Qual è il libro più bello di sempre? Una domanda banale in apparenza, che sa di gioco tra amici in una serata uggiosa. Ma diventa una cosa molto seria se a proporla è il settimanale americano Time Magazine. Tanto che, la domanda è diventata un sondaggio e il risultato una classifica The 10 Greatest Books […]

Qual è il libro più bello di sempre? Una domanda banale in apparenza, che sa di gioco tra amici in una serata uggiosa. Ma diventa una cosa molto seria se a proporla è il settimanale americano Time Magazine.
Tanto che, la domanda è diventata un sondaggio e il risultato una classifica The 10 Greatest Books of All Time pubblicata nel 2007 (qui l’articolo), e rivista nel 2013, che periodicamente torna a circolare in Rete, rilanciata dai social network e dalle considerazioni che i lettori fanno sull’elenco.
A stilarla sono stati tra gli altri autori del calibro di Jonathan Franzen, Norman Mailer, David Foster Wallace, Tom Wolfe, MIchael Chabon, Jonathan Allen Lethem e Stephen King.

Ma quanto valgono davvero queste classifche? Cadoinpiedi.it ha chiesto agli autori, che sono direttamente parte in causa, come la pensano.
In basso il contributo è di Bruno Arpaia, giornalista, consulente editoriale e traduttore di letteratura spagnola e latinoamericana.

A quanto pare, non sono solo Fabio Fazio e Roberto Saviano a essere attratti dalle vertigine delle liste. Una vertigine ciclica, ricorrente e pervasiva, se è vero che un vecchio elenco dei migliori libri di tutti i tempi, stilato dalla rivista Time nel 2007, di tanto in tanto ritrova nuova vita sulla Rete. La lista dei Top Top Ten di Time era stata ricavata facendo compilare un proprio elenco di preferiti a 125 scrittori, tra i quali sappiamo che figuravano autori prestigiosi come Franzen, Mailer, Wallace, Wolfe, Chabon, Lethem, King…
I compilatori sanno bene che la loro operazione è, quanto meno, per dirla con un eufemismo, inutile. Aprono, infatti, il loro articolo di presentazione mettendo le mani avanti e proclamando che «le liste letterarie sono fondamentalmente un’oscenità». Concordiamo. E aggiungiamo che possono servire soltanto a due cose, che poi si riducono a una soltanto: a fare incazzare i lettori oppure a farli partecipare al giochino, sostituendo, criticando, indignandosi per la presenza o l’assenza di questo o di quello. Risultato finale: basta che se ne parli, sperando di vendere, in questi tempi di crisi, qualche copia in più.
Perciò non cadrò nella trappola. E non dirò chi, secondo me, manca o è di troppo in quella lista. Mi limiterò a far notare che quasi tutti gli scrittori interpellati sono angloparlanti. Logico (?), dunque, che nell’elenco non ci siano, che so, la Divina Commedia o addirittura (addirittura!) il Chisciotte. D’altronde, chi potrebbe contestare la presenza di Guerra e pace o di Madame Bovary o dell’Amleto? Ma è già più difficile apprezzare la scelta di Twain o di Fitzgerald: bravissimi, per carità, ma sicuro che siano da Top Top Ten? Per non parlare di Nabokov, scrittore per me noiosissimo e sopravvalutato. E Proust? Non sono mai riuscito ad andare oltre il primo volume della Recherche, ma riconosco che è un grande scrittore. E tuttavia, non lo avrei messo in quella lista. Insomma, il gradimento di un libro dipende dai gusti personali, dalla sensibilità, dal carattere, dai momenti della vita in cui si legge un’opera. Queste liste, dunque, non hanno nulla da insegnarci, nulla da dirci. Sono la stupida ricerca di valori assoluti in un mondo che non ne ha apparentemente più. Forse proprio per questo riescono a farci sempre cadere nella loro perversa trappola. Come ho fatto, inevitabilmente, anch’io.

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