“Le donne hanno aderito al fascismo e hanno amato il Duce. Il regime voleva considerarle solo mogli e madri, fattrici di figli fascisti, le sue leggi sono state tutte contro la libertà femminile. Salari che erano un terzo di quelli degli uomini, difficoltà insormontabili per l’accesso all’insegnamento. Ha triplicato le tasse all’università, le ha relegate ai livelli più bassi del lavoro. Ma sbaglieremmo ad appiattire la storia delle donne a quel che il fascismo voleva fare di loro. In quei vent’anni non hanno cessato di pensare a se stesse e alla propria emancipazione. La storia è complessa”. L'intervista de ilLibraio.it a Ritanna Armeni, che torna in libreria con "Mara", un romanzo storico in cui il ventennio si intreccia con la storia delle donne italiane, a partire dagli occhi di una ragazzina... - L'intervista de ilLibraio.it

La conosciamo come giornalista, conduttrice televisiva, saggista e scrittrice: nel corso della sua carriera Ritanna Armeni non ha mai perso occasione di raccontare l’universo femminile in modi differenti e ha portato avanti la sua battaglia verso l’emancipazione femminile, spesso supportata dalle storie delle donne straordinarie che ha raccontato e continua a raccontare.

Sono diversi i temi su cui si è concentrata: nel 2006, quando scoppiano le polemiche circa la sperimentazione della pillola abortiva RU-486, Armeni riflette sui risultati del referendum in La colpa delle donne. Dal referendum sull’aborto alla fecondazione assistita: storie, battaglie e riflessioni (Ponte alle grazie), e nel 2008 si concentra sulla questione donne/potere in Prime donne. Perché in politica non c’è spazio per il secondo sesso (Ponte alle grazie).

Nel documentario storico Le ragazze del ’68, Armeni racconta la rivoluzione ideologica, politica e sociale che ha cambiato la percezione del ruolo femminile nella società attraverso le vicende di dodici donne, per concentrarsi, nel 2018, sul personaggio dell’aviatrice sovietica Irina Rakobolskaja in Una donna può tutto. 1941: volano le Streghe della notte (Ponte alle Grazie).

Ora torna in libreria con Mara. Una donna del Novecento (Ponte alle grazie), un romanzo storico in cui il ventennio fascista si intreccia con la storia delle donne dell’epoca, prima tra tutte, Mara. Che ha appena tredici anni nel 1920, quando il fascismo è in piena ascesa. Vive con la sua famiglia a Torre Argentina, ha un papà bottegaio e una mamma casalinga, come la maggior parte delle sue compagne. Accanto a lei c’è Nadia, che impazzisce per il Duce, e che sogna di diventare un’insegnante di ginnastica bella, forte, come il Duce desidera. Sogna di fare la scrittrice, si immagina indipendente come la zia Luisa, e tutto sembra possibile. Ma la storia avrà una piega a lei ancora ignota: dovrà fare i conti con la realtà molto presto, se non vorrà essere inghiottita dagli eventi. E la guerra, intanto, incombe…

ritanna armeni mara

Ritanna Armeni, quando “ha incontrato” Mara? Quanto lavoro preparatorio c’è stato nella stesura del suo romanzo?
“Ho letto molti libri e ho visto molti filmati, ovviamente. Almeno per un anno ho pensato al libro e mi sono rafforzata in una convinzione”.

Quale?
“La storia delle donne – anche durante il fascismo – non coincide strettamente e automaticamente con quella dei popoli”.

Ci spieghi.
“La incontra, a volte s’intreccia con essa, ma non è la stessa. Per questo spesso è dimenticata. Si tratta di cercarla e di trovarla. Non è un’operazione facile”.

Perché?
“Si devono abbandonare certezze, non ci si deve accontentare delle letture ufficiali. Occorre anche armarsi di una buona dose di coraggio contro i luoghi comuni, le banalità, persino lo spirito del tempo. Mi definisco ancora comunista. Eppure l’incontro con Mara mi ha preso, mi ha coinvolto. L’ideologia (che per me rimane una nobile parola) non mi ha frenato, anzi mi ha spinto a capire di più e a sovvertire, come dice Rosella Postorino nella fascetta del libro, l’immaginario sulla emancipazione femminile. Mara è ciò che molte di noi sarebbero state nel 1933, è figlia della sua storia, come io sono figlia della mia. Ma la posso capire e raccontare. Questa è stata la sfida”.

Come mai ha scelto di raccontare l’orrore della guerra dal punto di vista di Mara? Cosa poteva dare il suo sguardo a una cosa grande e terribile come il fascismo?
“Mara è nata nel 1920, due anni prima della marcia su Roma. La sua storia comincia nel 1933, nel momento del fascismo trionfante, e si sviluppa negli anni seguenti della guerra e della sconfitta. Il suo è lo sguardo di una ragazza ‘normale’ che non può non essere fascista perché il fascismo è l’unico sistema che ha conosciuto. È la storia della maggior parte delle donne di quel periodo che aderiscono al regime, poi se ne distaccano non per eroismo o scelta, ma perché non ne sono più convinte, perché non ha dato loro quanto promesso, perché ha peggiorato la loro vita. Non è facile trovare questa ‘normalità’ nella grande storia”.

Il racconto di Mara è inframmezzato da pagine storiografiche che ripercorrono, dati alla mano, la storia e lo sviluppo del fascismo in Italia. Cosa l’ha spinta a optare per una narrazione “ibrida”? Qual è stato il bisogno sottostante, e quanto il suo lavoro di giornalista ha influito?
“Direi che nel libro c’è una narrazione a due voci. Una è la voce di Mara, l’altra è la mia, di una donna che non ha vissuto il fascismo, ma che ha provato a conoscerlo e non solo attraverso i libri di storia, ma i romanzi, i film e l’attenzione costante alla vita delle donne. Un mio amico ha definito quei corsivi un ‘controcanto’. Mi sembra una bella definizione”.

“Ti verrà voglia di scrivere di avventure, di personaggi fantastici, di fare il verso agli scrittori che hai letto, la realtà ti sembrerà meschina e allora vorrai spaziare con la fantasia. Ma la fantasia senza la realtà diventa artificiale, priva di anima. I tuoi personaggi per essere veri devono parlare dentro di te, solo così potrai trasmetterli ad altri”, dice zia Luisa a una giovane Mara che, “da grande”, vorrebbe fare la scrittrice. Lei è d’accordo con zia Luisa? Quale deve essere, secondo lei, il rapporto tra realtà e finzione nella scrittura?
“Posso dire qual è il rapporto fra realtà e scrittura per me. Io nasco giornalista, ho fatto questo mestiere per tutta la vita. La vita reale è quindi importantissima anche per mettere in moto l’immaginazione. La letteratura arricchisce la realtà, le dona verità che altrimenti rimarrebbero nascoste, fa emergere sfumature, riesce a dare un senso diverso o più ricco alle parole. Il giornalismo è – dovrebbe essere – il racconto onesto di quel che si vede e si capisce, nel romanzo si va oltre, c’è anche la soggettività, la fantasia, l’interpretazione, l’evocazione, qualche volta la poesia, l’incanto del lasciarsi andare al proprio pensiero e farsi trascinare dai personaggi”.

In Una donna può tutto lei ha ricostruito la storia di Irina Rakobolskaja, giovanissima aviatrice sovietica che, insieme alle sue compagne, ebbe un ruolo di primaria importanza nella lotta al Terzo Reich, divenendo un esempio di emancipazione femminile importantissimo. Cos’hanno in comune donne apparentemente lontane come Irina e Mara?
“Ha detto bene: ‘apparentemente lontane’. In realtà molto vicine. Entrambe sono figlie di un regime al quale aderiscono pienamente. Lo stalinismo per Irina, il fascismo per Mara. Due regimi diversi, ovviamente, lo stalinismo contemplava nella sua ideologia l’emancipazione femminile, ma erano regimi. Irina e Mara hanno perseguito la loro libertà. Irina voleva volare e difendere la patria contro i nazifascisti. Mara voleva studiare, emanciparsi in un sistema che voleva le donne solo mogli, madri e vedove inconsolabili. Entrambe ci sono riuscite”.

Mara vive il fascismo in tutte le sue fasi, dall’entusiasmo iniziale, alla messa in dubbio dei suoi metodi, alla repressione finale; quando gli italiani, secondo lei, si sono davvero resi conto di cosa stava succedendo?
“Mi permetto di modificare la sua domanda: quando le donne si sono accorte di quello che stava succedendo? Salvo poche eccezioni è avvenuto gradualmente. La fame e la guerra hanno avuto un ruolo determinante. Quando si sono trovate a dover cercare il pane, a lavorare al posto degli uomini che erano al fronte, quando hanno visto che l’immagine mistica della donna costruita dal fascismo crollava di fronte alle difficoltà, agli errori e agli orrori, allora si è insinuato il dubbio e poi la certezza che il regime non funzionava”.

La figura del duce è un rumore bianco di fondo, c’è sempre senza esserci davvero. Analogamente, anche gli uomini nel romanzo sono, in un certo senso, lasciati in sordina, in favore dello sviluppo e dello svisceramento dei personaggi femminili. Com’è stato il fascismo dal punto di vista delle donne?
“Le donne hanno aderito al fascismo e hanno amato il Duce. Partiamo con coraggio da questa constatazione. Questo è avvenuto in modo diverso. Nel mio romanzo c’è Nadia, l’amica di Maria che aderisce alla Repubblica di Salò e rimane fascista fino alla morte. C’è zia Luisa, anche lei fascista convinta, ma donna lucida che vede gli errori del regime e si accinge a entrare con i suoi valori nel mondo nuovo. Il regime voleva considerare le donne solo mogli e madri, fattrici di figli fascisti. Le sue leggi sono state tutte contro la libertà femminile”.

Ad esempio?
“Salari che erano un terzo di quelli degli uomini, difficoltà insormontabili per l’accesso all’insegnamento. Ha triplicato le tasse all’università, le ha relegate ai livelli più bassi del lavoro. Potrei continuare. Ma sbaglieremmo ad appiattire la storia delle donne a quel che il fascismo voleva fare di loro. In quei vent’anni non hanno cessato di pensare a se stesse e alla propria emancipazione. Sono cresciute lo stesso malgrado lo spazio angusto e buio che il regime offriva loro. Hanno intelligentemente approfittato delle sue contraddizioni. Mussolini le voleva chiuse nel privato, ma contemporaneamente, proprio la sua ideologia dava valore pubblico alla figura femminile della madre e della moglie. Le voleva fattrici, aveva deciso persino le misure ideali del loro corpo, ma poi questo corpo lo aveva inconsapevolmente liberato quanto aveva obbligato le donne a fare ginnastica come gli uomini. La storia, quella delle donne soprattutto, è complessa, molto più complessa di quella che si racconta nei manuali”.

A proposito, quali libri l’hanno aiutata nella stesura di Mara?
“Mi hanno aiutato delle ‘assenze’ e delle ‘presenze'”.

In che senso?
“L’assenza delle donne nelle opere di grandi storici del fascismo, uno per tutti Renzo De Felice, mi ha fatto capire che questo era un capitolo ancora inesplorato della nostra storia più recente. La presenza ostinata di alcune storiche, ne cito solo una Victoria De Grazia, che hanno voluto affrontare ciò che gli uomini non avevano affrontato, è stata molto importante. Hanno avuto un grande rilievo nella mia riflessione anche i romanzi. Due su tutti. Nessuno torna indietro di Alba de Cespedes e Clotilde fra sue guerre di Elena Canino”.

E cosa pensa del successo di M di Antonio Scurati?
“L’ho letto subito, appena uscito. Come si dice, me lo sono bevuto. Avevo già in testa la storia di Mara e quindi leggevo tutto quello che riguardava il fascismo. L’ho trovato un libro straordinario. Avvincente, documentato, ben scritto in cui la storia e la letteratura si fondono meravigliosamente. C’è una cosa in comune fra M di Scurati e la mia Mara”.

A cosa si riferisce?
“Entrambi abbiamo deciso di entrare completamente e con coraggio e senza schemi nella testa dei nostri personaggi. Scurati lo fa con l’inventore del fascismo, l’uomo potente che determina la Storia, io lo faccio con Mara, la ragazza fascista normale che non fa ma subisce la Storia. C’è anche una differenza”.

Quale?
“Scurati affronta i grandi avvenimenti, quindi inevitabilmente parla di uomini e soprattutto di un uomo. Tratteggia molto bene anche alcune figure di donne, quella di Margherita Sarfatti ad esempio, ma in genere queste rimangono sullo sfondo. Nel mio romanzo al centro c’è la piccola storia di una giovane donna che aderisce all’idea del grande uomo. Poi, raggiungendo la sua libertà, proprio nella sua normalità, senza eroismi, la sconfigge. Insomma la storia delle donne”.

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