Agnès Varda, nata in Belgio e classe 1928, continua a emozionare con "Visages, villages", il suo nuovo documentario realizzato con il fotografo JR, a mostrare un lato periferico e rurale della Francia... - La recensione

Se gli occhi sono, proverbialmente, le finestre sull’anima, il volto è allora la parete che ne protegge e insieme ne rivela i segni e i sogni. La regista 88enne Agnès Varda, minuta dalla chioma bicolore, sguardo acutissimo seppur sfocato dall’età, inquadrato da rughe portate con nonchalance sbarazzina, e il 33enne fotografo artista del collage JR, cappellino nero d’ordinanza e occhiale scuro sugli occhi alla Godard, dolce agente provocatore di questa strana coppia, intraprendono insieme questo ritratto di strada, per una Francia periferica e sconosciuta, attraverso i volti comuni, le piccole storie e le strane coincidenze, in paesini reali e dimenticati, re-immaginati dal loro punto di vista.

La bizzarra e ludica escursione on the road, su un camioncino a forma di macchina fotografica, camper per scattare istantanee in formato gigante, sull’estro del momento e correndo lentamente l’alea dell’incontro, fra gioco e caso, produce un’arte d’effusione e d’affissione che trasforma il paesaggio: riveste letteralmente case, fabbriche, treni e container, ricopre rovine, cantieri, granai e cisterne, di uno sguardo affettuoso e ironico, solidale e  poetico, umano troppo umano e insieme immaginifico, bigger than life.

Al narcisismo omologante del selfie, con lo scarto fondamentale dell’arte e dell’ironia, si contrappone un gesto giocoso e politico (ma mai banalmente ideologico) che trasforma i visi in manifesti, segni di resistenza, icone di memoria, carte d’identità e momenti di creatività capaci di trasformare gli edifici anonimi e le zone alienanti, i luoghi comuni e quelli abbandonati, gli spazi pubblici e quelli nascosti, in una dichiarazione d’amore, fatta di materia collante e pellicola avvolgente, come fossero cerotti applicati alle ferite rimosse e negate di un tessuto sociale lacerato e offeso ma ancora vivo. Come un Banksy consensuale, autore di trompe-l’œil che creano l’illusione di potere abbattere, con la forza delicata dell’immaginazione, numerosi muri. Come un Wenders allegro, che contrappone ai “videoti” alla fine del mondo, questi intellettuali curiosi e dispettosi, sempre con una camera accesa, in cerca di bellezza e verità tesa a scoprirne nuovi, di mondi. Come un Moretti evoluto, che dalla Vespa raminga per la Roma agostana è cresciuto in mezzi e mappa, per continuare per procura il suo pellegrinaggio laico nel territorio al confine fra cinema e vita. Qualcuno si ostina a incasellare questa forma mobile di audiovisivo con l’etichetta di documentario, ma si tratta, a seconda dei momenti, di un film che attraversa il saggio e il puro divertissement, la poesia e l’autobiografia, il viaggio e la narrazione, l’illuminazione e la contemplazione, uniti dallo sguardo gentile che questo incontro dona.

Ecco che al taglio dell’occhio buñueliano, di cui è revocata l’icona violenta e fondativa, e alla provocazione della rottura linguistica godardiana, di cui pur s’affronta pure la spietata durezza, Agnés e JR preferiscono la puntura stimolante e curativa, operando la punzecchiatura reciproca, e quella dolcezza della condivisione (in forma di pasticceria e di panchina, di reciproche foto e sfottò), che accarezza animali, persone, case e cose, accettando, in una complicità contagiosa, il continuo mettersi in gioco. Un’iniezione delicata di buon umore, e un’umile e penetrante lezione di cinema e di umanità.

L’AUTORE: qui tutte le recensioni e gli articoli di Matteo Columbo per ilLibraio.it

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