Da Newton ai Lehman Brothers, da Balzac a Brecht, passando per Melville e Fritz Lang: la letteratura e il cinema di oggi e di ieri hanno raccontato truffe finanziarie e grandi squilibri del capitalismo forse meglio dei saggi di settore... - L'approfondimento

Bitcoin come tulipani”? A collegare la moneta elettronica più diffusa al mondo con i bulbi floreali che scatenarono l’infausta bolla speculativa che mise in ginocchio l’economia olandese del Seicento è stato il capo della banca d’affari J. P. Morgan. La criptovaluta, destinata secondo molti a diminuire i costi delle transazioni finanziarie e a mettere in crisi il futuro stesso delle istituzioni bancarie nei prossimi anni, oscilla negli investimenti, tra quotazioni molto alte e pericolose frenate, lasciando immaginare l’esplosione di possibili bubboni capaci di portare sul lastrico migliaia d’investitori. Ma i bitcoin sono una frode, come sostiene qualcuno che proviene proprio da quel modo di fare finanza che ha tratto vantaggi in passato dalle grandi speculazioni, o rappresentano la chiave necessaria alla liberazione del mondo dai grandi squilibri del capitalismo, come invocano altri?

L’unica certezza è che la storia ha registrato nel tempo una lunga serie di truffe finanziarie che hanno visto all’opera brillanti venditori di fumo, da un lato, e frotte di risparmiatori ignari (a volte colpevolmente) dall’altro. E a spiegarcelo meglio di molti saggi di settore sono spesso le trame dei romanzi. Provate a leggere il recente Tutto è in frantumi e danza di Edoardo Nesi e Guido Maria Brera (La nave di Teseo) o a rispolverare Il falò delle vanità di Tom Wolfe (Mondadori) e lasciatevi accompagnare da Sherman McCoy, il finanziere protagonista, nel magico mondo della speculazione dove “regnano” tassi d’interesse pagati su bond ad altissimo rischio (…di diventare carta straccia). In Quasi un romanzo. L’economia raccontata a chi non la capisce (Longanesi) Leonardo Martinelli illustra perfettamente come la letteratura possa impartire efficaci lezioni di economia, dagli zecchini d’oro del Pinocchio di Collodi ai casi di aggiotaggio del Bel Ami di Maupassant.

Finzione, realtà e aneddotica giocano a superarsi tra loro: prendiamo la storia (vera ma degna d’un romanzo) di Isaac Newton raccontata da Francis Wheen in Come gli stregoni hanno conquistato il mondo (Isbn edizioni). Nel 1695 abbandonò i suoi studi scientifici, lasciando Cambridge per Londra dove assunse la carica di ispettore della Zecca reale. Compito che avrebbe assolto con efficienza per anni, contribuendo all’attuazione di una riforma monetaria e distinguendosi nella repressione dei falsari. Era spesso lui stesso a indagare frequentando di notte i quartieri più malfamati di Londra: la sua vittima più illustre fu William Chaloner, personaggio di povere origini diventato ricco e potente grazie ai traffici della falsificazione, tanto da esercitare la sua influenza su alcuni membri del Parlamento e da cercare, una volta accusato, di rovinare lo stesso Newton facendo ricadere su di lui sospetti di corruzione. Ebbene anche Newton incontrò sulla sua strada (come molti altri) la celebre South Sea Bubble, che esplose nel 1720 quando la Compagnia dei Mari del Sud, che si proponeva grandi guadagni dal traffico con le regioni sudamericane, cercò di rilevare il debito del governo britannico, dando in cambio ai creditori proprie azioni. Da parte dei risparmiatori, sotto l’azione congiunta della Banca e della South Sea, si scatenò una corsa all’acquisto di azioni che divennero disponibili a prezzi sempre più alti. Ma il denaro affluì finché le azioni della stessa società si scoprirono sopravvalutate. E la rovina per gli investitori fu inevitabile. Tra di essi c’era appunto Newton, che forse proprio in seguito a quest’esperienza formativa lasciò ai posteri l’amaro commento: “Sono in grado di calcolare i moti dei corpi celesti, ma non la follia della gente”.

Ne L’Affarista di Balzac, lo spregiudicato Mercadet è un affarista che vanta capitali inesistenti convincendo i risparmiatori a investire in affari fittizi per mantenere un agiato stile di vita per sé e la famiglia, ma è inseguito dai creditori e rischia la bancarotta tanto da progettare il matrimonio della figlia con un milionario che si rivelerà naturalmente più mitomane e inaffidabile dello stesso Mercadet. Il crollo di una vita costruita sulle speculazioni della borsa sembra dietro l’angolo ma Godeau, il socio partito per l’India inventato dal protagonista per giustificare i ritardi e dilazionare l’ammissione della verità, potrebbe non essere solo un parto della fantasia di Mercadet.

L’importante nelle truffe finanziarie o negli inganni politici di ieri e di oggi è conquistare le folle con i propri sogni, come nel caso dell’Uomo di fiducia di Herman Melville, in cui un uomo con una gamba di legno assume le vesti del venditore ambulante, poi dell’affarista, del mago guaritore, riuscendo al culmine dei propri affari a vendere le azioni di una società inesistente ma dal nome affascinante: “La compagnia carbonifera delle rapide nere”.

LE DISTORSIONI DELLA FINANZA AL CINEMA

Anche il cinema  si presta idealmente a raccontare le distorsioni della finanza e lo ha fatto ben prima di film attuali come Margin Call o The Wolf of Wall street.

Il dottor Mabuse di Fritz Lang, film del 1922, già prefigurava un ritratto agghiacciante dell’incontro tra criminalità e capitalismo. Camaleonticamente capace di adattarsi a ogni ambiente, lo psicoanalista ideato dal cineasta espressionista tedesco è di volta in volta a suo agio nei panni dello speculatore di Borsa pronto alla frode (che provoca panico e perdite tra gli azionisti), del giocatore d’azzardo in casinò illegali, del falsario, del capo di una ghenga di criminali del capopopolo sovversivo. Un manipolatore della mente altrui che finirà per perdersi nei propri incubi lasciando a noi quelli peggiori di certa finanza capitalistica.

Nella Francia dei primi anni Trenta, scossa da una grave crisi inflattiva, si assistette all’esplosione di uno scandalo finanziario legato al nome di Serge-Alexandre Stavisky (immortalato come grande truffatore in un film con Jean-Paul Belmondo): l’uomo era un emigrato ucraino che fu capace di creare dal nulla un istituto di credito con cui beffò migliaia di cittadini francesi (dopo averci già provato in piena Prima Guerra Mondiale con i tedeschi alle porte) per poi scomparire in modo piuttosto misterioso. Fu l’occasione che le destre attendevano per accusare di corruzione il governo e per fare esplodere a Parigi gravi disordini pubblici.

La storia del barone Laborde, raccontata dall’austriaco Hermann Broch nel 1934 nella commedia Inventato di sana pianta, si svolge tra le pareti di un hotel dove s’incrociano subdoli banchieri, avventurieri senza scrupoli, speculatori e lestofanti d’ogni genere. Tra loro emerge il nobile truffatore e abile millantatore, che grazie alla personale arte seduttiva, si muove nell’alta società vendendo bufale e improbabili lotti di azioni spazzatura. É la fotografia di un secolo in crisi, in cui la morale si è definitivamente sfaldata.

Per mettere alla berlina Adolf Hitler, Bertolt Brecht lo rappresentò nei panni di un boss nella Chicago degli anni Trenta deciso a imporre con ogni mezzo illecito il proprio dominio nel “lucroso” commercio dei cavolfiori. Ne La resistibile ascesa di Arturo Ui, scritto dal drammaturgo tedesco durante l’esilio a Helsinki e prima della partenza per gli Stati Uniti, i nazisti sono i gangster, Givola è Goebbels mentre dietro il Karfioltrust si cela Junker, il trust degli industriali tedeschi.

Come ha scritto Washington Irving, “è l’avventura romantica del commercio e svilisce tutte le sue realtà più sobrie. Fa dello speculatore di Borsa un mago, e della Borsa un luogo d’incanto”. Persino Keynes, che pure aveva felicemente intuito il pericolo degli animal spirits del capitalismo, sembra essersi sbagliato. Sostenne la fine del rentier e del capitalismo degli speculatori ma si sbagliava come ha dimostrato la crisi dei subprime, iniziata nel 2006, trasformandosi drammaticamente nella grande recessione tra il 2007 e il 2008. Paul Krugman aveva analizzato le crisi che avevano devastato economicamente alcuni paesi dell’Asia e dell’America Latina negli anni precedenti e aveva predetto che analoghe crolli avrebbero potuto colpire anche Paesi come gli Stati Uniti e non solo. Il rischio di una nuova Grande Depressione era tutt’altro che lontano perché la finanza moderna era ormai immune ai rimedi escogitati dopo la crisi del 1929. E la grande crisi del settembre 2008 ha dato ragione alle sue preoccupazioni.

Il prolungato successo teatrale dello spettacolo Lehman Trilogy di Stefano Massini, ultima rappresentazione curata da Luca Ronconi al Piccolo teatro di Milano poco prima della morte (e anche un libro per Mondadori), deve sicuramente il suo grande successo a un connubio perfetto di sceneggiatura, regia e attori in stato di grazia, ma anche – va ammesso – al fascino di una straordinaria saga familiare che, dai primi investimenti sul cotone delle piantagioni americane dei Lehman brothers emigrati dalla Germania nell’Ottocento, alle acrobazie finanziarie successive fino alla caduta della compagnia con la crisi dei subprime all’inizio del Secondo millennio, riassume in modo esemplare il grande mistero delle bolle finanziarie e della credulità collettiva ma insieme la stessa drammatica storia economica e sociale d’Occidente degli ultimi due secoli.

 

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