"Quando chiedo a uno dei miei studenti cosa pensa del nuovo compagno di classe con disabilità che ha appena conosciuto, quello di solito mi risponde: 'Sembra un tipo strano'..."
Su ilLibraio.it la toccante testimonianza di Maria Ghiddi, docente di sostegno, vicepreside e autrice, con Stefania Nanni, di "Come quando la piscina dorme": "Sarebbe uno sbaglio nascondere la diversità, celarla per pudore o per una sorta di malcelato pietismo". E ancora: Non appena i ragazzi riescono a varcare il muro della paura, “lo strano” saprà guidarli alla scoperta di un mondo nuovo"

Maria Ghiddi è docente di sostegno e vicepreside dell’Istituto Salvemini di Casalecchio di Reno e autrice, con Stefania Nanni, di Come quando la piscina dorme (Longanesi). Quando Maria arrivò al Salvemini, 12 anni fa, la scuola ospitava non più di 4 alunni disabili. Oggi, grazie all’attività di un ottimo gruppo di lavoro cresciuto nel tempo, il Salvemini è frequentato da 61 studenti con disabilità ed è noto, in Italia e all’estero, per le sue politiche di inclusione e integrazione. C’è un ricco programma di laboratori e attività pomeridiane aperte a tutti, e gli studenti “normali” si iscrivono con piacere come accompagnatori volontari dei loro compagni con disabilità.

ilLibraio.it ha chiesto a Maria di raccontare, dal suo privilegiato osservatorio scolastico, il rapporto tra gli adolescenti e la diversità.

Maria Ghiddi
Maria Ghiddi

“Il mio compagno di banco è strano”

Quando chiedo a uno dei miei studenti cosa pensa del nuovo compagno di classe con disabilità che ha appena conosciuto, quello di solito mi risponde: “Sembra un tipo strano”.

“Perché strano?”

“Perché non parla, non cammina, non si muove, fa gesti senza senso… Fa anche un po’ paura.”

Si parte da qui. Il primo passo è questo: aiutare la classe a conoscere quella “stranezza”, fare in modo che i ragazzi imparino a leggere e decodificare ciò che appare a prima vista, del ragazzo “diverso” con cui hanno appena iniziato a confrontarsi. Per riuscirci non servono complesse spiegazioni di carattere clinico, non funziona inquadrare la disabilità in una diagnosi. Basta solo parlarne con sincerità.

Sarebbe uno sbaglio nascondere la diversità, celarla per pudore o per una sorta di malcelato pietismo. Parlarne apertamente è come dire agli alunni: mi fido di voi, vi ritengo pronti ad ascoltare la storia del ragazzo “strano”, so che parlandone capirete e saprete andare oltre il confine della disabilità. Se invece si sceglie la strada dell’omissione, se si fa finta di nulla per non turbare la sensibilità di nessuno, la paura prende il sopravvento. Per vincerla ciascuno dei ragazzi mette allora in atto meccanismi diversi, che vanno dall’ignorare il nuovo compagno fino allo schernirlo. E il danno è fatto: il ragazzo “strano” resterà strano per sempre, e l’integrazione con la classe sarà un miraggio.

Quando ho iniziato a insegnare come docente di sostegno ammetto che faticavo un po’ a capire l’utilità di tenere, nella scuola superiore, gli alunni con disabilità anche gravissime insieme ai loro coetanei normodotati. Cosa potevano mai imparare, stando in classe? Che tipo di rapporto poteva mai crearsi tra loro e gli altri? Nella pratica quotidiana ho trovato risposte sorprendenti a entrambe queste domande.

Osservando ho capito che gli uni imparano dagli altri cose diversissime ma egualmente importanti. Ho capito che l’alunno con disabilità predilige la relazione con il coetaneo, anzi riesce a sviluppare competenze anche sulle autonomie, semplicemente osservando e ascoltando quello che il compagno gli suggerisce, anche se sembra assente, irraggiungibile.

Quindi loro, i ragazzi normodotati, i compagni, sono i primi alleati di noi insegnanti quando si tratta di lavorare con gli studenti con disabilità. Anche se è difficile, dobbiamo coinvolgerli, farli sentire importanti, trasmettere chiaramente il messaggio che, senza il loro aiuto, “lo strano” non avrà un’occasione di crescita e quindi nemmeno la speranza di un futuro dignitoso.

Non appena i ragazzi riescono a varcare il muro della paura, “lo strano” saprà guidarli alla scoperta di un mondo nuovo, dove tutto acquista una dimensione un po’ più reale. Un po’ alla volta cambierà anche il loro sguardo sul mondo: non sarà più così importante se un brufolo sta disturbando il profilo del loro naso, se non capiscono nulla di algebra o se nessuno ha messo un like al loro ultimo post. L’esperienza che vivono, il confronto senza timore né pregiudizio con la diversità, li starà arricchendo di nuove prospettive.

Adesso nella loro vita c’è un compagno di classe sicuramente strano, ma che sa fare tante cose diverse e con tanto coraggio e sacrificio; c’è un compagno che non cammina, ma non ha paura di arrampicare sulla parete della palestra con la sola forza delle braccia; c’è un compagno che non vede, ma che dal tono del loro ciao al mattino sa intuire “come gira oggi”.

L’altro giorno uno studente mi ha fermata in corridoio e mi ha informato, entusiasta: “Prof!  Marco mi ha sorriso!”. Marco è tetraplegico, sta in sedia a rotelle e non parla. L’ho guardato. Non mi sembrava proprio che stesse sorridendo, anzi non percepivo alcun movimento. E invece, nel tempo, l’impercettibile increspatura della sua bocca si è trasformata davvero in un cenno di sorriso. Il suo compagno aveva ragione. Una conquista per Marco, ma ancora di più per l’amico a cui quel sorriso era diretto.

Gli alunni apprendono gli uni dagli altri, non importa cosa e quanto, importa come. Tutto ciò ha un nome preciso in didattica speciale e si chiama “apprendimento per socializzazione”. È una specie di miracolo, e dopo tanti anni che lo vedo realizzarsi ancora non ha smesso di meravigliarmi.

Quando chiedo a uno dei miei studenti con disabilità cosa pensa dei suoi nuovi compagni di classe che ha appena conosciuto, quello di solito mi risponde: “Sono belli”.

 

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