Intervista a Margaret Atwood autrice di L’ultimo degli uomini ISBN:8879286560

In uno scenario apocalittico, dove la Terra è sconvolta da una catastrofe planetaria, si muove un unico sopravvissuto. Insieme a lui due esseri apparentemente umani ma creati artificialmente. Come si è giunti a tutto questo? Ce lo racconta il protagonista di L’ultimo degli uomini, il nuovo romanzo della canadese Margaret Atwood. Attraverso il racconto della sua vita, che coincide con il processo di distruzione del pianeta e della razza umana, il lettore assiste a un intenso e archetipico rapporto di amore e amicizia tra due uomini e una donna. Violentissimi sono gli attacchi dell’autrice a quella scienza che rinuncia a una visione umana del mondo, che dimentica e annulla l’esigenza più profonda dell’umanità: la spiritualità in tutte le sue molteplici espressioni. Così ne ha parlato Margaret Atwood a Infinitestorie.it

D. Come è nata l’idea di scrivere questo romanzo?

R. Era il marzo del 2001 ed ero in viaggio per promuovere il mio romanzo L’assassino cieco. Durante una tappa in Australia ho avuto la possibilità di visitare un grande riserva naturale del Queensland dove, per migliaia di anni, gli aborigeni avevano convissuto in armonia con la natura. Rimasi colpita dall’osservazione del fatto che l’Australia costituisce una specie di microsistema nel quale basta distruggere una piccola parte di habitat per far morire una specie. Così una notte iniziai a trascrivere le mie riflessioni e proprio allora cominciarono a prendere forma Oryx e Crake, i protagonisti di L’ultimo degli uomini.

D. Che cosa accadde, quindi?

R. Come capita per la stesura di tutti i miei romanzi, parto proprio dai personaggi e lascio che la trama si formi a poco a poco e che emerga con tutti i suoi complessi intrecci. Credo che gli scrittori siano come i giocatori d’azzardo: a volte vincono, altre perdono.

D. Lei proviene da una famiglia di biologi, che cosa l’ha spinta a dedicarsi alla letteratura invece di seguire le orme dei suoi genitori?

R. Mio padre era un ricercatore, botanico e biologo che amava molto anche la lettura di opere di narrativa, storia e poesia. Mio fratello e io eravamo entrambi bravi sia in scienze sia in letteratura inglese, per cui ci erano aperte entrambe le strade. Lui è poi diventato biologo. D’altra parte ho una zia che scrive libri per ragazzi. Sono convinta che scienza e narrativa si pongano entrambe domande tipo “Che cosa succederebbe se..?” “Perché?” “Come funziona questo?”

D. In L’ultimo degli uomini si leggono diversi attacchi alla scienza. Come mai?

R. Non voglio che questo mio romanzo sia considerato contrario alla scienza. La scienza è un mezzo per conoscere il mondo che ci circonda, e come tutti i mezzi può essere usata per bassi fini, può essere venduta e comprata, come spesso accade, ma in se stessa non è un mezzo cattivo: è neutrale, come l’elettricità. Come ha sempre scritto ogni poeta, da Yeats a Blake, la forza che muove il mondo è il cuore umano, sono le emozioni. E queste ultime diventano sempre più forti. È l’odio a distruggere le città, non le bombe. Mi chiedo allora se come specie abbiamo la maturità emotiva e la saggezza indispensabili per fare buon uso di questi mezzi tanto potenti. E sfido ad alzare la mano per rispondere che le abbiamo.

D. Quale sarà l’argomento del suo prossimo romanzo?

R. Come posso sapere che cosa scriverò in futuro? È un’ossessione. L’unica cosa che si impara quando si scrive un romanzo è come scrivere quel particolare libro. Se mai ho imparato qualcosa dal mio mestiere, è che i progetti che rappresentano una sfida sono quelli che sento l’esigenza di seguire. Esistono libri più “sicuri”, ma se inizio a scriverne uno così, di solito finisco con il lasciarlo incompleto.

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