Il nuovo libro di Daniel Pennac, "La legge del sognatore", è un omaggio a Federico Fellini e alle opere del grande regista, a 100 anni dalla nascita: lo scrittore francese immagina di finire in coma nel bel mezzo di "Amarcord" e di veder scorrere la propria vita davanti ai suoi occhi, come in un film. Eppure, nel sogno, i ricordi non rispecchiano la realtà dei fatti... - Su ilLibraio.it un estratto

Lo scrittore francese Daniel Pennac stava guardando con la moglie il film di Federico Fellini Amarcord, quando la lampadina del proiettore si è fulminata e lui si è ritrovato in piedi su una sedia, messa sopra un tavolo, nel tentativo di cambiarla e riparare il marchingegno, per poter finire di vedere il film. Mentre era in piedi sulla sedia è caduto, ha battuto la testa ed è finito in coma.

La legge del sognatore Daniel Pennac

Nel suo nuovo romanzo, La legge del sognatore (Feltrinelli, traduzione di Yasmina Mélaouah), Pennac sogna: immagina di finire in coma nel bel mezzo di Amarcord e immagina, durante il coma, di sognare la propria vita, in un concatenarsi di visioni oniriche che rimettono in scena momenti della sua esistenza uno dopo l’altro; ma se è luogo comune sostenere che in simili momenti la vita scorra davanti agli occhi come un film, è anche vero che le leggi dei sogni non sono le stesse che governano il mondo reale, e la vita a cui Pennac assiste non è proprio la stessa da lui vissuta nella realtà. Una visione dopo l’altra, un ricordo dopo l’altro, il confine tra il ricordo e il sogno, tra ciò che è vero e ciò che è immaginato, si fa sempre più labile. Ma come distinguere, nel sogno, la memoria dall’immaginazione? Dove sta il confine tra realtà e finzione?

Autore dei Diritti del lettore, Daniel Pennac è un grande amante dei film del regista di Rimini: in occasione del centesimo anniversario della nascita di Fellini (nato il 20 gennaio), l’autore di Diario di scuola (Feltrinelli, traduzione di Yasmina Mélaiuah), L’occhio del lupo (Salani, traduzione di Donatella Ziliotto), e del Ciclo dei Malaussène (Feltrinelli, traduzione di Yasmina Mélaiuah) si avventura nel mondo onirico, alla ricerca dell’assiologia misteriosa che governa i sogni, La legge del sognatore.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it un estratto dal libro

Sotto un sogno di Federico

Lo spettacolo cominciava appena chiudevo gli occhi.
Federico Fellini, Il libro dei sogni.

7.

In macchina, ovviamente, ho raccontato il mio sogno.

“Ma ricorda un sacco il sogno di Federico!” esclamò mia madre.

Si riferiva al disegno coloratissimo di Fellini che lei aveva appeso in camera mia.

“Anche tu dovresti trascriverteli, i tuoi sogni,” mi disse mio padre.

Fu necessario spiegare a Louis chi era Federico Fellini: un regista italiano che la mamma adorava. Lei aveva lavorato come costumista per molti suoi film. Era andata anche a Roma, allo Studio 5 di Cinecittà, dove Fellini girava tutto quello che gli passava per la testa. Una mattina lui aveva strappato la pagina del grosso libro mastro su cui disegnava i suoi sogni e aveva teso a Moune quello che aveva appena fatto. Lei l’aveva incorniciato e appeso in camera mia.

“Appena sveglio, Fellini trascrive e disegna i suoi sogni,” confermò lei.

“Fa bene,” approvò Louis, “i sogni evaporano come la pioggia al sole.”

Era un’estate calda. Viaggiavamo sotto un sole che faceva stagliare nitide le montagne.

Chiesi:

“Voi lo fate? Li trascrivete i sogni?”.

“I nostri sogni non possono minimamente competere con i tuoi,” rispose Louis, “sono roba insignificante. Tu invece sei proprio il re dei sogni! Se mi paragono a te, mi sembra di non essere neanche capace di sognare.”

Mia madre si mise a ridere:

“Che ti succede, Louis, fai dei complimenti al tuo amico? Questa sì che è una novità!”.

Guardando scorrere il paesaggio, Louis rispose:

“Sono serissimo. Il mio amico è un sognatore incredibile. Quando saremo grandi, lui farà lo scrittore. O il regista, magari, come il suo amico, coso…”.

“Fellini,” disse la mamma.

“Fellini,” confermò Louis.

“E tu,” chiese papà, “tu cosa farai da grande?”

“Io?”

Dopo un attimo di esitazione, Louis rispose:

“Io farò il personaggio”.

Ed è andata proprio così. Io sono diventato scrittore, ho scritto saggi, romanzi, fumetti, sceneggiature, testi teatrali, ho raccontato storie di ogni genere, per adulti e per bambini. Ho scritto anche una serie di racconti sulla nostra adolescenza comune, con Louis come protagonista. In quei racconti lo chiamavo Kamo. Il nome è diventato un titolo generico, tanto che i giovani lettori dicono i Kamo, un Kamo, il mio Kamo. Così come potrebbero benissimo dire un Louis, il mio Louis.

8.

Quella mattina, insomma, mentre eravamo in auto diretti verso la meta della nostra gita, la conversazione verteva sul mio sogno. Louis aveva fatto una domanda interessante: Sappiamo davvero quando comincia un sogno?

“Il tuo, per esempio,” mi chiese, “secondo te quando è cominciato?”

Avevo la risposta pronta:

“Quando si è fulminata la lampadina del lumino da notte e ho visto il miele colare sul pavimento di linoleum! Questo non era reale. L’ho sognato. E nella vita vera è impossibile far fulminare una lampadina solo fissandola!”.

“Tanto più impossibile,” disse mia madre, “visto che nel corridoio non c’era nessun lumino.”

Mi ci volle un po’ di tempo per registrare quello che aveva detto.

“Come sarebbe, non c’era il lumino? Ma io l’ho visto, prima di addormentarmi!”

“No, l’hai visto dopo esserti addormentato,” corresse mio padre lanciandomi un’occhiata divertita nello specchietto retrovisore.

“Il lumino l’abbiamo tolto il giorno che hai compiuto cinque anni,” completò mia madre. “Ti ricordi? Ce l’avevi chiesto come regalo di compleanno: Non sono più un bebè, non ho più bisogno del lumino! Voglio che lo togliete! Ho cinque anni!”

“Perciò,” concluse Louis, “ieri notte il lumino te lo sei sognato.”

Incredibile…

“E torniamo quindi alla domanda iniziale. Quando è davvero cominciato il tuo sogno?”

Stavolta riflettei prima di rispondere.

“Forse quando i miei sono andati a dormire. Non ho più sentito la tivù e mi sono addormentato.”

“Quale tivù?” ha chiesto mio padre.

Silenzio. Qui nel Vercors non avevamo la televisione, non l’avevamo mai avuta. La tivù era a Parigi.

“Allora?” domandò Louis.

Da quel momento ci sono andato con i piedi di piombo:

“Moune, ieri sera, mentre io e Lou chiacchieravamo, sei venuta su a dirci di fare silenzio, giusto?”.

“Ieri sera, tesoro mio, dormivo. Potevate fare tutto il baccano di questo mondo e non mi sarei svegliata.”

“Ha cercato di leggere un po’,” precisò mio padre, “ma dopo due pagine si è addormentata. Le ho tolto gli occhiali, le ho chiuso il libro e ho spento la luce. Anch’io morivo di sonno.”

Le mie certezze crollavano una dopo l’altra. Mi sentivo come uno di quei personaggi dei cartoni animati che continuano a correre anche quando non hanno più la terra sotto i piedi.

“Allora?” insistette Louis.

Allora non ero più sicuro di niente.

“Però, dai, Louis, è vero che prima di addormentarci io e te abbiamo parlato della luce, no?”

“Sì, tu sostenevi che la luce è fatta di acqua.”

Mio padre alzò il dito della conoscenza:

“Il che in montagna non è del tutto sbagliato. Si tratta comunque di energia idroelettrica. Metaforicamente parlando, si può quindi dire che la luce è fatta di acqua”.

“Già che ci sei,” suggerì mia madre, “spiega a questi due cos’è una metafora.”

In quel frangente, però, non m’importava granché d’imparare una parola nuova o di sapere se avevo torto o ragione nella discussione con Louis. Tutto quello che volevo sapere era quando era cominciato il sogno! Adesso risalivo indietro nella memoria, tastando il terreno con la punta dei piedi.

“Nella nostra discussione sulla luce liquida tu, Lou, non eri d’accordo con me, questa è la realtà, giusto?”

“Ti dicevo che forse non avevi capito bene quello che aveva spiegato il maestro.”

Vero.

“E ti sei girato verso la parete dicendo: ‘Ne riparleremo domani quando avrai la mia età’.”

“Ho detto così?”

Louis sembrava francamente stupito:

“Perché avrei dovuto dire una cosa del genere?”.

Non poteva averlo detto. Louis e io non abbiamo un giorno ma nove mesi di differenza. Lui è nato ad aprile e io a dicembre.

Questa volta scoppiò a ridere:

“Ecco! Questa è proprio la classica idea che può venire a uno con la mania delle storie! I due migliori amici del mondo che hanno un solo giorno di differenza e il più grande che continua a sfinire l’altro ripetendogli: ‘Vedrai, domani, quando avrai la mia età’. Una cosa del genere può immaginarla solo uno con la mania delle storie! Diventerà uno scrittore, date retta a me! Sono pronto a scommetterci! Oppure un regista, come il suo amico, coso…”.

“Fellini,” precisò la mamma.

Dopodiché lui fece un’altra domanda:

“Ma di’ un po’ una cosa, quando ti sei affacciato alla finestra, non ti sei stupito di trovare una città invece del solito paesaggio?”.

(Continua in libreria…)

© 2020 Éditions Gallimard

Commenti