Gli "incroci" tra letteratura e settimana arte, a cura di Cristina Prasso, questa volta sono dedicati all'8 marzo, la Giornata internazionale della donna. Nella sua (sorprendente) selezione di "eroine", tante curiosità letterarie e cinematografiche...

5 grandi eroine del cinema 

 

Lady Cynthia Darrington

Appare in: La falena d’argento (1933) di Dorothy Arzner

Tratto da: Christopher Strong (1932) di Gilbert Frankau

Con: Katharine Hepburn (Lady Cynthia Darrington), Colin Clive (Sir Christopher Strong), Billie Burke (Lady Strong)

Dentro il film: Sir Christopher è felicemente sposato, ma quando incontra Lady Cynthia – coraggiosa e affascinante aviatrice – perde la testa. Tra i due nasce una passione travolgente… finché Cynthia non scopre di essere incinta. E allora dovrà decidere se rovinare la vita dell’uomo che ama o sacrificare se stessa.

Intorno al film: non una, ma ben tre donne anticonvenzionali: Dorothy Arzner (l’unica – e ingiustamente dimenticata – regista della Hollywood dell’epoca d’oro), Katharine Hepburn, al suo secondo ruolo sullo schermo, e il suo personaggio, Lady Cynthia, la «giovane donna dell’alta società incurante degli scandali!» come annuncia il trailer dell’epoca. E quasi non importa se, alla fine, il moralismo hollywodiano trionfa, perché sono pochissime, nel cinema americano, le donne come Cynthia, che incarna alla perfezione una frase della stessa Hepburn: «Non mi sono mai considerata di rango inferiore, a Hollywood. Né ho mai pensato che le donne si considerino tali.»

Una curiosità: l’incredibile vestito da falena di Hepburn, provocante e simbolico nel contempo.

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Contessa Ellen Olenska

Appare in: L’età dell’innocenza (1993) di Martin Scorsese

Tratto da: L’età dell’innocenza (1920) di Edith Wharton

Con: Michelle Pfeiffer (Ellen Olenska), Daniel Day-Lewis (Newland Archer), Winona Ryder (May Welland)

Dentro il film: l’amore tra il giovane avvocato Newland Archer e la bella May Welland vacilla quando la contessa Ellen Olenska, cugina di May, torna a New York per sfuggire a un matrimonio infelice. Audace, anticonformista e appassionata, Ellen incarna infatti per Newland la possibilità di una vita libera dalle pesanti catene della società. Ma le regole avranno la meglio sull’amore.

Intorno al film: la mafia newyorkese di fine Ottocento non usa pistole, ma uccide comunque, soffocando l’identità e i desideri dei singoli individui e stritolandone ogni slancio illecito. E con mortale eleganza riconduce entrambi (ma soprattutto la donna) alla legge della «famiglia». Ha detto Scorsese: «Durante la mia infanzia, a Little Italy, se qualcuno veniva ammazzato […] di solito, era un amico a farlo […] Era una specie di omicidio rituale, di sacrificio. Invece, nel 1870, l’alta società newyorkese agiva assolutamente a sangue freddo. Non so cosa sia meglio.»

Una curiosità: gli oltre duecento quadri che appaiono nel film sono stati selezionati da Robin Standefer, un funzionario di Christie’s, nell’arco di due anni, e poi riprodotti da dodici artisti – tutte donne – che fanno capo alla Troubetzkoy Paintings, una ditta newyorkese specializzata nella realizzazione di copie di altissima qualità. La maggior parte dei dipinti è conservata dalla Columbia Pictures.

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Julia Child

Appare in: Julie & Julia (2009) di Nora Ephron

Basato su: Julie & Julia (2005) di Julie Powell e My Life in France (2006) di Julia Child e Alex Prud’homme

Con: Meryl Streep (Julia Child), Amy Adams (Julie Powell), Stanley Tucci (Paul Child), Chris Messina (Eric Powell)

Dentro il film: mentre Julia (Child) attraversa la Storia del XX secolo animata dall’incrollabile volontà di impadronirsi dell’arte della cucina francese (il suo Mastering the Art of French Cooking, più di 700 pagine, è ancora oggi un testo imprescindibile) e di «portarla» in America, Julie (Powell) combatte la tristezza della propria vita (e la depressione post-11 settembre) cucinando in un anno tutte le 524 ricette del libro.

Intorno al film: tre donne, una passione: dalla donna del passato, la travolgente Julia Child («Cucinare è come amare, o ci si abbandona completamente o si rinuncia») a quella del presente, la determinata Julie Powell («Mi piace cucinare perché dopo una giornata in cui niente è sicuro, una torna a casa e sa con certezza che aggiungendo al cioccolato rossi d’uovo, zucchero e latte l’impasto si addensa: è di grande conforto!») passando per una regista che, oltre ad averci dato film come Insonnia d’amore (e aver sceneggiato Harry ti presento Sally), ha scritto anche pezzi irresistibili sulle omelette, sul teflon e sul brodo di pollo. Insomma: cibus omnia vincit.

Una curiosità: Nora Ephron confidò all’amica Meryl Streep, incontrata per caso, che stava pensando a un film su Julia Child. Senza un attimo di esitazione, Streep se ne uscì con una travolgente imitazione di Child, dall’inconfondibile voce (indimenticabile il «Bon appetit!» con cui concludeva le trasmissioni televisive) al singolare modo di camminare. E ovviamente ebbe la parte.

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Connie Corleone

Appare in: Il padrino (1972), Il padrino – parte II (1974), Il padrino – parte III (1990) di Francis Ford Coppola

Basato su: Il padrino (1969) di Mario Puzo

Con: Marlon Brando (Vito Corleone anziano), Robert De Niro (Vito Corleone giovane), Al Pacino (Michael Corleone) Diane Keaton (Kay Adams), James Caan (Sonny Corleone), Robert Duvall (Tom Hagen), John Cazale (Fredo Corleone), Talia Shire (Connie Corleone)

Dentro i film: attraversando quasi cento anni (dal 1900 al 1997), la saga della famiglia Corleone ripercorre non soltanto la storia della mafia, ma anche i suoi profondi cambiamenti «morali»: dall’onore alla droga, dalla difesa della «famiglia» alla sete di potere e denaro.

Intorno ai film: considerati film «maschili», i tre Padrino in realtà scolpiscono con precisione anche straordinari personaggi femminili e Connie Corleone è sicuramente la figura meglio riuscita: è col suo matrimonio che si apre il primo film (in una sequenza densa di presagi), è sua la ribellione più sfacciata ed è suo il ritorno più sconvolgente nell’alveo della famiglia. Un’evoluzione che – tra violenze domestiche, eccessi e omicidi (è Connie che uccide – con dei cannoli avvelenati – don Altobello, che vuole assassinare Michael) – singolarmente si chiude non in modo tragico, ma con Connie che trascorre in pace la sua vecchiaia in Sicilia.

Una curiosità: dal rifiuto di dirigerlo di (pare) 12 registi (compreso Sergio Leone), alla coraggiosa scelta di una star difficile come Marlon Brando per il ruolo principale, di un emerito sconosciuto (Al Pacino) per quello decisivo di Michael e della sorella di Coppola (Talia Shire) per quello di Connie, dalla pericolosissima ostilità della mafia vera (e infatti la parola «mafia» non viene mai pronunciata) ai produttori che stanno per licenziare Coppola, ma poi vedono la scena dell’omicidio di Sollozzo e cambiano idea… Le storie sul Padrino e sulla sua tormentata lavorazione sono tanto numerose quanto sorprendenti. Per avere un’idea, basta leggere questo memorabile articolo uscito nel 2009 su Vanity Fair. E stupirsi.

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Clarice Starling

Appare in: Il silenzio degli innocenti (1991) di Jonathan Demme

Tratto da: Il silenzio degli innocenti (1988) di Thomas Harris

Con: Jodie Foster (Clarice Starling), Anthony Hopkins (Hannibal Lecter), Scott Glenn (Jack Crawford), Ted Levine («Buffalo Bill» Gumb)

Dentro il film: «Avevo letto la trama del romanzo quand’era uscito», ha dichiarato Jonathan Demme. «Qualcosa del tipo: ’Una giovane donna, agente dell’FBI, dà la caccia a un serial killer con l’aiuto di uno psichiatra psicopatico’. Ma l’idea di un film su un serial killer mi faceva ribrezzo.» Era stato Gene Hackman a convincerlo che i personaggi tratteggiati da Thomas Harris erano straordinari. Così Demme aveva letto il romanzo e: «Avevo detto: va bene, ci sto. Clarice mi aveva conquistato».

Intorno al film: molto più complessa (qualcuno direbbe più femminista) nel film che nel romanzo, Clarice vive immersa in un «desiderio di sapere» che non soltanto la rende estranea a qualsiasi coinvolgimento romantico, ma la mette soprattutto alla pari con Lecter, che prova la stessa fascinazione (e sa come usarla). È come se noi spettatori, attraverso i numerosissimi primi piani, la vedessimo pensare (e poi agire). E, alla fine, la sua mente vince sulla fisicità maschile: è infatti lei, sola, che arriva dal serial killer.

Una curiosità: una curiosità, per la parte di Clarice, Demme avrebbe voluto Michelle Pfeiffer oppure Andie MacDowell. Entrambe rifiutarono, lasciando campo libero a Jodie Foster, che aveva fatto di tutto per avere quel ruolo. Per Hannibal, invece, si parlò di John Hurt e di Robert Duvall, che vennero poi scartati a favore di Anthony Hopkins.

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*L’autrice è direttore editoriale della casa editrice Nord

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