In un libro autobiografico la storia (vera) di un militare del G.I.S. (Gruppo di Intervento Speciale)

Il Cigno ha 26 anni nel 1977, quando viene arruolato, con altri suoi 4 compagni, nel nuovo reparto d’élite dell’Arma dei Carabinieri: da semplice paracadutista si trova a essere scelto per una delle squadre d’azione più importanti: il G.I.S., Gruppo di Intervento Speciale.

Dopo quasi 30anni da quell’investitura, il Cigno, ribattezzato dai suoi uomini Comandante Alfa, ripercorre la sua vita e le sue missioni segrete in un libro: l’intervento nel carcere di Trani, dove i detenuti in rivolta tenevano in ostaggio dieci agenti della polizia carceraria, la liberazione della piccola Patrizia Tacchella, rapita nel 1990 a soli 8 anni, l’attentato contro le forze italiane a Nassiriya nel 2003.

Nel libro autobiografico Cuore di rondine (Longanesi), racconta sia il militare obbligato a indossare il mephisto nero, sia l’uomo che vi sta dietro: un marito lontano da casa, un padre che non può crescere i propri figli, una persona che riflette sulle proprie azioni e che teme ogni giorno la morte, ma che non vuole rinunciare alla difesa della libertà e della democrazia.

Nei mesi scorsi, sempre Longanesi ha pubblicato anche di l’autobiografia di David Tell (uno pseudonimo), che in Io sono un’arma (Longanesi) svela molti retroscena della sua esperienza nel corpo dei Marines…


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(per gentil concessione di Longanesi)

Era il 1977, verso la fine di settembre. Era cominciata e finita un’intera stagione dal giorno in cui per la prima volta avevo sentito parlare del GIS. In quel periodo in Italia c’era un’atmosfera particolarmente tesa. Non per niente, gli anni Settanta sono passati alla storia con il triste appellativo di Anni di piombo. Davvero sembrava di vivere in una guerra civile, tra anarchici, brigatisti, gruppi di neofascisti che a turno sparavano, sequestravano o gambizzavano. Sui giornali i titoli a caratteri cubitali gridavano con toni enfatici il terrore vissuto sulla pelle dalla popolazione. Non voglio entrare nel merito delle motivazioni che hanno scatenato tanto orrore e tanti morti. Sono e resto sempre un carabiniere e il mio compito è difendere l’ordine pubblico e mantenere la sicurezza. Quello che posso fare è offrire la mia testimonianza sulla tensione e la paura che aleggiavano tra la gente e sui pericoli affrontati quotidianamente nel proprio lavoro da tutti gli uomini dell’Arma e delle altre forze di polizia. Nel 1977, in tutti i televisori degli italiani, il sangue divenne rosso. Il passaggio dal bianco e nero al colore rendeva le scene trasmesse dai telegiornali ancora più cruente. E non c’era da stare allegri. Gli opposti schieramenti politici si scontravano nelle piazze ed era facile che alla fine sul terreno restassero morti e feriti. Le ideologie spingevano troppo spesso a uccidere rappresentanti delle istituzioni e della società, condannati solo per il ruolo che incarnavano. Magistrati, giornalisti, poliziotti, sindacalisti, studiosi, politici e dall’altra parte giovani che lottavano per cambiare il mondo, di destra o di sinistra che fossero. E infine c’erano le vittime tra i civili, scelti a caso dal destino per cadere sotto le bombe di stragi efferate. Come dimenticare la strage di piazza Fontana, l’assassinio del commissario Calabresi, la strage in piazza della Loggia a Brescia, quella dei terroristi palestinesi all’aeroporto di Fiumicino, quella sul treno Italicus, il disastro aereo di Ustica, la strage alla stazione di Bologna, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Eppure furono anche anni di grandi rivoluzioni sociali, come l’approvazione della legge sul divorzio, il nuovo diritto di famiglia e l’approvazione della legge sull’aborto. La tensione politica era alle stelle e gli avvenimenti nazionali si intrecciavano con le inquietudini internazionali. Ricordo che nel marzo del 1977, durante uno scontro violentissimo tra le forze dell’ordine e gli studenti sostenitori di Lotta Continua, ci scappò il morto e i manifestanti misero a ferro e fuoco la città di Bologna, erigendo addirittura delle barricate. L’assedio durò tre giorni e l’allora ministro degli Interni, Francesco Cossiga, inviò addirittura i carri armati. Veder sfilare mezzi da guerra nel pieno centro di una città non è una cosa da poco e non può che far correre un brivido lungo la schiena. Come carabiniere sentivo più che mai l’importanza del mio ruolo, ma come uomo provavo una tensione quotidiana e temevo per la mia vita. Quando il capitano Petrachi ci parlò del significato del progetto del GIS e del contesto nazionale e internazionale che stavamo vivendo, cominciai a capire come potessi, con il mio lavoro, contribuire a una risposta efficace a tutela di tutti gli italiani. Era l’occasione per indirizzare le mie energie verso qualcosa di concreto. Quando il capitano ci ricordò la strage alle Olimpiadi di Monaco del 1972, mi fu chiaro che cosa volessero da me. Era stata la prima strage in cui il mondo intero aveva davvero intuito di essere indifeso di fronte ad atti terroristici. Un commando di otto palestinesi aveva sequestrato alcuni atleti israeliani mentre si trovavano nelle loro camere d’albergo. In mondovisione, per la prima volta, la televisione aveva mandato in onda in diretta scene di terrore. I miliziani avevano ucciso quasi subito due ostaggi in albergo e avevano ottenuto così un aereo pronto al l’aeroporto per la fuga, ma nella notte la polizia tedesca era intervenuta. L’operazione si era risolta in un disastro perché, sebbene avessero fatto il possibile per salvare la vita agli ostaggi, alla fine in totale ne erano morti undici, oltre a un poliziotto e a cinque fedayyin.
L’evento aveva scosso il mondo intero. Tutti si erano sentiti assolutamente inermi e impreparati. La risposta era soltanto una: difendersi. E così quasi tutti i paesi si erano mobilitati per istituire corpi d’élite in grado di fronteggiare episodi di terrorismo estremo e di intervenire in situazioni di rischio altissimo.
Il capitano Petrachi ci guardò severo, fissandoci negli occhi a uno a uno. Le sue parole erano state chiare. Con noi cinque, in totale eravamo trentasei carabinieri paracadutisti. Non sarebbe stata una passeggiata. Ci attendevano anni di durissimo e costante addestramento perché a ciascuno di noi era richiesta una sola cosa: diventare il migliore tiratore scelto, il miglior scalatore, il miglior incursore, il miglior subacqueo, il migliore esperto di armi ed esplosivi. Ci veniva chiesto di trasformare in realtà un progetto e noi tutti rispondemmo dando il massimo, andando anzi oltre il nostro potenziale.
Di lì a pochi giorni ci trasferirono in una vecchia palazzina, sempre nella medesima caserma, ma fisicamente separati dagli altri carabinieri paracadutisti. Cominciò il vero addestramento, lontanissimo da qualsiasi stereotipo hollywoodiano. Qui tutto era vero, così com’era reale il vento che fi schiava dai vetri rotti delle finestre, l’acqua gelida delle docce, le coperte ruvide e il rumore dei lavori in corso per la ristrutturazione dell’edificio. Si dice che le difficoltà temprino il carattere. Io so solo che era terribile, ma devo ammettere anche che quelle sofferenze, e la necessità di condividerle e sopravvivere, giorno dopo giorno divennero un altro componente del gruppo, mentre i nostri corpi si modellavano, i nostri muscoli si rinforzavano, le nostre tecniche miglioravano. Giorno dopo giorno eravamo sempre più pronti e non sapere come e quando saremmo entrati in azione, se da una parte non ci consentiva di capire davvero cosa fossimo diventati, dall’altra ci lasciava in una specie di limbo, in cui era possibile abbandonarsi alla fantasia e immaginare chissà quali rocambolesche azioni. Ma soprattutto, dopo tanti anni, ora sono in grado di comprendere appieno come tutto quel tempo trascorso insieme ci abbia permesso di raggiungere la sincronia perfetta e di garantire la sorpresa, la velocità e l’affidabilità che un corpo come il GIS deve offrire.
E poi arrivò il momento di entrare in azione. Era il 28 dicembre del 1980. Ero stato a casa in licenza per le feste di Natale e mi trovavo in servizio per coprire il turno di Capodanno quando il nostro capitano ci chiamò a rapporto nel suo ufficio. Questa volta non ci furono giri di parole. Solido e deciso come suo solito ci riferì che il governo aveva chiesto il nostro immediato intervento in una situazione delicatissima. Il tentativo di evasione di alcuni brigatisti dal supercarcere di Trani, in Puglia, si era trasformato in una rivolta ed erano stati presi in ostaggio dieci agenti della polizia carceraria. I detenuti politici, sostenuti da alcuni ergastolani, si erano barricati dentro un’ala del l’edificio saldando addirittura i cancelli d’entrata e chiedendo la chiusura del carcere dell’Asinara, l’abolizione delle carceri speciali e del fermo di polizia.
Agli inizi di dicembre era stato rapito a Roma dalle Brigate Rosse il giudice Giovanni D’Urso, che in quel momento ricopriva l’incarico di direttore del l’Ufficio III della Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena presso il ministero di Grazia e Giustizia ed era considerato dai rapitori responsabile di torture e vessazioni nei confronti dei detenuti proletari. Condizione per il rilascio del prigioniero era, ancora una volta, la chiusura del carcere dell’Asinara. Un nostro distaccamento era operativo a Roma pronto a intervenire tempestivamente qualora ce ne fosse stato bisogno. La tensione politica era altissima, come sempre si contrapponevano i fautori della linea dura e quelli della trattativa, e per il governo richiedere l’intervento del nostro reparto rappresentò una decisione assai rischiosa, che in caso di fallimento avrebbe potuto suscitare pesanti critiche.
Tutto il nostro addestramento ora si tramutava in azione reale. Non c’era più nulla di simulato. Il Gruppo intervento speciale dell’Arma dei Carabinieri era chiamato a farsi onore trasformando una situazione critica in un tempestivo salvataggio di vite umane.
(continua in libreria…)

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