di Grammenos Mastrojeni Pensando al riscaldamento globale, si evoca soprattutto lo spettro di fenomeni climatici estremi di crescente violenza e frequenza. Non solo e uniformemente caldo! Con l’effetto serra provocato dall’uomo, il sistema accumula energia solare in proporzioni spaventose, calcolate nel febbraio 2012 da James Hansen – già a capo del Goddard Institute for Space […]

di Grammenos Mastrojeni

Pensando al riscaldamento globale, si evoca soprattutto lo spettro di fenomeni climatici estremi di crescente violenza e frequenza. Non solo e uniformemente caldo! Con l’effetto serra provocato dall’uomo, il sistema accumula energia solare in proporzioni spaventose, calcolate nel febbraio 2012 da James Hansen – già a capo del Goddard Institute for Space Studies – come pari all’esplosione di 400.000 bombe di Hiroshima al giorno, 365 giorni all’anno. Questo eccesso di energia, non dissipata nello spazio, porta globalmente a un aumento della temperatura media, ma si manifesta soprattutto come “disordine”. Fa vibrare scompostamente i pilastri della biosfera e li porta a oscillare sempre di più fra poli estremi: dall’inconsueto freddo polare registrato in Nord America quest’anno, fino alle inconsuete siccità un po’ più a Sud, ma sempre sul territorio degli USA.

A fenomeni climatici più estremi, quindi, dobbiamo prepararci ed essi – oltre a provocare tragedie umane – hanno già un costo consolidato per l’economia, i cui diversi settori devono sobbarcarsi un’impennata nei prezzi delle polizze assicurative. Assicurare un ponte o una fattoria oggi è più caro perché la probabilità di eventi atmosferici dannosi è aumentata, e l’incremento di spesa si riverbera a catena su tutta l’economia.

Questo, tuttavia, è solo la punta dell’iceberg. A un livello più profondo e sistemico, dobbiamo temere i cambiamenti climatici a prescindere dagli episodi estremi, perché essi comunque alterano una regolarità fondamentale su cui abbiamo strutturato l’intera organizzazione sociale e produttiva: la prevedibilità e stabilità dei cicli stagionali.

Lo sfasamento dei cicli stagionali – che promette di diventare sempre più disordinato e imprevedibile, caotico nella fase di transizione cui andiamo incontro – a sua volta si manifesta nella sfera umana nel modo più minaccioso possibile: come una dislocazione delle risorse sul territorio, principalmente quelle agricole ma non solo. E quando si modifica la localizzazione e la disponibilità delle risorse – questo è uno dei precetti di base della geostrategia – finisce che si litiga: immaginate che vi vadano cadendo di tasca 500 euro mentre camminate al mercato… ne può seguire una rissa fra voi che tornate sui vostri passi a reclamare il vostro, quelli che hanno già intascato e quelli che si strappano le banconote ancora per terra.

Fra Stati, popoli, villaggi non è molto diverso. Se il clima mutante disloca la disponibilità di acqua, ad esempio, si aprono due scenari: la solidarietà fra chi ci guadagna e chi ci perde; oppure il conflitto fra di loro, che può prendere varie forme compresa quella delle migrazioni, con tutto il carico di tensioni che esse portano. Se poi lo spostamento delle risorse avviene in modo disordinato e caotico, senza graduali e prevedibili tendenze su cui pianificare soluzioni al cambiamento, diventa impossibile organizzare la solidarietà e rimane un unico disastroso scenario, il conflitto.

Questo sta già accadendo. Ad esempio, gli Stati proiettati sull’Artico iniziano a litigare – per ora pacificamente – per le nuove risorse energetiche che diventano accessibili con lo scioglimento dei ghiacci. Molto più drammaticamente, l’instabilità che abbiamo etichettato “primavere arabe”, compresa la tragedia siriana, affonda le radici in un cambiamento nella fruibilità di risorse alimentari causata da un’ondata di aumenti dei prezzi delle derrate agricole che, a sua volta, è scattata anche a seguito di scarsità nei raccolti dovuta a un andamento climatico inusuale.

Teniamo a mente tutto questo per valutare la carica di minaccia che ci mettono sotto gli occhi le proiezioni degli scienziati. Una, fra tante, emerge in un recentissimo studio congiunto di ricercatori americani, australiani, canadesi e britannici, pubblicato su Nature Climate Change col titolo “Una meta-analisi della produttivita’ agricola in condizioni di cambiamento climatico e adattamento”.

I redattori registrano un consenso della comunità scientifica su due fatti molto semplici, basandosi su 1700 proiezioni elaborate da vari centri di studio: la resa dei cereali cala di circa il 5% per ogni grado di riscaldamento; inoltre, questo impatto non sarà graduale e ordinatamente distribuito – gestibile, pianificabile, risolvibile con gli strumenti di una saggia solidarietà – poiché la variabilità climatica diventerà sempre maggiore e i cicli sempre più irregolari, vittime del caos che si sprigiona in un sistema in surriscaldamento.
Se non corriamo ai ripari adesso – ancora possiamo fare qualcosa – andiamo incontro al disastro. E i nostri figli ci chiederanno perché non abbiamo fatto nulla, visto che sapevamo cosa stava per succedere.

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