Il cinema di Paul Schrader, e così per molti aspetti il suo ultimo film, "Cane mangia cane" ("Dog Eat Dog", con Nicolas Cage e Willem Dafoe), non è per niente semplice da incasellare e classificare... - L'approfondimento sull'opera del regista

Il cinema di Paul Schrader, e così per molti aspetti il suo ultimo film, non è per niente semplice da incasellare e classificare. In poche righe è al massimo possibile riportare solo i tratti fondamentali della leggenda biografica di questo autore, i lineamenti base delle sue molteplici e camaleontiche incarnazioni creative. Ma vale la pena di ripercorrere in breve il suo percorso singolarissimo, prima di andare a vedere questo Cane mangia cane. Perché se l’homo homini lupus evocato dal titolo è una versione cupa dell’esistenza che bene racconta lo sguardo schraderiano, è vero che si potrebbe dire, di questo come di molti film odierni, e di quelli di questo autore in una maniera singolare e potente, che cinema mangia cinema, che ogni suo fotogramma si nutre di altre pellicole, di un’eco profonda (quell’occhio tatuato sulla gola di un personaggio suggerisce una bulimia dello sguardo) che poco ha a che vedere col citazionismo di tante narrazioni postmoderne e che invece si inscrive in un tragitto biografico e artistico fuori dagli schemi.

Figlio di un’educazione rigidamente calvinista, cresciuto a pane e versetti biblici, con la stretta proibizione famigliare eretta contro i “divertimenti mondani” (il cinema in primis), Schrader accede ai piaceri vietati della sala buia molto tardi, in termini di trasgressione e apostasia, con uno sguardo maturo e vergine insieme, molto diverso dai coevi movie brats quali Coppola, Scorsese e Spielberg, cresciuti affettivamente al cinema fin da piccoli, con una memoria emotiva del grande schermo che si sommava alle frequentazioni delle facoltà universitarie di studi cinematografici e alla gavetta formativa dellatv. Quella di Schrader è dunque una cinefilia tardiva eppure (o forse perciò) onnivora. Il suo sguardo è filtrato dalle Sacre Scritture, intriso di senso di colpa e di ricerca della grazia, il suo studio del mezzo matto e disperatissimo, inesausto.

Da critico e teorico raffinato conia la categoria di “cinema trascendentale” per i film di tre grandi maestri (Ozu, Dreyer e Bresson), ma non disdegna il cinema di genere (ama il noir, analizza i film di yakuza, studia il western…) da cui impara moltissimo, si fissa letteralmente con Sentieri Selvaggi di John Ford (che riguarderà e riscriverà, in qualche modo, per tutta la vita), ascolta e apprende dalla voce passionale della regina madre della critica americana, Pauline Kael. Ancora oggi è capace di mettere il suo sguardo di studioso al servizio di una lucidità analitica rara, e le sue interviste spesso sono utili e notevoli esempi di esercizio (auto)critico.

E poi comincia a farlo, il cinema, o meglio prima ancora a scriverlo, alla fine degli anni Settanta: sceneggiatore geniale di Taxi driver e Toro Scatenato, solo per citare due capolavori iconici portati sullo schermo da Martin Scorsese, ma innervati dalla struttura morale e dalla stortura psicologica di quel tipo introverso, solitario, al limite del patologico e con istinti suicidi, originario di Grand Rapids, Michigan.

E ancora la carriera di regista, ormai una ventina di pellicole in quarant’anni di carriera: discontinuo ed eclettico, capace di inventare stili visivi e riscrivere generi, di momenti illuminanti e fallimenti creativi, in grado di incidere nell’immaginario anche visuale con American Gigolo, autore di pellicole ora notevoli come Affliction o Hardcore, Lo spacciatore, Mishima e Il bacio della pantera, altre volte di film difficilmente difendibili come Witch Hunt o il recente The Canyons. Eppure, anche quando i suoi film appaiono non riusciti e perfino imbarazzanti, si stagliano con nettezza su una produzione anonima e convenzionale, hanno sempre una marca personale che, sotto la varietà apparente, vale la pena ascoltare.

Ecco che Cane mangia cane, esperimento d’innesto tarantiniano in un pastiche di stili intorno a una trama canonica (tre avanzi di galera formano una banda improbabile in cerca del colpo della svolta ma tutta va in malora) è una buona sintesi di un cinema che è insieme derivativo eppure si distingue, che guarda al passato senza nostalgia e insieme è nuovo, fieramente inattuale. E soprattutto: mai banalmente compiacente. Anche quando i dialoghi girano un po’ a vuoto, il melange di stili per certi versi appare pretestuoso, la sceneggiatura non sembra pienamente risolta, proprio nel portarti dove non ti aspetti, Schrader ha sempre qualcosa da dirti, che sia una battuta, lo stile imprevisto di un’inquadratura, la suggestione di una luce al neon. Cane mangia cane, tratto dal libro dell’autore di culto di Tarantino Edward Bunker (pubblicato da Einaudi Stile Libero), è un noir condito di dosi di ironia e momenti di esplosione violenta parossistica, eppure ha ben poco dello stile del regista delle Iene. Di questa pulp fiction di uno scrittore ex galeotto, Schrader fa materia dolorante, personale e di studio, riflessione sul genere e messa alla prova del sistema hollywoodiano e di ciò che oggi ci sia aspetta dal cinema. Nel ritagliarsi un cameo nel ruolo del potente e misterioso mandate, il Greco, Schrader settantenne ci suggerisce un divertimento senile e una consapevolezza ancora vigile, in questa operazione, per sua stessa ammissione non pienamente riuscita. Ogni scena di Cane mangia cane è intrisa di pena e divertimento, e sui volti due attori fortemente iconici (per certi aspetti prigionieri) del cinema americano come Willem Defoe e Nicolas Cage riesce ancora a parlare una certa idea di cinema degli anni settanta, sporca, irrisolta, ma viva e rivoluzionaria. Umana troppo umana.

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