Nel saggio "Lei non sa chi ero io!" il giornalista Filippo Maria Battaglia racconta com'è nata la "casta" in Italia - Leggi un capitolo

È il dicembre 1944, la guerra sta ancora devastando l’Italia e Guglielmo Giannini dalle pagine del suo “L’Uomo qualunque” già denuncia: “Uomini politici professionali stanno litigando intorno a cinquecento posti di deputato, altrettanti di senatore e circa mille altri cadreghini che vanno dal primo ministro al sindaco, dall’incarico di ambasciatore alla sinecura di commissario”. È Giannini nel 1944, ma potrebbe anche essere Gian Antonio Stella nel 2014. Fa lo stesso: nulla è sostanzialmente cambiato in questi settant’anni. Appalti truccati, case di appuntamento, cumuli di cariche e arricchimento osceno della Casta politica. Ieri come oggi. Tutto uguale. Nel saggio “Lei non sa chi ero io!” (Bollati Boringhieri) il giornalista Filippo Maria Battaglia racconta com’è nata la “casta” in Italia.
Ed ecco un estratto, pubblicato per gentile concessione dell’editore…
Alcol, droghe, orge. E, sullo sfondo, l’ombra della Roma bene che ama le ore piccole ad alto tasso di trasgressioni ed erotismo. Gli ingredienti per una storia da prima pagina ci sono tutti, ma all’inizio la notizia riportata a metà dicembre del 1953 da buona parte dei quotidiani sembra destinata a restare in sordina. Si tratta del «”suicidio” di una bellissima fanciulla, Wilma Montesi, poco più che ventenne, il cui cadavere è stato rivenuto sulla spiaggia di Tor Vajanica, fra Pratica di Mare e Ostia». Suicidio si fa per dire. E infatti le indagini vengono presto riaperte. Mancano alcuni indumenti, tra cui un reggicalze, e sono troppi i dubbi e le contraddizioni nell’affrettata versione della polizia, secondo cui la ragazza è rimasta vittima di un malore dopo un pediluvio per curare un eczema al piede. Dubbi che si trasformano in frecciate quando su un settimanale satirico di destra compare una vignetta più che allusiva: un piccione porta incastrato nel becco un reggicalze (lo stesso indumento che mancava dal corpo di Wilma) appoggiandosi al balcone della questura romana. Il riferimento è sottile, ma chiaro: nella morte della giovane romana sarebbe coinvolto uno dei figli del vicepresidente del Consiglio Attilio Piccioni, plenipotenziario dc, delfino di De Gasperi e candidato in pectore a raccoglierne l’eredità politica. La voce, in realtà, gira da qualche giorno in alcune redazioni della Capitale, come racconterà Renato Angiolillo, fondatore e storico direttore del «Tempo», nonché senatore e antagonista di Attilio Piccioni nel collegio elettorale di Rieti. Ma stavolta l’allusione del vignettista viene colta al volo dal quotidiano comunista «Paese sera», che riporta l’indiscrezione, poi smentita dalla Questura, secondo cui gli indumenti mancanti della ragazza sarebbero stati consegnati da un «biondino» alla polizia. Aggiungendo malignamente: «Il giovane sarebbe figlio di una nota personalità politica».
(continua in libreria…)

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