Edward Hopper, Andy Warhol, David Wojnarowicz, Henry Darger, Klaus Nomi: sono solo alcuni dei nomi che Olivia Laing utilizza per accompagnare i lettori nella disamina critica di un sentimento stigmatizzato come sinonimo di vergogna e fallimento, ma che nel suo connubio con l’arte ha conosciuto esiti stupefacenti... - L'approfondimento su "Città sola"

Scrivere di Città sola di Olivia Laing (nella foto di © Liz Seabrook) in una stanza in affitto, una sera, mentre fuori un temporale primaverile rende le strade più vuote e silenziose del solito, sembra quasi la dimostrazione logica e inappuntabile di un teorema: in quale altro modo parlare della solitudine se non dall’interno dei meccanismi alienanti che questa mette in moto?  La domanda è retorica, ed è la stessa Laing, scrittrice e critica letteraria per alcune delle più importanti testate britanniche, a prenderne atto sin dalle prime righe della sua riflessione: l’immagine hopperiana di una vita urbana sovraffollata che scorre fuori dalla finestra mentre chi dovrebbe viverla si consuma per le lacerazioni di un’intimità mancata è la tela di un lavoro che ha come scopo quello di tracciare una “mappa della solitudine, disegnata per necessità e per interesse, fatta da esperienze mie e altrui”.

Un tête-à-tête inatteso con il paradosso dell’alienazione nella metropoli viva e vitale per antonomasia, New York, ha il merito di aver avvicinato l’autrice all’opera di artisti che, con lei e tra loro, hanno condiviso il disagio della non integrazione in un tessuto sociale dai confini sfumati ma troppo spesso invalicabili.

città sola
La traduzione è di Francesca Mastruzzo

Edward Hopper, Andy Warhol, David Wojnarowicz, Henry Darger, Klaus Nomi: sono solo alcuni dei nomi che Laing utilizza per accompagnare i lettori nella disamina critica di un sentimento stigmatizzato come sinonimo di vergogna e fallimento, ma che nel suo connubio con l’arte ha conosciuto esiti stupefacenti. Personalità che, in misura più o meno nota, hanno inciso la cultura del loro tempo, declinando nelle loro opere – ma anche nelle loro stesse esistenze – accezioni diverse di una condizione condivisa.

È così che gli interni di Hopper, con i personaggi isolati in un contesto che sembra allo stesso tempo assorbirli e rigettarli, si prestano a un voyeurismo che mette in scena “tutta un’erotica dell’intimità mancata”, in cui le cose desiderate sono in lontananza e quelle indesiderate “fin troppo vicine”.

Il muro “fisico” prende la forma della barriera linguistica per Andrew Warhola, outsider tra gli outsider, la cui vicenda privata incarna in maniera significativa “il circolo vizioso della solitudine [che] non nasce dal nulla, ma dall’interazione tra l’individuo e la società in cui vive, un processo che forse si aggrava nel caso di chi è critico nei confronti di quella società”.

La prospettiva sociale è una costante anche nella poliedrica produzione di David Wojnarowicz. Con la serie fotografica Rimbaud l’isolamento diventa mezzo per celebrare una diversità che, attraverso l’arte, si fa portavoce di autenticità: oltre la vulnerabilità esasperata da una società “antagonista”, il processo creativo aiuta a sviscerare “la condizione di chi si sente diverso, emarginato, incapace di confessare i veri sentimenti: insomma, di chi è imprigionato, oltre che liberato, dalla maschera”.

L’esposizione della sofferenza, con il suo bagaglio di sentimenti frustrati, esorcizza per sua natura la vergogna del sentirsi reietti. Nell’epoca storica della diffusione dell’AIDS, sindrome additata con un odio fomentato dall’ignoranza, l’isolamento diventa il comune denominatore di lotte collettive e private che, se in casi come quello di David assumono una connotazione politica, nell’esperienza dell’eclettico Klaus Nomi lasciano spazio alla rivendicazione paradossalmente gioiosa della diversità.

La riflessione di Laing, sempre di matrice autobiografica, parte dalla consapevolezza di come queste figure borderline – Warhol in primis – abbiano strumentalizzato il successo pubblico come surrogato di una comunione con l’altro che la loro condizione precludeva. Da qui alla “vocazione sociale” di internet, ormai certificata dalla quantità di ore che ciascuno di noi consacra alla vita virtuale in tutte le sue forme a scapito di quella reale, il passo è breve.

[Josh Harris] aveva capito che il più grande appeal di internet non sta nella possibilità di condividere informazioni, ma nell’essere uno spazio in cui le persone possono relazionarsi con gli altri. Insomma, Harris ha previsto la vocazione sociale di internet, e c’è arrivato perché ha visto nella solitudine una potente forza motrice. Ha capito quanto profondo sia il desiderio di relazioni e di attenzioni della gente e ne ha individuato il suo contrappeso – la paura dell’intimità e il bisogno di uno schermo.

Dalla New York degli anni Ottanta al mondo pienamente globalizzato dei giorni nostri, la solitudine ha preso sempre più le fattezze di una comunione mancata, un’integrazione negata sia sul piano emotivo sia su quello sociale.

L’opera che più di ogni altra immortala l’impossibilità di concretizzazione di questo desiderio di interezza è Strange fruit di Zoe Leonard: il tentativo grossolano e accanito di ricucire le bucce di frutti ormai morti, di ricostruire un involucro che al tempo stesso protegga e garantisca l’unità. Non è un caso che Laing decida di concludere la sua analisi – malgrado tutto ancora fiduciosa nei confronti dell’umanità e della sua capacità di interazione – proprio con la testimonianza dell’artista americana.

L’inevitabilità di una vita di cicatrici. […] Quest’opera di rammendo non permette di ricucire le ferite vere, ma qualcosa mi ha dato. Un po’ di tempo, forse, o il ritmo di ago e filo. Non sono riuscita a cambiare nulla del mio passato né a riportare in vita le persone che amavo e sono morte, ma ho potuto sperimentare l’amore e la perdita con una cadenza misurata e regolare; ho potuto ricordare.

Se l’arte non può avere la funzione di guarire, allora può forse aiutare a realizzare come, nella nostra solitudine, non siamo soli.

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