservano e dalle parole che danzano intorno al mistero della sua vita. Vivian è la bambina goffa e troppo alta che prende lezioni di danza nel Sud della Francia, la ragazzina cresciuta a New York in una famiglia, numerosa, difficile, con genitori litigiosi e un fratello affetto da disturbi mentali. E poi è la giovane donna che, grazie alla guida della fotografa Jeanne Bertrand, cerca e trova un’ancora di salvezza nella macchina fotografica, la sua «scatola», il regno meraviglioso dove tutto è possibile, entro i cui confini si sente al sicuro, ed è grado di «risolvere ogni problema».

L’obiettivo di Vivian documenterà le rivolte degli afroamericani, immortalerà Audrey Hepburn quasi per caso, fermerà su pellicola i gesti e lo stile di vita di intere generazioni, ritraendo tanto l’America riottosa e scurrile della metropoli, quanto quella benestante e annoiata dei sobborghi. In modo simile, Vivian si presenta come un caleidoscopio di volti, riflessi, riflessioni – anche politiche –, ma soprattutto come il racconto intimo e immaginoso, a tratti spietatamente ironico, di un’artista, una scrittrice, che dialoga con un’altra, una fotografa, senza celare le sue fragilità (né le proprie), lasciando dietro di sé l’impressione calda e luminosa di una lunga, appassionata confidenza.

 

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