di Grammenos Mastrojeni Duemila anni fa, quando fu proposta, questa preghiera ritraeva un’angoscia di ogni giorno; si guardava a Dio e al cielo e a un loro segno di benevolenza, perché una pioggia in più o in meno poteva cambiare il destino di un villaggio. Nel XX secolo credemmo di poter sopprimere quella sezione del […]

di Grammenos Mastrojeni

Duemila anni fa, quando fu proposta, questa preghiera ritraeva un’angoscia di ogni giorno; si guardava a Dio e al cielo e a un loro segno di benevolenza, perché una pioggia in più o in meno poteva cambiare il destino di un villaggio.
Nel XX secolo credemmo di poter sopprimere quella sezione del Padre Nostro: c’era stata la green revolution che aveva moltiplicato in maniera fantastica i rendimenti delle colture e – dimenticandoci che più di ottocento milioni di persone rimenevano malnutrite – in cuor nostro adottammo una versione piu’ al passo coi tempi, “dacci oggi il nostro gadget quotidiano”. Nuovi orizzonti, un salto di qualità; o forse il sigillo di un’incomprensibile cecità collettiva.
L’economia del nuovo oggetto quotidiano funziona creando bisogni artificiosi perché ansima o muore se non è in costante stato di espansione. Essa focalizza, quindi, come obbiettivo la quantità nella vita, lasciando in ombra la qualità della vita: si tratta di un sistema autoreferenziale che sembra confondere il fine – stare bene – con il mezzo, ovvero la moltiplicazione all’infinito dei beni materiali. La maggior parte di noi obbietterebbe stupito a questa idea affermando che la quantità nella vita è sinonimo di qualità della vita! Ma come? Consumo, occupazione, shopping, videogame, nuovi jeans… cos’altro si può volere?
Ne nasce una certa confusione, ma che è dovuta all’intima natura umana: fa parte della nostra essenza di donne e uomini cercare il progresso, il miglioramento, e orizzonti più ampi. Non siamo per essenza votati all’immobilita’, ne’ alla decrescita, e si comprende pertanto che abbracciamo con tanto entusiasmo l’espansione della produzione. Predicare il contrario equivarrebbe a invocare un mondo illusorio, che non e’ nelle corde dei nostri cuori.
L’equivoco, e ciò che rende tutto il sistema pericolosamente autoreferenziale, non è se occorre produrre ed espandersi – questo fa parte di noi – ma piuttosto se produrre quantità o qualità. Ce lo dimostrano i cambiamenti climatici, che presto ci costringeranno a chiedere nuovamente imploranti il nostro pane quotidiano.
La risposta più facile al nostro anelito di progresso è la moltiplicazione degli oggetti materiali. Solo che l’economia del nuovo quotidiano è inevitabilmente predatoria sulla natura, che ha una capacità di rigenerarsi limitata. E’ l’economia del rinnovamento superfluo – della deperibilità programmata per creare sempre nuovi bisogni – quella che crea una pressione insostenibile sull’ecosistema, mentre non è affatto vero che l’espansione demografica porta l’umanità in rotta di collisione con la natura, se si guarda alle necessità vere e obbiettive della popolazione.
La produzione fine a se stessa è quella che ha costretto il Direttore Generale della FAO, Da Silva, a lanciare un allarme il 24 aprile scorso, al 7° Forum dell’Agricoltura in Marocco: ” i diversi paesi devono correre a riformulare l’agricoltura secondo modalità più sostenibili […] e tutto ciò che faremo deve prendere in considerazione i cambiamenti climatici”. Da Silva parlava tenendo a mente i crescenti allarmi sulla diminuzione della produttivita’ agricola prevista come conseguenza del riscaldamento globale, ed ecco allora svelata la drammatica autoreferenzialità del sistema che ci siamo dati: concepito per non farci chiedere più solo il nostro pane quotidiano, pone le premesse per costringerci a tornare ad implorarlo. Banalissimo, comprensibile, ma inarrestabile.
Eh… certo, se fermiamo la produzione materiale che ne è dell’occupazione? Del reddito? Della crescita? E se invece di produrre sempre più beni materiali effimeri producessimo meno oggetti ma piu’ duraturi, assieme a servizi di sostegno alla qualità della vita?
Non finisco mai di stupirmi davanti alla saggezza del messaggio che ci invia Gaia, madre terra: non ci sta ordinando di smettere di crescere, ci sta dicendo di puntare al reddito e alla crescita generati dalla ricerca della qualita’ invece che dall’intasamento di superfluo obsolescente. Ci parla di anziani da non lasciare soli, di infanzia da mandare a scuola ovunque, di territori da risistemare, di assistenza sanitaria da rendere universale. Tutte mete che generano occupazione e reddito e, assieme, qualità della vita, giustizia e pace. Vero progresso, quello che abbiamo perso di vista.
Basta aprire gli occhi: avremo il nostro pane quotidiano se lo cerchiamo nel modo giusto. E anche il centuplo quaggiù: un’altra strana idea dell’autore del Padre Nostro. Che sia anch’Egli un buon amico di Gaia?

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