Arriva in libreria il nuovo numero della rivista semestrale effe, dedicata a racconti inediti di esordienti, ma non solo (ci sono anche Paolo Cognetti e Luca Ricci) - Un racconto in anteprima per i lettori de ilLibraio.it

Limite inteso come confine, linea terminale o divisoria, livello massimo al di sopra o al di sotto del quale si verifica un fenomeno, impedimento fisico, umano oppure divino. Questo è il tema del nuovo numero di effe – Periodico di Altre Narratività, un’antologia semestrale di narrativa inedita illustrata, ideata da Flanerí in collaborazione con lo studio editoriale 42Linee.

paolo cognetti

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Il progetto è nato con l’intento di scandagliare il panorama narrativo italiano contemporaneo. Su effe i racconti di autori esordienti, scelti attraverso un attento scouting, trovano spazio accanto a quelli di scrittori già affermati. La tiratura limitata e la distribuzione diretta, vis-à-vis con i librai indipendenti, ribadiscono la volontà del progetto di pensare al libro come il risultato di un lavoro artigianale.

effe è anche un volume itinerante che a ogni uscita viene presentato in giro per l’Italia, coinvolgendo attivamente librai, addetti ai lavori e lettori nel dibattito sulla lettura e sulla narrativa contemporanea.


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Il nuovo numero, in uscita il 23 gennaio, racchiude i racconti di scrittori come Paolo Cognetti, autore del romanzo Le otto montagne (Einaudi), in corso di traduzione in più di trenta Paesi, e Luca Ricci. Accanto a loro Davide Coltri, Luca Franzoni, Laura Fusconi, Francesca Morelli, Matteo Pascoletti e Alessio Schreiner, sei voci nuove, alcune alla prima pubblicazione, le migliori dello scouting portato avanti nel 2016 da Flanerí e dallo studio editoriale 42Linee.

effe
La rivista, con la copertina illustrata da Pamela Cocconi (http://www.disegnolecose.it/)

Per gentile concessione di effe pubblichiamo in anteprima per i lettori de ilLibraio.it il racconto di Alessio Schreiner, Ci vorrebbe il mattino che scaccia i fantasmi.

Non c’è nessuno sulla statale, ma mi mantengo comunque a una velocità non troppo sostenuta, intorno ai settanta. Dai finestrini aperti, insieme al suono delle cicale, entra un po’ di fresco. E dai pini che costeggiano la strada su entrambi i lati, arriva un buon odore di resina.

«Troppa aria?» chiedo buttando un’occhiata rapida.

«No».

«Stai meglio?»

Annuisce appena.

Forse è vero. Giusto il viso mi sembra un po’ pallido, ma quello ce l’ha sempre.

Anche se ho pulito e versato per terra l’intera boccetta di dopobarba, la puzza di vomito non se ne va. Che cristo, non c’è una volta che sale in macchina e alla fine non dà di stomaco. Ma ci vuole così tanto a trattenersi? Aspettare qualche secondo che fermo la macchina e magari vomitare fuori? E poi, almeno mi vuoi avvertire?

«Se hai sete, c’è ancora acqua nella bottiglia».

«Grazie».

«Grazie la vuoi o grazie non la vuoi?»

Gliel’ho chiesto sforzandomi di sorridere, ma lui si volta verso di me con un’espressione timorosa. Come se ci fosse una riposta giusta e una sbagliata.

«Adesso non mi va. Grazie».

Gli domando quindi se deve fare pipì, e alla sua risposta negativa mi sforzo di alleggerire con una battuta: «Sicuro, sì? Non è che oltre al tappetino mi fai ricomprare pure le foderine del sedile, vero?»

Si guarda i piedi senza dire niente, ma scuote la testa a destra e a sinistra come se avesse preso la scossa.

«Comunque non manca molto. Però se ti senti male me lo devi dire, va bene?»

«Sì».

«Mi raccomando», insisto, «me lo devi dire in tempo. Hai capito?»

«Sì».

Non mi voglio sentire in colpa per averlo sgridato. Sì, forse potevo evitare di alzare così tanto la voce. Ma che avrei dovuto fargli, i complimenti?

Giuro. Ogni volta che lo vado a prendere parto sempre con le migliori intenzioni. Ma poi per un motivo o per l’altro finisco sempre per non vedere l’ora di riportarlo indietro. In realtà non ce l’ho con lui. La verità è che somiglia troppo alla madre. Nel colore dei capelli, nelle espressioni del viso, nel fatto che fa le cose senza pensarci, perché tanto c’è sempre qualcun altro che ci mette una pezza. Come Valeria. Sputato.

Lei me lo lascia fuori dal portone – se possiamo evitarci, lo facciamo volentieri –, i nostri rapporti si limitano a qualche scambio telefonico. Ma appena me lo trovo davanti, qualunque cosa dice o fa per me è impossibile non vederci quella stronza.

Lo sta tirando su male, se continua così lo farà diventare un debole, una femminuccia. E poi sta sempre da solo, non ha amici. Cazzo, io a dieci anni non c’era sera che tornassi a casa senza le ginocchia o i gomiti sbucciati. Per dire, non gioca nemmeno a pallone. Tutti i bambini normali adorano giocare a pallone, ma lui niente. Quando succede che lo porto a Villa Pamphilj a fare due tiri, dopo cinque minuti dice che è stanco e si mette a leggere all’ombra.

Le sue maestre non fanno altro che ripetermi quanto è intelligente. Anche il pediatra mi rassicura ogni volta sul fatto che non ha niente che non va. Per me possono dire quello che vogliono, ma io continuo ad avere i miei dubbi. Quando gli chiedo qualcosa, per esempio, se ne rimane lì a fissarmi con quell’espressione imbambolata che pare quasi ritardato. Dovrebbero vederlo in quei momenti, allora dopo ne riparliamo di quanto è normale o intelligente.

Spesso mi capita di pensare che non sia mio, soprattutto se considero quanto poco ci ha messo Valeria a portarsi un altro a casa e il modo in cui flirtava con gli uomini anche quando eravamo sposati. Probabilmente sarebbe un sollievo. Invece è figlio mio.

E quando lo devo presentare agli altri mi dà un senso di imbarazzo, mi mette a disagio. Ogni tanto mi è capitato anche di portarlo a qualche festa dei figli dei miei colleghi. E finisce sempre che dopo un po’ la madre di turno viene a chiedermi che cosa ha e perché se ne sta da solo in un angolo, invece di giocare con gli altri.

Certo, non è tutta colpa sua, la madre lo monta di continuo, fa di tutto per mettermelo contro. Un giorno gli ho preso il quaderno dei compiti e c’era un tema sulla famiglia. Parlando di me aveva scritto che io lo andavo a prendere soltanto perché lo aveva deciso il giudice. Figuriamoci se quel tema era tutta farina del suo sacco. A un bambino di dieci anni non possono venire in testa da sole certe idee.

«Oh, ma sei vivo?»

Mio figlio non dice una parola. Sta lì che continua a guardare dove prima c’era il tappetino.

«Sì». E mi fa questo mezzo sorriso troppo dolce per essere quello di un maschio.

«Vabbe’, ma raccontami qualcosa. Sei contento che andiamo al mare?»

«Sì». E aggiunge: «Hai comprato la crema?»

Serro le mani attorno al volante fino a farmi sbiancare le nocche, quasi scandisco: «La compriamo quando arriviamo». Ancora con questa storia. Solo perché tre domeniche fa si è scottato un po’. E che sarà mai, manco gli avessero sparato! Se ne stava lì sotto l’ombrellone, e allora gli ho detto che quello che stava facendo all’ombra lo poteva fare pure al sole. Quindi tutta una manfrina perché non aveva la crema. E io gli ho risposto che ci poteva pensare anche sua madre; non aveva avuto dieci secondi per passare in farmacia? Per carità! Io lo porto al mare, io gliela devo comprare. Ovvio, no?

Quando l’ho riaccompagnato piagnucolante perché gli bruciavano le spalle, sembrava che glielo avessi riportato morto. E quando le ho domandato perché non ci avesse pensato lei, alla crema, la stronza ha avuto pure il coraggio di rispondermi che non l’aveva fatto per principio, perché io non faccio mai niente, e che non bastano quei quattro soldi che le passo ogni mese per scaricarmi la coscienza e credere di aver fatto il padre. Che io non ci penso mai alle cose che gli servono veramente. Tipo la crema? Cioè, se avessi pensato alla crema sarei stato un buon padre? Non mi ha risposto e se l’è portato dentro casa. Io non ho mai alzato una mano né su mio figlio né su Valeria, ma quando fa così non so nemmeno io come riesco a trattenermi. Appena si è chiuso il portone ho iniziato a prendere a calci lo sportello dell’auto, con la gente che mi guardava affrettando il passo. Alla fine l’ho talmente deformato che nemmeno si apriva più e sono dovuto entrare dalla parte del passeggero. Ho speso quasi centocinquanta euro di carrozziere, ma almeno non le ho dato soddisfazione: lo so che mi provoca di proposito, soprattutto quando c’è il bambino a guardare.

«Se ti va possiamo andare al cinema dopo cena. Oppure ci prendiamo un gelato. Anche tutte e due le cose. Dimmi tu».

«Devo decidere adesso?»

«No, non devi decidere adesso. E se non ti va stasera, possiamo fare anche un’altra volta. Tanto restiamo quindici giorni. Abbiamo tutto il tempo».

«Da quando tu e mamma vi siete separati, è la prima volta che sto con te per tanti giorni».

Non colgo nessuna sfumatura in questa constatazione, non si capisce se la cosa gli fa piacere o gli dispiace. Davanti a noi la sbarra del passaggio a livello si abbassa scampanellando e ne approfitto per accendermi una sigaretta.

«Vedrai che ci divertiremo». Trovo soltanto questo modo indiretto per capire cosa sta pensando del tempo che trascorrerà con me.

Commenta quasi sussurrando, mentre guarda fuori dal finestrino: «Penso di sì».

Lui pensa di sì, che grande concessione.

Dopo aver fatto un salto al supermercato e sistemato la spesa, scendiamo al mare. Il tempo si è guastato, il sole non riesce mai a uscire completamente tra le nuvole. Si è anche alzato un leggero vento di tramontana.

Nanni mi saluta con un cenno della mano mentre avanza con passo indolente alzando sbuffi di sabbia. Alla morte del padre ha continuato lui a mandare avanti lo stabilimento. Siamo più o meno coetanei, forse io ho qualche anno in più, anche se a vederci si direbbe il contrario. Lo seguo con lo sguardo mentre passa chiudendo gli ombrelloni. Quando tocca al nostro, mio figlio alza gli occhi dal giornaletto che gli ho comprato all’edicola e osserva Nanni, quasi gli avesse fatto un torto. Lui pero gli sorride, accovacciandosi alla sua altezza. «Sennò vola via, ti pare? E poi chi lo rincorre, tu con quelle gambette magre?» Quindi gli strizza un occhio, gli scompiglia un po’ i capelli con la mano e si alza per proseguire il giro.

Mio figlio si rimette a leggere e io guardo Nanni allontanarsi senza staccare lo sguardo dalla scritta bianca bagnino sulla sua maglietta: come succedeva a quella di suo padre, ogni estate scolora dal rosso a una specie di pallido rosa salmone. Per anni anche lui ha fatto parte della comitiva degli amici delle vacanze.

Tutte le estati dell’infanzia e dell’adolescenza le ho trascorse qui, da Roma ci si mette poco meno di un’ora. Mia madre e mio padre avevano scoperto questo posto quasi per caso, quando era poco più di un paesotto, poche case radunate vicino al mare. Le ville sono arrivate molto dopo. In estate prendevano in affitto per tre mesi l’appartamento della vedova di un pescatore che per quel periodo se ne stava dalla sorella, cinquanta metri più avanti. Poi la vedova era morta e i miei, che si erano innamorati di quella casa e di questo posto, l’avevano comprata a due lire.

Adesso è rimasta a me. Dopo il divorzio ci sono venuto spesso, anche nei weekend invernali, cosa che prima facevo molto di rado. Quasi tutti quelli che conoscevo si sono trasferiti a Roma, sono rimasti per lo più i genitori. Ormai è diventata la tipica città di mare che si riempie nei mesi estivi e si svuota d’inverno. Ora con il turismo ci campano. E ovviamente, appena arrivano i turisti, i negozianti ritoccano i prezzi. Aumenti che però non riguardano i locali e nemmeno quelli che come me vengono qua da una vita.

All’inizio pensavo semplicemente che si sbagliassero, e quindi glielo facevo notare. Non avevo voglia di approfittarmene, ma suscitavo sempre reazioni infastidite e qualche sbrigativo «Va bene così».

Poi un giorno Tonino, a cui per l’ennesima volta avevo fatto presente che forse il conto del pesce era sbagliato, mi aveva guardato sospirando e finalmente si era preso la briga di chiarirmi le idee: «Io me la ricordo ancora tu’ madre che veniva ar porticciolo a prenne la soglioletta pe’ te e i latterini pe’ facce la frittura. A tu’ padre invece je piacevano da morì le cozze. E quanno tornavo a casa a dormì dopo il lavoro, lo vedevo che stava fuori ar giardinetto che se le capava e se le puliva, contento come ’na pasqua. A vorte se ne magnavamo pure quarcuna assieme. Co’ du’ bicchieri de vino bianco freddo de frigo che tu madre te mannava a pià. È ’na vita che se conoscemo, e a tu’ padre e tu’ madre je volevo bene. Tutti je volevano bene. E pure a te, hai capito? Sei uno de’ famiglia. Quindi basta rompe li coglioni co’ ’sti conti che nun te tornano». Poi aveva aggiunto con un sorriso canzonatorio: «Però mica solo a me, eh? Pure all’artri. Falla finita de daje er tormento!»

I miei erano morti da poco e già non abitavo più con Valeria, e quando uscii dalla pescheria mi ritrovai senza accorgermene con gli occhi umidi e un groppo in gola che mi tenni stretto come un regalo per tutto il giorno.

All’improvviso, mi sento toccare una spalla e quando mi giro c’è mio figlio che mi guarda zitto con aria lamentosa, mentre si preme la maglietta appallottolata contro un orecchio.

«Che c’è?»

Resto a fissarlo e lui regge il mio sguardo solo qualche istante. Sembra quasi ripensarci, ma poi abbassa gli occhi e tira fuori una vocina esile: «Mi fa male l’orecchio…»

«Ci sarà entrata un po’ di sabbia. Fammi dare un’occhiata».

Controllo, ma non vedo niente. Perché ovviamente non ha niente. Lo fa per darmi fastidio. Sua madre gli avrà detto una cosa del tipo: «Se vedi tuo padre tranquillo per più di un quarto d’ora che pensa ai cazzi suoi e non ti dà retta, tu rompigli le palle».

«Ora ti passa, non ci pensare».

«Mi fa male anche la testa…»

Faccio un respiro profondo e spengo la sigaretta infilandola nella sabbia.

«Ascoltami, ora torna a leggere. E se proprio non ti dovesse passare né il mal di testa né il male all’orecchio ne riparliamo, ok?»

Continua a guardarmi senza muoversi. Poi deglutisce a fatica e i suoi occhi si riempiono di lacrime.

«Possiamo andare a casa?»

Sento salirmi un fiotto di rabbia, per un istante diventa tutto nero. Poi, senza che nemmeno me ne renda conto, scatto in piedi e lo afferro per un braccio strattonandolo verso l’ombrellone.

«Raccogli le tue cazzo di cose e vestiti».

Infilo i pantaloncini e la polo, mentre mio figlio singhiozzando ubbidisce.

«Hai fatto?»

Fa sì con la testa mentre continua a piangere, ha le guance rossissime.

«Andiamo».

Lo precedo verso l’uscita dello stabilimento a passi talmente svelti che lui deve quasi correre per starmi dietro: «Non ti va mai bene un cazzo. Mai una volta che apprezzi qualcosa di quello che faccio per te. Mai! Preferisci stare con tua madre? Perfetto! Dopo la chiami e le dici di venirti a riprendere. Così non sei costretto a passare due settimane con me. Sei contento così? Adesso le orecchie ti fanno meno male?»

Lui non dice una parola, troppo impegnato a cercare di starmi dietro e a frignare per tutto il tragitto verso casa.

È in un bagno di sudore, quando entriamo. Ma almeno ha smesso di piangere. Lo mollo in camera da pranzo per andargli a fare il letto, e quando ritorno lo trovo rannicchiato sul divano che batte i denti, coperto alla meno peggio da un asciugamano. Sembra che neanche mi veda.

«Oh, che hai?»

«Sento freddo…»

Mi avvicino e gli metto una mano sulla fronte. Brucia. Il calore mi resta sul palmo come una pellicola adesiva. Lo sollevo e lo porto in camera da letto. Dal cassetto tiro fuori il termometro e glielo infilo sotto l’ascella.

«Tienilo stretto bene. Non ti muovere».

Dopo cinque minuti segna trentanove e mezzo. Sta male veramente. Mi prende allo stomaco un senso di nausea che quasi mi toglie il fiato. Soffoco un rutto acido mentre gli rimbocco le lenzuola. Quindi vado in cucina, avvolgo dei cubetti di ghiaccio in un panno e torno da lui sistemandoglielo sulla fronte. Con la mano libera mi sfilo il cellulare dalla tasca dei calzoncini e chiamo la guardia medica.

Quando la visita è finita, io e il dottore andiamo nel salottino: «Suo figlio ha gli orecchioni. Lei li ha avuti?»

«Sì, da piccolo».

«Lo tenga a letto, e per questi primi giorni eviti cibi troppo caldi o speziati. O comunque tutto ciò che favorisce un’eccessiva salivazione. Avrà difficoltà a deglutire. Comunque, un paio di settimane e la cosa si risolve da sé».

«Devo prendergli delle medicine?»

«Giusto un antipiretico per fargli scendere la febbre se continua a essere alta».

«Forse ho della Tachipirina».

«Sì, va benissimo».

«E stia tranquillo che non è niente. Meglio che li abbia presi adesso. Da grandi, soprattutto per i maschietti, possono esserci complicazioni».

Quindi sfila dal taschino della camicia un biglietto da visita e me lo porge.

«A ogni modo, questo è il mio numero. Per qualunque evenienza».

«Grazie».

Ci stringiamo la mano, pago e lo accompagno alla porta.

Dopo averla chiusa, resto lì davanti senza sapere cosa fare. Probabilmente mio figlio si aspetta che io ritorni in camera da letto per chiedergli come sta e che lo rassicuri dicendogli che va tutto bene. O forse dovrei chiedergli scusa. Ecco, forse è solo questo. Dovrei andare di là, sedermi sul bordo del letto e pronunciare quella semplice parola. Scusa. Di tutto. Di come sono. Di come lo tratto. Scusa. Dovrei spiegargli che suo padre non è cattivo, ma che se si comporta in un certo modo è perché tante cose lui non le sa, che nemmeno se lo immagina quello che devo sopportare.

Mi affaccio sulla soglia della camera e tento di abbozzare un mezzo sorriso.

«Sentito? Hai gli orecchioni».

Mio figlio si volta verso di me. Ed è come se un ago mi trapassasse il cuore da parte a parte. Per la prima volta mi sembra di intravedere in fondo ai suoi occhi un’ombra di odio. È stato appena un attimo, ma c’era. Come un animale che è corso a rimpiattarsi in un angolo.

«Me li avrà attaccati Roberta».

Faccio un paio di passi verso di lui con un’espressione che nelle mie intenzioni vorrebbe essere complice.

«Chi è Roberta, la tua fidanzatina?»

Lui fa spallucce e si gira verso l’abat-jour sul comodino.

«È una mia compagna di classe».

Dillo. Chiedigli scusa, devi chiedergli scusa.

«Senti, Federico…»

Di colpo mi rendo conto che oggi è la prima volta che pronuncio il suo nome. Che in realtà non mi succede quasi mai, di chiamarlo per nome. Lui sposta nuovamente lo sguardo verso di me in attesa, stupito. Ma è uno stupore guardingo, di chi si trova davanti uno sconosciuto che gli porge una caramella con una mano, mentre tiene l’altra nascosta dietro la schiena.

Restiamo così, senza dire una parola. E più passano i secondi più il silenzio sembra riempire la distanza che ci separa, rendendo quello spazio impossibile da attraversare. Solido. Una spessa parete di vetro.

«Vuoi vedere la televisione, la porto di qua?»

«Va bene».

«Per cena pensavo di andare a prendere del gelato. Così ti rinfresca un po’ la gola e non fai fatica a mandare giù. Che ne pensi?»

«Va bene».

«Ok. Vado, allora. Ti va qualche gusto in particolare?»

«No, è uguale».

Annuisco, e mentre esco dalla stanza percepisco distintamente il suo sguardo fisso su di me. Mi sembra di avere decine di ami conficcati lungo tutta la schiena. Potrei voltarmi adesso, invece affretto il passo per andarmene. Perché ho paura di scoprire che ormai potrebbe non fare più alcuna differenza.

(continua in libreria…)

 

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