Torna in libreria il drammaturgo Stefano Massini, con "Dizionario inesistente", un catalogo di 21 parole inventate dall'autore per esprimere tutte le sfumature dell'animo umano - Su ilLibraio.it un capitolo

Attacismo, caransèbico, quèstico, zeissiano… sono solo alcune dei termini che costellano il Dizionario inesistente di Stefano Massini, in uscita per la casa editrice Mondadori. Ma non ha senso affrettarsi a cercare il significato di queste parole: non si può trovare, per il semplice fatto che non esistono.

Le ho create io, e non per scelta, per necessità“, spiega nell’introduzione Massini, tra i più acclamati drammaturghi italiani, autore del romanzo L’interpretatore dei sogni (Mondadori, 2017) e del celebre Qualcosa sui Lehman (Mondadori, 2016), libro che è stato portato in scena sotto la regia di Luca Ronconi e con il quale Massini ha ricevuto importanti riconoscimenti (premio Selezione Campiello, premio SuperMondello, premio De Sica e ora il Prix Médicis e il Prix Meilleur Livre Étranger in Francia).

E anche se le 21 parole presenti in questo dizionario sono completamente inventate, non sono inventati gli stati d’animo che queste definiscono: un sorprendente catalogo di umanissime sfumature delle nostre emozioni. Da una carrellata di personaggi reali Massini crea un ventaglio di nuovi sostantivi, verbi, aggettivi, talmente efficaci da farti venir subito voglia di usarli nel parlare quotidiano. Ed ecco dunque sfilare l’inventore della penna a sfera László Biró (da cui birismo), i tenaci guerriglieri cileni Mapuche (che porteranno al verbo mapuchare), ma anche mostri sacri come Leonardo e Galileo, Leopardi e Kafka, passando per nobili del Seicento e miniere sudafricane, instancabili bugiardi e scienziati camerieri. 

Per gentile concessione della casa editrice, su ilLibraio.it un estratto:

B 

Se camminando per strada avvertiamo lo sguardo fisso di qualcuno, è molto probabile che la cosa ci infastidisca. Gli occhi degli altri non sono in genere ben accetti, li sentiamo come ladri rapaci, in cerca di conferme della superiorità di chi ci osserva. Siamo talmente persi nella galassia di noi stessi, che intercettare segnali di vita nell’universo ci sembra spesso un incidente irrilevante, e se vi indulgiamo è giusto per quella sete morbosa di celebrarci nelle mancanze altrui. Nessuna meraviglia, dunque, nessuno stupore se sentirsi guardati equivale a sentirsi giudicati, messi alla sbarra, perquisiti nei nostri più remoti anfratti: il giovane rifiuta l’occhiata del vecchio che sembra subito imputargli chissà quale sbando, esattamente come l’anziano percepisce gli occhi di un adolescente come garanzia di caricatura. Insomma, vige fra estranei un sostanziale divieto di sguardo. 

E dire che l’osservazione degli altri può offrire certe volte scoperte inattese, se solo ti poni nella condizione di accettare che ogni dettaglio trascurato contenga un potenziale insegnamento. 

A offrircene un esempio è la storia formidabile di due fratelli ungheresi, László e György. Siamo nei tumultuosi anni Venti, e mentre l’Europa si prepara a mostrare il peggio di sé, i due ragazzi si guadagnano da vivere con tutto quello che può offrire la piazza di Budapest. László è uno spilungone timido, dagli occhi chiarissimi, che quasi ti potresti illudere di guardarci attraverso, leggendogli i pensieri come nella vetrina di una merceria, salvo renderti conto un attimo dopo che il ragazzo sfugge a ogni previsione. Da lui ti puoi attendere ogni sbalzo, con quel guizzo di inaspettata vitalità che smaschera talvolta i finti introversi. Fra i compagni di birre, non per nulla, László è noto – più che per i suoi lunghi silenzi – per quelle battute folgoranti e calzantissime che d’un tratto lo dichiarano non solo vivo e vegeto, ma più agguerrito e sferzante che mai. E sono uscite magistrali, spesso rimaste leggendarie fra gli eroi della pinta, cosicché il nostro si è guadagnato al bancone la fama di ventenne saggio, buona se non altro per farsi pagare a turno da bere dai compari in crisi esistenziale: a suo modo è un mestiere anche questo, e in tempi di crisi non si scarta nulla. Peccato solo che nelle conversazioni – come in ogni cosa, perfino nel vestiario o nel radersi il viso – László sia un inguaribile distratto. Anzi, molto di più: un fuggiasco. Perché il distratto è solo colui che non controlla l’attenzione, mentre il fuggiasco si impone deliberatamente di sottrarsi agli altri. O chissà: forse anche alla sua stessa vita. László è così, la sua mente vola altrove, è incapace di fermarsi su un ramo e costruirvi un nido, per cui non gli resta che sbattere le ali ininterrottamente in aria, sempre illudendosi che il prossimo albero sarà quello da cui guardare il paesaggio. E chiamarlo ”mio”. 

Di lui nessuno sa tutto questo: László è bravissimo a sembrare semplicemente disattento. Solo suo fratello György non gli risparmia la verità. A lui come a tutti gli altri, dal momento che György è un rasoio tagliente, di quelli che colgono maledettamente nel segno ogni volta che mirano a provocare. In questo senso ammetterlo al proprio tavolo è un bel rischio: egli è sempre in grado di percepire ciò che gli altri tentano di nascondere, magari perfino a se stessi, perché da buon laureato in chimica possiede la formula per far reagire gli acidi con le basi e queste con i sali, incendiando i preparati. Conseguenza dell’esperimento? A György pochissimi rivolgono ancora la parola. Solo suo fratello lo trova (proprio per questa sua scientifica perfidia) un autentico spasso. La gente li guarda e pensa: “Che coppia: più diversi di così, impossibile assortirli”. 

E in effetti nessuno si spiega non solo che i fratelli non siano mai stati visti litigare, ma che condividano abissi e vette di una quotidianità del tutto rocambolesca: non c’è mestiere che László e György non abbiano almeno tentato, dal pilota al doganiere, dal mediatore al giornalista, senza disdegnare perfino l’ipnosi e la pittura surrealista. Con i magri introiti di questo equilibrismo, i due si danno man forte a vicenda, supportandosi negli stenti e brindando agli sporadici successi. Certo: quando le tasche piangono miseria e qualunque compenso è benedetto purché si traduca in sussistenza, ogni futuro è quanto meno un’ipotesi. Figuriamoci se sei un ebreo ungherese, proprio nel momento in cui la patria strizza l’occhio a un certo baffuto Hitler che da Berlino le promette di vendicare le ferite non rimarginate della Grande Guerra. Eppure, l’imminente – inevita- bile – tempesta non sembra intimorire i due temerari fra- telli: continuano a fidarsi del proprio intuito, cercando di convertirlo in moneta sonante, e nel frattempo non risparmiano gli strali ai potenti di turno, tanto che László firma perfino articoli per il giornale socialista, avversario del diffusissimo “Budapesti Hirlap” megafono del più violento nazionalismo magiaro. 

E immaginiamolo, allora, in una mattina pallida, seduto dietro la finestra del suo appartamento ordinario, appena sopra il limite della dignità, con una stufa mezza annerita e un’orribile carta da parati a losanghe amaranto su sfondo verdastro. È un quartiere popolare: per strada regna un olezzo indecifrabile misto di manicaretti e fogna, mentre la ciminiera di una fabbrica inonda tutto di fumo appena il vento si alza da ovest. Impossibile avere silenzio: fra le pozzanghere una congrega di bambini si diverte con le biglie proprio sotto la finestra, ma il confine fra il loro gioco e la rissa è opinabile. In cerca d’ispirazione per il suo articolo del giorno sui diritti sindacali dei lavoratori in miniera, László si è perso nei vicoli del pensiero, e da almeno dieci minuti fissa le proprie dita sporche d’inchiostro. In questa casa tutto è sporco d’inchiostro: la tovaglia sull’unico tavolo, i bordi di ogni libro, i polsini delle camicie, perfino i risvolti di quell’amatissimo pastrano più volte dato al monte dei pegni e sempre per fortuna riscattato. Ma questo diluvio di inchiostro in fondo cos’è se non il marchio distintivo di chi vive di parole? László ne va fiero. Meglio: ne andava. Fino a oggi. Perché l’animo umano è fatto così: ciò che fino a ieri ti inorgogliva, d’un tratto lo detesti. Ed ecco, appunto: per un inconfessabile brivido di snobismo borghese, il nostro giornalista dell’“Avanti!” non ammette in nessun modo di trovarsi le mani nere come un minatore, e chi se ne importa se il carbone ti entra nei polmoni e l’inchiostro della stilografica non osa oltre i polpastrelli. Possibile mai che per vivere di parole si debba galleggiare fra questi sputi di pece, trovando impronte livide perfino sul guanciale? Si dice ci sia sempre un momento in cui l’artigiano bestemmia i ferri del mestiere: il fabbro maledice l’incudine, il falegname la pialla, l’ostetrica il forcipe. Così, in questo fatidico giorno, László – che di professioni ne ha cambiate cento – si sente d’un tratto un vetusto scrivano, e dichiara guerra alla penna stilografica che gli annerisce mani, esistenza, guardaroba e domicilio. Ecco: è a questo punto che lo spirito di osservazione del nostro eroe fa la cosiddetta differenza, perché nell’istante della massima ira lo sguardo di László si posa su quei bambini, sulle loro biglie. Ne fissa una, la guarda correre attraverso la pozzanghera e dritta uscirne, lasciando a terra una scia uni- forme di acqua sporca. 

Osservare. Osservare è davvero tutto. László quel giorno lo fece. 

E da quella biglia su una strada di Budapest trasse l’intuizione della penna a sfera. Bastava porre una minuscola biglia in fondo a una cartuccia piena d’inchiostro, e quella ruotando avrebbe steso sul foglio una linea perfetta. Basta con la stilografica e le sue criminali perdite: un giornalista ebreo tuttofare avrebbe cambiato per sempre la storia se non della letteratura, almeno della scrittura. Certo, l’invenzione necessitava di un apposito inchiostro, meno liquido di quello delle stilografiche, e magari più rapido a essiccarsi… Ma suo fratello György non era pur sempre un chimico, per quanto rovinato dalle asprezze di un carattere ingrato? Si deve alla grande intesa fra questi due fratelli se il 15 giugno 1938 fu depositato il brevetto della penna a sfera. 

«Con quale nome volete definire la vostra idea?» fu la domanda del funzionario dietro il banco, mentre si puliva le dita dalle macchie d’inchiostro della stilografica. «Penna Biro» risposero sorridenti i due, che in effetti di cognome si chiamavano Biró, come migliaia di ungheresi. Dopodiché, pagato il dovuto in tasse e bolli, se ne andarono probabilmente a bere. Chi non lo avrebbe fatto, al loro posto? Il brevetto di quella rivoluzionaria penna poteva renderli in prospettiva milionari: un paio di bicchieri di Palìnka erano il minimo che si potessero permettere. 

Già. 

Se non fosse che l’ebbrezza dell’invenzione li aveva forse un po’ distratti dalle insidie del contesto, che per il Popolo Eletto non volgeva al meglio. Si narra che durante la festa di Shavuot i bambini, se terranno gli occhi fissi al cielo, potranno vederlo per un istante spalancarsi in tutto il suo fulgore: chissà se i fratelli Biró lo videro mai. Quello che è certo è che nel pieno del Terzo Reich videro spalancarsi, non in cielo ma sotto i piedi, gli orrori dell’inferno: subito dopo aver depositato il loro brevetto, dovettero dar retta al rabbino che gli ordinava di fuggire. Fuggire? Per un fuggiasco nato come László fu una specie di cortocircuito, come dire a un pesce di bagnarsi. Eppure il rabbino non scherzava: possibile che non si rendessero conto? C’era da scomparire, entro l’alba, prima che fosse tardi, con giusto una valigia: le cose più preziose. E sia. Ci sembra di vederli, i due fratelli, derisi da tutti, quando il rabbino senza parole scoprì che il loro bagaglio era pieno di prototipi di penne, boccette di inchiostro più o meno denso, cartucce e tubetti d’ogni genere e sorta: «Non vi avevo detto di portare le cose più preziose?», alla quale domanda credo che i Biró annuirono, fieri del loro armamentario. 

La fuga la presero come una scelta commerciale, di puro profitto: per far fruttare un’idea geniale occorreva andar via, il più possibile lontano, talmente lontano che nessun Führer potesse mai sporcargli l’esistenza come una qualsiasi penna stilografica. 

E scelsero l’Argentina. 

Il che voleva dire una traversata in bastimento, lunghissima, eterna. Tant’è: lo chiedeva la gloria. Lo chiedeva il brevetto. 

Il giorno dell’arrivo, impazienti sul ponte della nave, già posizionati per essere i primi a scendere, László guardò per un attimo il fratello, col terrore che gli leggesse negli occhi. György non capì: gli sorrise, pensò che la traversata avesse stancato perfino il suo irrefrenabile socio. Non sospettò minimamente che László avesse appena formulato – così, dal niente – un orribile pensiero: “C’è sempre un inganno in agguato quando all’orizzonte compare la terraferma. Ti sembra sempre di toccarla, di essere già approdato, di poter quasi spiccare un salto e dire finalmente concluso il viaggio. Ma non è così: la terra si sta facendo beffa di te, ti prende in giro, ride, sapendo perfettamente che la distanza fra te e lei ancora è una montagna d’acqua. Non importa che la meta sia vicina, visibile: è del tutto indifferente. Ciò che conta – ciò che conta davvero – è appoggiare il piede sul molo, contemplare per un attimo la nave alle tue spalle, e solo allora potrai dirti sbarcato”. 

Questo, più o meno, fu il lampo che attraversò la mente di László Biró un paio d’ore prima di salutare l’Atlantico. E fu uno di quei casi impressionanti in cui – per verità o per errore – concepisci nella frazione di un momento il ciclo completo di quello che ti aspetta. È qualcosa di sublime e di terribile: la nostra suddivisione fra l’adesso e il poi si trova azzerata, e semplicemente vediamo il senso di tutto, talmente abbagliante da accecarci. Dopodiché, cessato il bagliore, tutto ricomincia, identico a prima. Ma solo all’apparenza: qualcosa dentro di noi è cambiato per sempre, perché di fatto conosce ogni cosa, ha visto, è cosciente e consapevole. Da adesso in poi, una strana luce nei nostri occhi dirà che tutto era (ed è) comunque chiaro. 

Questa è la sensazione che mi coglie guardando le foto di László Jószef Biró, che a Buenos Aires trascorse quasi mezzo secolo con il nome di Ladislao José Biro. Davanti all’obiettivo egli sorride, sorride sempre, mostrando orgoglioso la sua penna a sfera, a cui dedicò ogni forza anche quando rimase solo. Ma la verità è che per tutta la vita, Biro fu come quel giorno sul ponte della nave: vicinissimo a terra eppure lontano, prossimo allo sbarco ma di fatto ancora in mare. L’inganno della terraferma fu per lui una tortura: aveva in mano un brevetto geniale, vedeva a un passo la ricchezza e la pace, ma incredibilmente non li raggiunse mai. La maledizione di volare senza mai posarsi su nessun ramo lo rese un esempio senza precedenti di fuggiasco da se medesimo, dal suo talento, dalla sua intuizione. Non seppe sfruttarsi. Non seppe godere di sé, e lo spazio d’oceano fra lui e il porto rimase sempre invalicabile. Dodici anni dopo il suo sbarco in Argentina, nonostante gli sforzi e gli investimenti, la grande idea della penna Biro restava uno sfolgorante colpo di genio senza attuazione pratica. Troppi errori. Troppi costi. Ma soprattutto quel chissà cosa di sbagliato nella mente stessa del suo creatore, che fa- ticava ad arrivare a fine mese, esattamente come trent’anni prima a Budapest. 

Una mattina ricevette una telefonata dall’Europa: un imprenditore molto abbiente gli proponeva di vendergli il brevetto, avrebbe pensato lui a farlo fruttare, sapeva come fare. Mise uno strano accento in quella frase: “sapeva come fare”. Come a insinuare, sottilmente, che la formula chimica del successo non passava solo dal sapere, ma sempre anche dal fare, in un tutt’uno. E fu come se un marinaio fermo sul molo salutasse con scherno la nave ancora in balia dei flutti, incapace di attraccare. Biro fu tentato di riattaccare la cornetta: ne andava di qualcosa di vitale, molto più che un semplice brevetto. Cederlo per soldi? Significava dichiarare una volta per sempre il proprio stato di eterno inconcludente, e sarebbe stato un verdetto terribile. Tentò di rimandare, inventò che le sue penne già lo stavano arricchendo. Ma non fu bravo a mentire, o forse scelse di non esserlo, tanto che la sua voce ebbe come un’incrinatura, che non passò inosservata: la voce dall’Europa propose una cifra. L’altro rise, quasi sdegnato. La voce replicò, con un piccolo aumento. 

La trattativa non fu difficile, in fondo. Si intesero. 

Avvenne così il passaggio della penna a sfera dalle mani del señor Biro a quelle del marchese Marcel Bich, che nei primi anni Cinquanta la trasformò in un fenomeno planetario. E quando nel 1985 Biro morì, le penne di Bich crescevano e si riproducevano ovunque secondo il biblico dettame: poco importa che colui che a Budapest le aveva inventate, osservando dei bambini giocare con le biglie, fosse scomparso in una modesta casa di Buenos Aires. Fra i vari mestieri, aveva prestato per anni servizio nella fabbrica di un suo ex fornitore. 

Producevano penne a sfera. 

Birismo Sostantivo maschile. Derivato da László József Biró (1899-1985) – Indica lo stato d’animo di chi si sente vicinissimo a ottenere la vita che meritava e voleva. Ma nonostante questo, rimarrà sempre come una nave fuori dal porto. 

Bichismo – Sostantivo maschile. Derivato dal marchese Marcel Bich (1914-1994) – Indica il fenomeno dell’appropriazione, non necessariamente illecita, di un’idea altrui per trarne un proprio profitto. In particolare, il sostantivo definisce ogni situazione in cui la pragmaticità di qualcuno si impone sul genio di un altro, incapace di gestire il proprio talento. 

(Continua in libreria…)

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