In collaborazione con la Fondazione Fabrizio De André O.n.l.u.s., Concita De Gregorio ha curato un volume, scritto rigorosamente da donne, che ha come obiettivo il ridare la vita a Nina, Teresa, Marinella e ad altre donne cantate da Fabrizio De André: "Princesa e altre regine". - Su IlLibraio.it un estratto firmato da Francesca Borri 

In collaborazione con la Fondazione Fabrizio De André O.n.l.u.s., Concita De Gregorio ha curato un volume, scritto rigorosamente da donne, che ha come obiettivo il ridare la vita a Nina, Teresa, Marinella e ad altre donne cantate da Fabrizio De André: Princesa e altre regine (Giunti editore).

La forma è quanto mai varia: poesie, fumetti, racconti, fotografie: ogni pagina mostra un lato diverso di una donna del Faber e dell’autrice che ne parla. Un almanacco di ricchezza di talenti, insomma. E le autrici ce le mostrano per ciò che meravigliosamente sono: donne coraggiose, che non perdono la dignità in situazioni spesso dolorose, capaci di trasformare quel dolore in forza, ridendo e ingannando il destino.

Scrive Concita De Gregorio: “Queste voci hanno tutte, mi pare, un tratto in comune con Fabrizio De André. La fragilità inossidabile.” Sono donne che procedono con pervicacia in direzione ostinata e contraria, spesso solitarie ma mai sole, come se avessero “un ciuffo di capelli che come una tenda lascia uno spiraglio e intanto ti ripara dal mondo, consentendoti di vederlo più a fuoco“.

Venti donne che hanno accompagnato la vita di venti scrittrici, che hanno fatto la cosa più difficile del mondo: si sono messe in silenzio ad ascoltare le loro parole. Senza etichette, senza giudizio. A far parte del progetto: Concita De GregorioGuia BesanaDaniela AmentaUrsula FerraraMelissa PanarelloValentina PediciniLorenza Pieri, Silvia ZicheBarbara Di GregorioSilvia CamporesiEnrica TesioLetizia Rubegni, Francesca Genti, Francesca BorriEmmanuela CarbéBeatrice AlemagnaCarmen PellegrinoValentina FarinaccioMaria Grazia CalandroneSara Colaone.

Per gentile concessione dell’editore, su IlLibraio.it ne pubblichiamo pubblichiamo un estratto da Jamin-a, di Francesca Borri:

JAMIN-A

«Dio… Non so come fai a vivere qui.»

«Ma se sei sopravvissuto al Libano… Su. Vieni più alla luce.»

Jamin-a sorrise, e tamponò con un po’ di acqua e ovatta il sopracciglio sinistro di Eyal, che si esaminava il piccolo taglio, impercettibile, nello specchio di ferro dell’ingresso.

Gerusalemme, al piano di sotto, traboccava di voci.

«Capisco che i vicoli sono stretti… Ma i pellegrini ormai sono migliaia. Migliaia, veramente. Ti sbucano da tutte le parti. E hanno tutti quest’aria così seria. Così concentrata. Tutti che corrono a venerare una madonna che piange, una pietra che guarisce. Un albero che parla.»

Jamin-a, alle sue spalle, gli baciò il collo.

«Tutte queste guerre… E per cosa? Per una città di matti.»

Lo guardò nello specchio.

Gli baciò di nuovo il collo. Un minuto e sono tua, disse.

E andò nell’altra stanza.

Eyal, intanto, appese la giacca.

«Giravano con una di quelle croci di legno… Hai presente? Delle americane. Con questa croce che sarà stata lunga tre metri, su per la via Dolorosa. Avranno spaccato il sopracciglio a tutti. E poi era quasi il tramonto, e quindi c’erano anche tutti questi arabi che srotolavano i loro tappetini: che poi, dico, pregano cinque volte al giorno, ogni giorno, ma è possibile? Ma perché non lavorano? Che poi qui è tutto pieno di gatti randagi?»

Si allentò la cravatta.

«Perché non spazzano le strade, perché non riparano un po’ questi cavi elettrici, che finiremo tutti fulminati, invece di stare lì a leggere e rileggere il Corano?»

Si controllò il sopracciglio.

«Non so come fai, giuro. Tra tutti questi arabi. Secondo te c’è bisogno di un punto?»

Jamin-a sbucò da dietro la porta.

«Dimentichi che sono araba anch’io.»

Si era sciolta i capelli.

Eyal guardò la sua mano, sullo stipite. Le dita. Il polso sottile. Ricordava quella maglia blu scuro che ora aveva addosso. Un po’ larga. Lasciava la schiena nuda.

«Tu sei un’araba di Israele, tesoro. Sei una cosa molto diversa.»

Jamin-a lo fissò. La stanza di ingresso era una stanza quadrata, in penombra. Con il pavimento in pietra, semplice, e foto in bianco e nero ai muri. Foto di famiglia. Si avvicinò, in silenzio, gli passò l’indice sulle labbra, e quando Eyal le strinse i fianchi, gli prese la nuca, si avvicinò ancora, quasi a sfiorarlo, e sempre fissandolo, fece come per baciarlo, ma senza baciarlo, solo continuando a guardarlo, e quando lui la tirò a sé, disse solo: «Non sono poi così tanto diversa, sai?».

E tornò nell’altra stanza.

Eyal e Jamin-a si conoscevano ormai da vent’anni. Era dai tempi di Oslo, degli accordi di Oslo, che la delegazione israeliana incontrava quella palestinese una volta la settimana, sempre: anche nei momenti in cui fuori, intanto, infuriava l’Intifada. O un’altra guerra su Gaza. Gerusalemme, in fondo, era un mondo a sé. O più esattamente: la città vecchia, dentro le sue mura. Tutto intorno, arabi ed ebrei duellavano su ogni centimetro di terra, cercavano di occupare più spazio possibile: costruivano ovunque, e Gerusalemme, passo a passo, era diventata una sconfinata, disordinata colata di cemento. Priva di logica. Terra di conquista, preda e basta. Ma dietro quelle mura, tutto era ancora come duemila anni fa. E tutti ancora vivevano insieme. O forse, solo fianco a fianco: ma era qui che veniva ogni volta Eyal, dopo ogni tornata di negoziati, in questa casa all’incrocio tra la via Dolorosa e la via che arriva al Muro del Pianto, una casa di tre piani, con il pavimento in pietra e i tappeti amaranto, e alle pareti piatti di rame, una casa di tre stanze una sopra l’altra, in cui Jamin-a viveva sola.

E per questo, oggi, era in ritardo.

«Come se non mi avessero mai visto. Ma è sempre così, quando tira aria di scontri. Mi hanno controllato i documenti uno a uno. Niente, qui, è più sospetto di una donna sola.»

Dalla finestra entrava la luce calma dei tardi pomeriggi d’autunno.

«E un’araba, poi.»

Eyal la osservò preparare il tè. Era il suo tè preferito, una miscela di tè verde che vendevano in un’erboristeria di Ben Yehuda. Non che fosse molto lontano da lì, ma amava pensare che Jamin-a ci andasse solo per quello. Solo per il suo tè.

(Continua in libreria…)

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