"Ho sempre detestato l’idea del maschio che si fa strada nella vita attraverso l’uccisione metaforica del padre. Non è una bella metafora. Però ho combattuto contro mio padre fin da quando ho memoria. All’inizio ci scontravamo sul piano fisico: interminabili partite a calcio uno contro uno che perdevo sempre. Poi iniziò a schiacciarmi con le sue idee, le sue stranezze, le sue ossessioni. 'Questa è la verità, capisci?'. Se non lo capivi eri contro di lui. Quando non gareggiavamo, distribuiva pillole virili: piangere è da deboli, la tv è da deboli, la Coca-Cola è da deboli, le carezze sono da deboli. Tu sei debole..." - Su ilLibraio.it la riflessione di Emanuele Altissimo, in libreria con il suo romanzo d'esordio, "Luce rubata al giorno"

Alla fine di Infinite Jest c’è una frase che toglie il sonno.

James Incandenza rivela dall’Aldilà di aver creato la pellicola distruttiva per “dire MI DISPIACE, MI DISPIACE DAVVERO e far sì che lui lo sentisse.”

Lui è Hal Incandenza, suo figlio. 

È uno dei momenti più intensi del romanzo. La cartuccia è letale per tutti, chi la guarda finisce in stato vegetativo. Ma è il solo modo che un padre ha trovato per dialogare con il figlio, per salvarlo dall’anedonia in cui sta precipitando. Per salvarlo, appunto.

Mi piace pensare che il nucleo emotivo di un libro tanto complesso risieda in questa semplicità: padre e figlio che non riescono a parlare. 

Ma cosa significa, poi, parlare?

Ho fatto ricerche. Una sera ho chiesto a un amico il ricordo più bello che aveva di suo padre. Avevo appena terminato la seconda stesura di Luce rubata al giorno e tornavo a uscire la sera. Ci ha pensato su: “La volta che mi ha insegnato a fare il tagliando alla macchina”. Era un ricordo felice? “Lui non è tipo da discorsi padre e figlio”, ha spiegato. “Non ci parliamo più di tanto“.

Quella sera l’ho rifatto altre volte, non solo con persone che conoscevo.

“Quando è passato a darmi il regalo di Pasqua, un Nokia 3310, e mia madre ha chiamato i carabinieri”.

Quando l’ho trovato che piangeva in bagno e ci siamo abbracciati senza dire niente”. 

Nessuno ricambiò la mia domanda. Più tardi ho ripensato a cosa avrei risposto io.

Ho sempre detestato l’idea del maschio che si fa strada nella vita attraverso l’uccisione metaforica del padre. Non è una bella metafora. Però ho combattuto contro mio padre fin da quando ho memoria. All’inizio ci scontravamo sul piano fisico: interminabili partite a calcio uno contro uno che perdevo sempre, scontri al tavolo da ping-pong, calciobalilla – mio nonno, indignato, lo pregava di lasciarmi vincere (avevo dieci anni). Ma lui non lo faceva.

Poi iniziò a schiacciarmi con le sue idee, le sue stranezze, le sue ossessioni. “Questa è la verità, capisci?”. Se non lo capivi eri contro di lui. Quando non gareggiavamo, distribuiva pillole virili: piangere è da deboli, la tv è da deboli, la Coca-Cola è da deboli, le carezze sono da deboli. Tu sei debole.

Parlavamo? No.

Tutto è cambiato quando sono andato al liceo classico – lui aveva fatto lo scientifico. Non conosceva il greco. Quello divenne il mio territorio, per la prima volta non c’era partita. Intanto invecchiava, anche sul campo da pallone non era più lo stesso. Fu allora che cominciò ad allontanarsi. Lottare ci aveva tenuti vicini, ma non insieme. Adesso vincevo la mia battaglia e lo perdevo. Ma non riuscivo a fermarmi, mi aveva insegnato a non farlo. Più io diventavo me stesso, più lui scompariva. Pensavo a lui, mentre studiavo l’ablativo assoluto. La frase senza legami con la reggente.

In quel periodo scoprii mio nonno materno. Era un burbero sempre sulle sue. Mi ero avvicinato a lui dopo la morte di mia nonna. A sedici anni preferivo la sua compagnia a quella dei miei coetanei. Sapeva ascoltare. In uno dei momenti più bui della mia vita mi trovò e mi chiese: “Cosa posso fare, per te?”. Difficile dire quanto mi turbò quella domanda. Buttava un colpo di sonda in un territorio che mio padre mi aveva insegnato a nascondere. E quando ho risposto, qualcosa è cambiato per sempre.

Una cosa che non ho detto riguardo alla frase di Infinite Jest: James non la rivolge al figlio, ma a Don Gately, un personaggio escluso dalle vicende della sua famiglia. Non c’è catarsi, tra padre e figlio, neanche alla fine. Il figlio non è lì per sentire quel MI DISPIACE DAVVERO. Il padre ha scelto di svelarlo a uno sconosciuto. Perché? Ci ho pensato a lungo. E ora ritengo che quella verità sia per il lettore, per tutti coloro che si trovano a un passo dal chiedere “Cosa posso fare, per te?”. Sta a noi trovare il coraggio, figli o padri. Io credo nelle seconde occasioni.

luce rubata al giorno emanuele altissimo

L’AUTORE E IL LIBRO – Emanuele Altissimo è nato nel 1987 a Torino, dove si è laureato con una tesi su David Foster Wallace e ha frequentato il biennio in scrittura creativa della Scuola Holden. Luce rubata al giorno (Bompiani) è il suo romanzo d’esordio e racconta la storia di due fratelli e dell’estate che segna per sempre le loro esistenze.

Diego, Olmo e il nonno sono in montagna, nella baita comprata dai genitori prima di morire. La speranza è che quei luoghi portino serenità nell’animo di Diego, il fratello maggiore, eternamente irrequieto. Ma appena si alza il vento le seggiovie tremano e le nubi proiettano sui valloni ombre profonde. Solo Olmo capisce che Diego sta scivolando in un universo dove non si può raggiungerlo, un delirio che sembra crescere fino a toccare il cielo. E darebbe tutto ciò che ha per salvarlo. In ingegneria si parla di tensione ammissibile: il punto massimo di sforzo a cui si può sottoporre un edificio prima che collassi. L’Empire State Building, per esempio, sopravvisse all’urto di un Bomber B-25. Giorno dopo giorno, Olmo costruisce proprio il modellino dell’Empire State: con infinita pazienza, consapevole che la forza dell’edificio sta nella posa di ogni singolo mattoncino. Ma qual è la tensione ammissibile per una famiglia, per l’amore che tiene insieme le persone?

I miei personaggi me li sono immaginati come dei giganti” scrive l’autore. “Diego è un gigante incapace di farsi bastare il suo mondo, che sogna di scalare le montagne e prendersi il cielo. Ma soprattutto lo sono Olmo e il nonno. Giganti sono coloro che guardano in faccia il dolore senza più scuse. Che accettano dolori per i quali non c’è consolazione”.

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