Arriva in libreria il romanzo "Il grande Gorsky", in cui i libri sono protagonisti... Il protagonista, infatti, è un ricco russo che vorrebbe riconquistare la donna che ama da sempre, e che per riuscirci chiede l'aiuto di un libraio, invitandolo a costruirgli la più bella e raffinata biblioteca al mondo... - Su ilLibraio.it un estratto

L’autrice, Vesna Goldsworthy (nata a Belgrado nel 1961, ma vive a Londra), è una poetessa (giornalista, e autrice di testi per bambini) di origine serba. E il suo romanzo Il grande Gorsky, in uscita in Italia per Mondadori, ricorda un po’ la storia del Grande Gatsby, ed è un libro in cui i libri sono protagonisti.

La trama ci fa incontrare il russo Roman Gorsky, ricchissimo, misterioso, autoritario, che ha appena comprato un palazzo nel cuore di Chelsea e lo ha affidato a un architetto di grido con il compito di far sembrare, a confronto, Buckingam Palace una casetta. Ma soprattutto, Roman vuole che il suo palazzo ospiti la più strabiliante, seducente, autentica biblioteca del mondo. Lo scopo? Far innamorare una donna conosciuta tanti anni prima a Stalingrado, una donna che poi ha sposato un ricco finanziere inglese. Gorsky è innamorato di lei da sempre, ha costruito il suo impero miliardario con il solo scopo di conquistarla. Ma non osa fare il passo decisivo. Ha bisogno di un aiutante: un giovane libraio sedotto da questo sogno romantico. Così un pomeriggio entra
in libreria, stacca un assegno e lo incarica di creare la biblioteca più completa del mondo, la biblioteca di un vero lettore. Un compito che scaraventa un ragazzo povero che ama leggere nel mondo pericoloso e scintillante dell’oligarchia russa. Riuscirà, con il semplice potere dei libri e della sua giovanile sconsideratezza, a rompere la distanza terrificante che separa i due amanti?

Mondadori

Su ilLibraio.it un estratto
(per gentile concessione di Mondadori)

Era uno di quegli affari che capitano una volta nella vita, se si è fortunati.

E fu accompagnato da un anno di ricevimenti elettrizzanti: un anno inatteso, immeritato, differente da quel che avevo vissuto in precedenza. Poi tutto finì e io dovetti tornare a essere quello che ero stato, in un luogo diverso, dove si parlava una lingua diversa. Fu Gorsky a cambiarmi la vita.

Ricordo la sua prima visita in libreria. Era impossibile non notarlo, persino in una città come Londra, in cui milioni di persone fanno di tutto per attirare l’attenzione e la gente rivela il suo esibizionismo anche quando cammina, come se fosse sempre sul punto di essere immortalata in un video per Youtube. Lui era speciale, ma in un suo modo quieto: era straniero, abituato al lusso, sembrava fermo anche quando si muoveva e teneva il suo volume personale perennemente abbassato. il viso era equino e aristocratico, vagamente malinconico, e i suoi abiti di lana pettinata, confezionati su misura, erano così inglesi da farmi pensare, all’inizio, che fosse prussiano. Sono molti i principi tedeschi che si dilettano di antichità e di arte nelle zone di Knightsbridge e Chelsea, e capita spesso che questi von Questo e von Quello oltrepassino i limiti stabiliti dalle loro magre finanze quando si tratta di abbigliamento. Lui possedeva miliardi, più di quanti chiunque sarebbe riuscito a spendere nel corso di una vita e ben oltre il necessario. Impersonava alla perfezione il suo personaggio, ma bisognava essere particolarmente attenti per accorgersene. I suoi soldi non gridavano, ma sussurravano, in sintonia con il fruscio del miglior cotone egiziano, del cachemire più raffinato, del cuoio più morbido, del ticchettio dell’orologio in platino dotato del meccanismo più preciso esistente al mondo. aveva un tale numero di vestiti pressoché identici, tutti confezionati a Savile Row, che poteva permettersi di eliminarli come fazzolettini usati. Non me lo immaginavo a ordinare che venissero portati in tintoria. E nonostante trascorressi gran parte delle mie giornate a guardare fuori dalla vetrina, cercando di indovinare da dove venissero i viandanti occasionali che mi vedevo passare davanti, non mi sfiorò mai il sospetto che il suo paese d’origine fosse la Russia. non tanto perché la sua bellezza iperborea mal si adattava alle paludi ghiacciate dell’estuario della Neva. Qualcosa di più indecifrabile nell’insieme dei suoi lineamenti mi indirizzava verso la vecchia Königsberg. Sottile e cesellato come un alto vaso di cristallo, con gli occhi azzurri un po’ troppo vicini al lungo naso dritto, il suo viso lo faceva sembrare più alto di quanto non fosse, una creatura appartenente a un’altra epoca – il migliore amico di Ernst Jünger, un baltico errante, o il tedesco con cui Byron aveva avuto un intenso scambio epistolare, dipinto da Caspar Friedrich mentre si volta lentamente verso chi guarda, ancora immerso in qualche profonda riflessione sul mare gelato che era rimasto a scrutare fino a un attimo prima.

I russi erano più solidi, muscolosi, grezzi, anche quando erano attraenti. non mi riferisco ai russi in generale, naturalmente, ma a quelli che vivono, in una sorta di aggregazione spontanea, nella manciata di quartieri londinesi caratterizzati dalla presenza di grandi ricchezze e che appartengono alla generazione dei baby boomer, come viene definita in occidente. In Russia il tracciato delle loro vite aveva percorso un cerchio. Erano cresciuti in appartamenti condivisi con altre famiglie, avevano fatto miliardi grazie al petrolio o a truffe sofisticate, li avevano spesi in case, cavalli e puttane, di tanto in tanto anche per pagare un killer, e alla fine erano tornati a giocare a carte insieme, esattamente come succedeva nei tempi bui del comunismo, solo che ora erano circondati da plotoni di guardie del corpo. avrei dovuto indovinare che era ebreo. Ma questo particolare importava più a lui e a Natalia Summerscale di quanto importasse a me. loro erano russi, io no. io provengo da una nazione piccola e insignificante, situata in un angolo altrettanto insignificante d’Europa, e la cosa non mi dispiace affatto. all’interno di questa storia la mia nazionalità è del tutto irrilevante, perché non sono né inglese né russo, e se ha qualche importanza è solo perché, dopo i fatti accaduti, era l’unico elemento che si presentava di continuo nelle didascalie che accompagnavano le foto sgranate in cui eravamo ritratti insieme, e anche quelle in cui figuravo da solo, come se fosse la mia caratteristica più rilevante, mentre era quella a cui non ricorrevo mai per descrivermi. La verità è che potrei essere definito un rotolacampo, una di quelle piante che, giunte a maturità, si staccano dalle proprie radici e rotolano via, sospinte dal vento. La condizione dell’esiliato, che avevo volontariamente scelto, non era del tutto spiacevole.

Ora mi sembra che tutti quei mesi, a Londra, siano stati freddi come un interminabile novembre. i miei ricordi sono vivi, ma si rifiutano di obbedire al calendario. L’inghilterra non offriva delle differenze stagionali a cui uno potesse ancorare la memoria. I pochi squarci di azzurro avrebbero potuto appartenere a un quadro di Constable o di Turner; spesso si andava alle mostre per sfu gire all’acquerugiola incessante. Pioveva di continuo e gli unici cambiamenti climatici si verificavano quando la pioggia si trasformava in nevischio. C’erano volte in cui, andando al lavoro, alzavo gli occhi sulle nuvole che incombevano basse sopra i giardini inzuppati d’acqua e dietro vi intravedevo una sfera: un sole precoce o una luna tardiva, impossibile dirlo, appesa lì, come una falsa promessa. Anche la primavera sembrava l’“inizio anticipato dell’inverno”, come tutti dicevano scherzando. In quell’anno privo di stagioni la gente entrò più del solito in negozio. Entrava, rabbrividiva, faceva qualche commento sul tempo, poi si metteva a fissare i dorsi dei libri sugli scaffali finché non si era scaldata o finché non trovava un titolo che le interessava. A questo punto sfogliava il libro, prendendo nota mentalmente di ordinarlo online. Nonostante costasse ottomila sterline al mese solo di affitto, la libreria di Fynch fungeva essenzialmente da showroom per il mercato digitale. Erano in pochi ad acquistare qualcosa, forse spinti dal senso di colpa, prima di rituffarsi sotto la pioggia. Spesso quei pochi si limitavano a una cartolina oppure, se si sentivano in vena di spendere, a uno di quei volumetti smilzi di poesia, la cui tiratura è così modesta che le librerie online non si curano nemmeno di scontarne il prezzo. Nonostante il magro raccolto gli affari prosperavano, anche se di poco e solo se paragonati ai nostri abituali risultati estivi che, per essere franchi, erano tutt’altro che entusiasmanti.

Fynch non è il genere di libreria dove la gente va a rifornirsi di romanzi da leggere in spiaggia, a meno che non si tratti di una spiaggia privata. Senza contare che è fuori dai sentieri battuti, visto che è situata in una di quelle viuzze laterali dove non esistono altri negozi e il passaggio è pressoché inesistente. solo qualcuno che non avesse alcun interesse a vendere seppellirebbe una libreria in una fila di case che un tempo erano state scuderie, collocate in quella terra di nessuno che sta tra Chelsea e Knightsbridge, regno di arredatori e di abitazioni raffinate, all’interno delle quali la quantità di volumi patinati lasciati in esposizione sui tavolini supera di molto quella degli altri libri. e si tratta di dati reali, non sparati a caso.

Ovviamente nella “vecchia Chelsea” ci sono delle eccezioni. Per inciso, la “vecchia Knightsbridge” non esiste più, a meno di non includervi la prima ondata di kuwaitiani, che tuttavia sono stati estromessi dal tipo di persone per cui il sorbetto al limone è ora un prodotto più interessante del petrolio. La “vecchia Chelsea”, invece, di cui fanno parte i clienti abituali di Christopher Fynch, è inglese fin nella biancheria intima, rigorosamente acquistata da Mark & Spencer. I suoi componenti impiegano le ultime monetine rimaste nel fondo per le piccole spese, residuo dei tempi d’oro dell’impero, in cose che di tanto in tanto includono anche l’acquisto di un libro. Non che io preferisca la “vecchia Chelsea” alla nuova, dove la signorilità è stata usurpata da europei e nordamericani, ma sono etnicamente predisposto a un certo sentimentalismo nei confronti di una collettività così stupida da farsi cacciare dalla sua terra. È una razza in via d’estinzione, la “vecchia Chelsea”, e si estinguerà ben presto, così come, nella nostra libreria, si esauriranno gli ordini riguardanti le biografie del visconte Tale o del cardinale Talaltro, o le conversazioni su Martin Amis, visto come un giovane scrittore osé. Già da ora, i figli della “vecchia Chelsea” preferiscono avere l’aria degli arricchiti, anche se non hanno il becco di un quattrino…

(continua in libreria…)

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